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	<title>Forum Democratico</title>
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		<title>Una lettera per la Camusso che viene da lontano</title>
		<link>http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/una-lettera-per-la-camusso-che-viene-da-lontano/</link>
		<comments>http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/una-lettera-per-la-camusso-che-viene-da-lontano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 01:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso contoQuando il sindacato mette al primo posto (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/una-lettera-per-la-camusso-che-viene-da-lontano/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso contoQuando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.<br />
 che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri oQuando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.<br />
biettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.</p>
<p>Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.<br />
obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.</p>
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		<title>I diritti dei nuovi figli d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 00:41:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[GLI OPPOSTI populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/i-diritti-dei-nuovi-figli-ditalia/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>GLI OPPOSTI populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, di alto rango: è la proposta di introdurre anche nel Paese dello &#8220;ius sanguinis&#8221; il principio dello &#8220;ius soli&#8221;, concedendo la cittadinanza ai bambini che sono nati in Italia da genitori stranieri.</p>
<p>L&#8217;idea era stata sollevata dal segretario del Pd Bersani alle Camere, al momento della fiducia per il governo Monti; poi, rilanciata con forza dal presidente della Repubblica Napolitano, secondo il quale &#8220;negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati sarebbe una vera assurdità&#8221;. Oggi anche il presidente della Camera Fini e il ministro della Cooperazione Riccardi riprendono il tema, come il presidente della Cei Bagnasco, e lo ripropongono all&#8217;attenzione delle forze politiche e del Parlamento: dove sono state presentate proposte di legge in questo senso, mentre nel Paese diverse organizzazioni stanno raccogliendo le firme per abolire la normativa del 1991. Stiamo parlando di un milione di bambini, i figli degli stranieri residenti in Italia. Poco più della metà, 650 mila, sono nati nelle strutture del servizio sanitario nazionale.</p>
<p>Venuti al mondo, dunque, nel nostro Paese, in ospedali italiani, figli di immigrati che hanno scelto di vivere e lavorare qui e che iscriveranno questi bambini agli asili comunali e alle scuole italiane, perché crescano con la lingua, l&#8217;istruzione e la cultura del Paese che li ospita.<br />
 Ora, come vogliamo pensare al rapporto tra il nostro Stato e quei ragazzi che sono nati nel suo territorio, spesso dopo una fuga dei genitori dalla fame, dalla miseria e dalla dittatura? Nella storia delle loro famiglie questo Paese rappresenta una sponda di civiltà e di sicurezza, dove appoggiare un futuro di libertà e di speranza: e dove &#8211; proprio per queste ragioni &#8211; poter investire per la crescita dei proprio figli, la prima generazione che nasce e vive nell&#8217;Europa dei diritti e della democrazia, l&#8217;Europa dei cittadini e delle istituzioni, in quell&#8217;Occidente che racconta se stesso &#8211; e noi vogliamo crederci &#8211; come la patria delle libertà, dello sviluppo, dell&#8217;uguaglianza delle opportunità, addirittura della fraternità.</p>
<p>Quei bambini venuti a nascere in Italia, sanno di essere nati in un Paese libero, come uomini finalmente liberi. Ma sanno che non saranno cittadini, non diventeranno italiani. Studieranno la nostra storia, l&#8217;epopea del Risorgimento, le radici di Roma e dei Cesari, la Costituzione repubblicana, parleranno la nostra lingua con gli accenti dei nostri dialetti, lavoreranno nelle fabbriche e negli uffici, sposeranno magari italiani e italiane. Ma resteranno stranieri, qualunque cosa facciano anno dopo anno, comunque la facciano, soltanto perché sono figli di stranieri.<br />
È l&#8217;ultima, nuovissima forma del peccato originale: una sorta di &#8220;peccato d&#8217;origine&#8221;, incancellabile, in un Paese che ha paura della diversità perché ha incertezza d&#8217;identità (tanto che persino il dato storico del centocinquantenario dell&#8217;unità viene ridotto a polemica politica contingente), e teme la perdita della vecchia uniformità vissuta più come un mito della tradizione che come una realtà. Come può spaventare la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia? Come non capire che la stessa identità nazionale, oggi, è in movimento continuo esposta com&#8217;è al contagio di culture diverse, alla complessità del sociale, alla pluralità dei soggetti con cui dobbiamo non solo convivere, ma scambiare e interagire?</p>
<p>La paura della cittadinanza separa queste identità ed esalta le differenze, riduce gli individui ai gruppi di origine, ripropone di fatto il modello distintivo delle tribù dentro il contesto dilatato e avvolgente della globalizzazione. Col peccato d&#8217;origine, gli steccati sono per sempre e le culture vengono concepite come strutture statiche, che non possono evolvere o mettersi in movimento, ma devono rimanere immobili e soprattutto chiuse. È il disegno di una società spaventata in un Paese che vede l&#8217;immigrazione altrui solo come un problema, mentre esalta le proprie radici magari mentre nega la sua storia.</p>
<p>È evidente che l&#8217;immigrazione comporta anche un problema di sicurezza, di spaesamento, a cui bisogna rispondere. Ma proprio per questo, come si può pensare che la risposta sia un modello sociale per cui si vive sullo stesso suolo, sottoposti alla medesima sovranità, formati dalle stesse scuole ma con due livelli diversi di cittadinanza? Tutto ciò comporta differenze non soltanto sociali, ma nei diritti, cioè nella sostanza democratica che è a fondamento del nostro discorso pubblico. Col risultato &#8211; pericoloso &#8211; che la democrazia rischia di non avere sostanza concreta per una categoria di persone che vive in mezzo a noi, noi per i quali soltanto vale il concetto pieno e realizzato di società democratica.</p>
<p>Ma dal punto di vista delle generazioni future, persino dal punto di vista della sicurezza, domandiamoci che Paese prepariamo se c&#8217;è tra noi chi considera la democrazia come un concetto non assoluto ma relativo, addirittura un privilegio di alcuni, che contempla gradi minori e persino esclusioni. Dunque un concetto per nulla universale e nemmeno neutrale, ma strumentale, perché avvantaggia alcuni a danno di altri. E infatti, per gli altri non usiamo ormai nemmeno più il termine &#8220;straniero&#8221;, che presuppone una dimensione culturale, una scoperta, un viaggio o un percorso, ma li riduciamo alla categoria geometrica, spaziale e binaria di &#8220;extra&#8221;, dove conta solo l&#8217;esito finale: dentro o fuori. Se guardiamo avanti, ai prossimi anni, l&#8217;idea di Paese che il rifiuto della cittadinanza propone è quella di uno Stato-armadio, dove è previsto che le diverse culture si vivano semplicemente accanto, separate ed appese ognuna alla sua presunta radice: culture condannate a riprodursi nella separazione, magari ostili, certamente diffidenti, per definizione impermeabili. Come se la libertà e la democrazia non avessero fiducia in sé e nella loro capacità di far crescere, di contagiare, di seminare valori in chi le frequenta, le pratica e ne beneficia.</p>
<p>Dicendo questo non penso alla cittadinanza come strumento di assimilazione e riduzione delle diversità. Penso che l&#8217;Italia può offrire a chi sceglie di vivere e lavorare qui dei valori come la democrazia e l&#8217;uguaglianza e un metodo per valorizzarli nella vita sociale, che è proprio la cittadinanza. Il nostro modo di vivere è una cultura, e come tale sarà per forza di cose influenzato dalla convivenza e dal confronto con gli altri, non è un modello, come ogni cultura è mobile e negoziabile, un sistema in movimento insieme con gli altri, nel gioco del dialogo, dello scambio, del confronto. Ma la democrazia non è una cultura, è un valore di fondamento, su cui si regge lo Stato e la sua convivenza. Uno Stato neutro rispetto alle culture diverse, non rispetto ai principi democratici.</p>
<p>Questo Stato non può dunque non preoccuparsi del rischio che livelli diversi di democrazia e di partecipazione ai diritti facciano crescere fenomeni pericolosi di marginalità, di alterità, di ghettizzazione (e autoghettizzazione). Solo l&#8217;emancipazione attraverso il lavoro e la cittadinanza è la possibile salvaguardia, è la vera inclusione. Solo così, può valere fino in fondo il richiamo alle nostre leggi, alla regola democratica in cui crediamo. Leggi che devono essere pienamente rispettate da uomini pienamente liberi, perché diventati finalmente &#8211; grazie al nostro Paese &#8211; compiutamente cittadini.</p>
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		<title>Negozi sempre aperti, l&#8217;ultima frontiera del capitale</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 16:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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<div>« Scriveva Marx che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi. Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg , come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare , si distinguevano dagli Usa e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico &#8211; che nell&#8217;ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura &#8211; lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto. Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro , come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono. La proposta del governo italiano in carica di prolungare l&#8217;orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all&#8217;opera nelle &#8220;società più avanzate&#8221;. Sembra una semplice iniziativa volta a facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e naturalmente cova la speranza di innalzare il ritmo dei consumi. Ma essa contiene molto altro, costituisce il tassello di un processo, in atto da tempo, di distruzione di un modello di civiltà. Si fa presto a scoprirlo. È sufficiente andare a vedere che cosa è accaduto là dove gli orari dei negozi sono stati deregolamentati per tempo. Negli Usa, che sono oggi il punto più avanzato dello sviluppo, è possibile scoprire la trappola in cui sono caduti i cittadini americani, trascinati da decenni in una bolla consumistica che alla fine è esplosa con immenso fragore. I fondatori del gruppo Take Back Your Time, riprenditi il tuo tempo, hanno compreso, e denunciano da anni, che la spinta all&#8217;iperconsumo cui sono stati spinti i cittadini americani è stato un surrogato della riduzione dell&#8217;orario di lavoro. I guadagni di produttività oraria realizzati nell&#8217;industria e nei servizi Usa non sono stati utilizzati, come era accaduto sino ad allora, per accrescere il tempo libero. Qui si è interrotto un antico percorso delle società industriali contemporanee. Gli incrementi produttivi sono stati monetizzati, tradotti in salario, grazie all&#8217;esca lucente di consumi sempre più abbondanti. Dove non bastava il salario, naturalmente, il credito bancario veniva amorevolmente in aiuto dei bisognosi di acquisto. Il risultato, dopo oltre un trentennio di questa gioiosa modernità, è che i lavoratori americani si sono trovati a lavorare in media 50 ore alla settimana e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Non c&#8217;è di che stupirsi. Come si fa a rinunciare ai sontuosi beni offerti da una smisurata macchina produttiva, a prezzi sempre più economici, resi sempre più indispensabili da una pubblicità senza quartiere? Come si fa rinunciare, se bastano un paio d&#8217;ore di straordinario al giorno per avere i dollari necessari a comprare l&#8217;ultima consolle, la macchina nuova, una pelliccia da sogno? Negli Usa la deregolamentazione degli orari dei negozi ha accompagnato in parallelo l&#8217;aumento della giornata lavorativa e la cosa non stupisce. Questo è il modello che il capitale va imponendo: una giornata completamente occupata dal lavoro, che impone l&#8217;utilizzo di tempo supplementare, oltre l&#8217;orario diurno, per svolgere il proprio compito di consumatore. I supermercati e i negozi aperti anche di notte, di domenica, nei giorni festivi devono offrire la possibilità di consumare anche a chi non possiede più tempo per se stesso. Certo, il tempo speso nelle compere serali o festive è sottratto alle relazioni sociali, alla famiglia, al dialogo fra persone, alla partecipazione alla vita civile. Ma un pover&#8217;uomo o una povera donna, che lavora dalla mattina alla sera, ha bisogno di un risarcimento, ha una necessità vitale di dare sfogo al proprio desidero di acquisto, di soddisfare il proprio ethos infantile &#8211; come lo chiama Benjamin Barber nel suo Consumati &#8211; vagando tra le meraviglie merceologiche di un centro commerciale e portarsi a casa qualcosa. Ecco il grande successo conseguito dal capitalismo, quello a cui aspira di trascinarci la grande maggioranza degli economisti, sempre dietro qualche riforma da proporci. In questo modo si è completato il circuito di assoggettamento totalitario dell&#8217;individuo al processo di valorizzazione del capitale, che chiede sempre più tempo per la produzione e per i servizi, e ora sempre più tempo per i consumi. L&#8217;uomo a una dimensione è bello e fatto. Nel punto più alto dello sviluppo, al culmine della modernità, gli uomini sono ridotti alla loro funzione primordiale: produrre e consumare, consumare e produrre. In tale ottica, la notte, naturalmente, costituisce una fase parassitaria nella vita delle società avanzate, durante la quale il Pil scende rovinosamente. Ce ne rendiamo conto. Per fortuna i turni lavorativi riescono a mantenere attiva la produzione in tanti settori e il commercio notturno può educare ad avere una idea meno pigra di questa fase della giornata in cui il sole conserva la cattiva abitudine di illuminare l&#8217;altra faccia della Terra. Questa cultura della deregolamentazione, che ha scatenato le furie dei poteri finanziari, frantumato il potere sindacale e precarizzato il lavoro, demonizzato tutto ciò che era pubblico e fatto trionfare anche l&#8217;abiezione, purché fosse privata, freme tuttora come un animale ferito per azzannare qualcosa che ancora resiste indenne. Ora tocca al commercio, anche in Italia. E mi chiedo e chiedo che cosa pensa al riguardo la Chiesa, che cosa ne pensano i cattolici, anche quei tanti che stanno nell&#8217;attuale governo. Negozi aperti anche di domenica, il giorno del Signore? Perché la proposta recente rientra in quella tendenza del capitale che già abbiamo visto all&#8217;opera, e che non vuole fermarsi. In Italia si manifesta, ad esempio, nella sorda pressione, più volte espressa da Confindustria, di ridurre le feste comandate, che frenano l&#8217;ascesa altrimenti trionfante del nostro Pil. Se fosse per tanti imprenditori, ma anche per tanti economisti che scrivono sui giornali, l&#8217;intero calendario gregoriano dovrebbe essere reso più &#8220;flessibile&#8221;, occorrerebbe togliere ogni residua solennità ai santi ancora festeggiati, rendere laicamente lavorativi tutti i giorni dell&#8217;anno, perché siano trascinati nella macchina insonne della crescita. Per nostra fortuna i sindacati, anche quelli di categoria, hanno alzato gli scudi contro la proposta e meritoriamente molti cittadini hanno manifestato la loro contrarietà. Esempio di civismo, maturità, spirito di una civiltà che ancora resiste e dovrebbe fare arrossire tanti zelanti riformatori che ci assordano quotidianamente. È tutta da verificare, infatti, l&#8217;economicità anche per i grandi supemercati e per i centri commerciali, a tenere le luci accese sino a mezzanotte o oltre. Ma, ricordiamo, se tale vantaggio dovesse verificarsi, non è evidente che una simile novità metterebbe in grave difficoltà i piccoli negozi di zona, accentuerebbe la crisi in cui versano, ne costringerebbe molti a chiudere favorendo il processo di desertificazione dei quartieri? E nessuno pensa a quanta economia è nascosta, quanto benessere collettivo, in un quartiere vitale, ben servito da piccoli esercenti, che limita gli spostamenti dei cittadini su lunga distanza, favorisce le mutue relazioni quotidiane, accresce la sicurezza senza bisogno di costose vigilanze e repressioni sicuritarie? Questa è una dinamica sociale ormai ben nota, ma tanti economisti, e soprattutto gli uomini che si trovano di volta in volta a governare, se ne dimenticano facilmente, pur di lanciare i prodotti del loro marketing politico. Degli esiti sociali di lungo periodo delle cosiddette riforme nessuno si cura, pur di vendere al pubblico un qualche kit , un dispositivo economico che promette di imprimere dinamismo al sistema. È l&#8217;analfabetismo politico della nostra epoca, lo conosciamo da tempo, e non possiamo far altro che additarlo nel suo quotidiano squallore. Ma la proposta di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali ha un valore paradigmatico molto più ampio e generale di quanto fin qui detto. Perché essa, sotto l&#8217;aria di voler rilanciare i consumi in una fase di crisi in cui effettivamente la ripresa della domanda svolgerebbe un ruolo equilibratore, instilla nell&#8217;immaginario pubblico il veleno del consumismo illimitato, ci mostra l&#8217;avvenire di una crescita continua e senza confine dell&#8217;acquisto di merci e servizi. Mentre la popolazione mondiale continua a crescere, centinaia di milioni di nuovi ricchi approdono ogni anno ai nostri stessi standard di consumo, i cicli di rigenerazione delle risorse della Terra si vanno arrestando per eccesso di sfruttamento, nella piccola Italia, facciamo la nostra parte simbolica. Mostriamo che si può comprare senza limiti di tempo, giorno e notte. Chiedersi quel che succede alle limitate risorse del nostro pianeta è naturalmente una preoccupazione stonata e fuori posto. I problemi son ben altri e del resto, in questo momento, siamo in emergenza. Come è noto da decenni. www.amigi.org</div>
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		<title>Alfano: premier preparato e arguto, ma batta i pugni sul tavolo in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 14:21:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il leader pdl lunedì per la prima volta a pranzo da Monti con Bersani e Casini. Liberalizzazioni «Siamo tutti d&#8217;accordo. ROMA &#8211; Tutti a pranzo (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/alfano-premier-preparato-e-arguto-ma-batta-i-pugni-sul-tavolo-in-europa/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il leader pdl lunedì per la prima volta a pranzo da Monti con Bersani e Casini. Liberalizzazioni «Siamo tutti d&#8217;accordo. </em></p>
<p>ROMA &#8211; Tutti a pranzo da Monti domani, «a parlare di Europa». Per la prima volta Alfano andrà a palazzo Chigi per sedere a fianco di Bersani e Casini. È la fine degli incontri nel tunnel per i tre leader politici, ma non è l&#8217;inizio di una «grande coalizione», come vorrebbe il premier. Perché il segretario del Pdl continua a confinare l&#8217;attuale maggioranza nel recinto delle virgolette: «Con Casini il rapporto è di antica frequentazione. Con Bersani invece è circoscritto a questa fase, durante la quale sono già emersi &#8211; a partire dalla manovra finanziaria &#8211; approcci e opinioni differenti. Sostenere lo stesso esecutivo non ci ha fatto cambiare idea».<br />
La divergenza più evidente è nell&#8217;analisi della crisi e nel primo consuntivo sull&#8217;operato del gabinetto tecnico: «Siamo al secondo mese della gestione Monti &#8211; dice Alfano &#8211; e dopo due mesi la borsa continua ad andar giù e lo spread a restare su. È la prova che il problema non era il governo Berlusconi, così come la colpa non può essere oggi ascritta al suo successore. Tuttavia è evidente che la credibilità di Monti sui mercati internazionali e in Europa non è stata sufficiente a evitare il declassamento dell&#8217;Italia. L&#8217;auspicio di ogni persona responsabile è che il governo riesca a centrare dei risultati. Perché è su questo che verrà misurato, sulla capacità cioè di raggiungere gli obiettivi che si era prefisso: arginare la crisi e favorire la crescita».<br />
<strong>Berlusconi sostiene che «finora i risultati sono stati nulli» e che «la durata della legislatura dipenderà dall&#8217;andamento dell&#8217;economia»: c&#8217;è dunque il rischio di elezioni anticipate? </strong><br />
«Un esecutivo che non è stato eletto dai cittadini si regge sugli obiettivi che intende conseguire. All&#8217;atto di nascita del governo Monti, il Pdl non ha posto scadenze. Ritenevamo e riteniamo più serio e responsabile ancorare il senso di questa esperienza ai risultati».<br />
<strong>Il ministro Fornero ritiene che «la sberla» sul rating di Standard &amp; Poor&#8217;s «rallenta il recupero». Insomma, dovrete essere comprensivi&#8230; </strong><br />
«Lo siamo da tempo. Perché siamo in presenza di un problema che si verificava quando c&#8217;era Berlusconi a palazzo Chigi. Solo che allora non si poteva dire ciò che oggi il ministro Fornero può dire. Però, piuttosto che recriminare, guardiamo avanti. Chiediamo a Monti di agire, di battere i pugni sul tavolo in Europa, di far valere la posizione italiana, di non accontentarsi di gentili e affettuose dichiarazioni di stima che purtroppo non ci risparmiano il downgrading».<br />
<strong>Si riferisce a Merkel e Sarkozy? </strong><br />
«Il presidente francese mi pare abbia smesso di ridere e forse ha iniziato a piangere di sé. Quanto al cancelliere tedesco, ricordo che ha la responsabilità di guidare un Paese fondatore dell&#8217;Unione, e che deve prendere una decisione: può favorire il processo di unificazione europeo o asfissiarlo con un egoismo nazionale che sarebbe legittimo, ma che non le darebbe un profilo da statista internazionale. Ecco perché Monti &#8211; che ha il compito di rappresentare l&#8217;Italia &#8211; deve preoccuparsi relativamente dei sacrifici che gli vengono chiesti da quanti pensano al proprio tornaconto nazionale. Lui deve puntare a fare gli interessi italiani, provando a farli coincidere con gli interessi europei, non con quelli di Merkel e Sarkozy».<br />
<strong>Com&#8217;è il rapporto con il presidente del Consiglio? </strong><br />
«Ottimo. È persona preparata e arguta».<br />
<strong>Anche tagliente con Berlusconi, visto le recenti stilettate. A proposito: secondo lei, le «mani in tasca agli italiani» sono messe dal governo con le tasse, o dagli evasori che le tasse non le pagano? </strong><br />
«Sull&#8217;evasione fiscale, vorrei prima smentire una falsità, sorreggendomi su fatti e non su battute. Nel 2008 &#8211; quando il governo di centrodestra entrò in carica &#8211; il dato del riscosso è stato la metà di quanto raccolto quando Berlusconi se n&#8217;è andato. In tre anni, insomma, abbiamo raddoppiato l&#8217;incasso. Chiaro? Poi, a voler essere precisi, è il governo a mettere direttamente le mani in tasca ai cittadini. Gli evasori lo costringono a farlo. Certo, un governo può scegliere di aumentare le tasse o tagliare la spesa inutile. Noi riteniamo si debba puntare sulla crescita, scegliendo &#8211; ove possibile &#8211; la strada dei tagli piuttosto che quella delle tasse».<br />
<strong>Il rapporto con Monti sarà anche «ottimo», ma avete capito se il suo resterà un governo di tecnici, o ci sono dei tecnici che si preparano a diventare politici? </strong><br />
«Noi abbiamo votato un esecutivo di tecnici. Se qualcuno, dopo soli due mesi, invece di badare all&#8217;interesse generale si è già messo a caccia di poltrone, andiamo bene&#8230; Comunque, non temiamo la competizione politica. Se qualcuno ha queste mire lo dica, e se ne assuma la responsabilità confrontandosi alla luce del sole. In modo che i partiti che sostengono il governo possano liberamente decidere se continuare a sostenere un governo che si propone di diventare partito, oppure no».<br />
<strong>Se è vero che Monti ha già fatto sapere di non volersi candidare, chi si cela dietro quel «qualcuno» che ha ripetuto con tanta insistenza: il superministro Passera, per caso? </strong><br />
«È una questione di etica comportamentale che non riguarda un singolo. Ricordo solo che i ministri tecnici stanno al governo grazie ai nostri voti in Parlamento. I target dell&#8217;esecutivo sono prestabiliti e ci attendiamo provvedimenti che servano a raggiungerli. Aspettiamo, per esempio, che Monti presenti un piano per l&#8217;abbattimento del debito. E su questo tema il Pdl contribuirà con una propria proposta».<br />
<strong>Intanto si parte con le liberalizzazioni</strong>.<br />
«Sullo slogan siamo tutti d&#8217;accordo: viva le liberalizzazioni. A patto però che siano utili alla crescita e ai cittadini, garantendo una migliore qualità dei servizi a minor costo. Eppoi il processo va avviato per ordine di importanza: perciò vengono prima le grandi reti, le autostrade, il sistema bancario. E alla fine i farmacisti e i tassisti. Così saremmo credibili».<br />
<strong>Lei ha incontrato Monti, assieme ai capigruppo del Pdl: lo avete convinto sulle priorità? </strong><br />
«Il presidente del Consiglio ci è parso condividere il nostro approccio. La prossima settimana leggeremo il decreto».<br />
<strong>Allora si ripeterà il copione della manovra: il governo si presenterà in Parlamento, porrà la fiducia sul provvedimento, e ai partiti toccherà prendere o lasciare. </strong><br />
«Intanto, già sulla manovra siamo riusciti a modificare alcune parti del testo. Quanto alle liberalizzazioni, anche in questo caso, gli aspetti che noi del Pdl non condivideremo, proveremo a cambiarli in Parlamento. Con la consapevolezza che i nostri sono i gruppi di maggioranza relativa, tanto alla Camera quanto al Senato».<br />
<strong>Avreste bisogno dell&#8217;appoggio di Pd e Udc per far passare i vostri emendamenti. Questo vuol dire che l&#8217;abc della politica esiste davvero? Che c&#8217;è un asse tra Alfano, Bersani e Casini? Sulla modifica della legge elettorale, per esempio, era parso possibile un accordo. Poi è arrivato Berlusconi e ha detto che il «porcellum» &#8211; magari un po&#8217; ritoccato &#8211; va sempre bene. </strong><br />
«L&#8217;attuale modello ha un grande pregio, perché garantisce la governabilità. Ma ha dei limiti nella modalità di elezione dei candidati e nell&#8217;assenza di un premio di maggioranza nazionale al Senato. Io penso che del sistema vigente dovremmo salvare i pregi ed eliminare i difetti. Perché dietro i vari progetti di riforma vedo sempre il tentativo di rimettere indietro le lancette dell&#8217;orologio, di tornare alla Prima Repubblica, cancellando il diritto dei cittadini a indicare il premier. Il Pdl non è disponibile».<br />
<strong>Quale Pdl? Il partito che si affanna su congressi e primarie, mentre si avvicinano le Amministrative e non si sa ancora se sarà alleato dell&#8217;Udc o della Lega? </strong><br />
«Di sicuro non rimarremo da soli. Troveremo le alleanze sul territorio, in base alle esigenze delle singole comunità. Non ci sono schemi precostituiti a livello locale».<br />
<strong>Questo schema però non potrà valere a livello nazionale: che fine farà l&#8217;alleanza con la Lega? </strong><br />
«È un rapporto che non intendiamo disperdere e che può essere tenuto vivo grazie alle tantissime amministrazioni del Nord dove governiamo insieme».<br />
<strong>Il rapporto sarà con la Lega di Bossi o con quella di Maroni?<br />
</strong>«Non è mia abitudine entrare nelle dinamiche di altri partiti. E comunque mi pare che le tensioni si vadano superando».<br />
<strong>Hanno litigato sul «caso Cosentino», altro deputato del Pdl &#8211; dopo Papa &#8211; per il quale era stato richiesto l&#8217;arresto. </strong><br />
«Il fatto che la Camera abbia respinto la richiesta della procura non ha bloccato il corso della giustizia, poiché l&#8217;inchiesta andrà avanti e alla fine i giudici saranno liberi di assolvere o condannare Cosentino. Il Parlamento non ha negato l&#8217;arresto dopo una sentenza, ma prima di un processo».</p>
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		<title>Quelle verità scomode e le comode bugie</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 13:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[All&#8217;indomani del cosiddetto &#8220;tsunami&#8221; provocato dall&#8217;agenzia di rating Standard&#38;Poor&#8217;s ci sono alcuni fatti certi dai quali bisogna partire. Sono i seguenti: 1. Lo &#8220;tsunami&#8221; non (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/quelle-verita-scomode-e-le-comode-bugie/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;indomani del cosiddetto &#8220;tsunami&#8221; provocato dall&#8217;agenzia di rating Standard&amp;Poor&#8217;s ci sono alcuni fatti certi dai quali bisogna partire. Sono i seguenti:<br />
1. Lo &#8220;tsunami&#8221; non c&#8217;è stato. Le Borse hanno registrato modesti ribassi, Piazza Affari ha perso l&#8217;1 per cento, le altre Borse europee hanno oscillato intorno al mezzo per cento di perdita, l&#8217;Austria, colpita anch&#8217;essa dal &#8220;downgrade&#8221;, ha addirittura chiuso in rialzo.<br />
2. Standard&amp;Poor&#8217;s ha declassato nove paesi su diciassette, cioè ha attaccato non un paese specifico ma l&#8217;intera economia europea e quindi, indirettamente, anche la Germania che senza l&#8217;Europa vivrebbe malissimo. Si è trattato dunque d&#8217;un giudizio politico più che economico.<br />
3. Per quanto riguarda l&#8217;Italia questo attacco ha avuto come effetto quello di rafforzare il governo Monti, tanto più che la stessa Standard&amp;Poor&#8217;s ha apprezzato la politica di Monti nel momento stesso in cui declassava di due punti il nostro debito sovrano mandandolo in serie B.<br />
4. I rendimenti dei nostri Bot e dei nostri Btp alle aste di giovedì e di venerdì sono stati ottimi per i Bot e buoni per Btp triennali.<br />
5. La Bce ha confermato che il valore dei &#8220;collaterali&#8221; che le banche danno in garanzia dei prestiti loro accordati dalla Banca centrale non subiranno alcun mutamento; la Bce cioè non terrà in nessun conto i giudizi negativi dell&#8217;agenzia di rating. Le notizie che davano per certo un peggioramento del valore dei collaterali erano dunque sbagliate o false.</p>
<p>Le aste italiane di giovedì e venerdì hanno comunque confermato che la fiducia nel nostro debito sta tornando e dai Bot si sta gradualmente allargando anche sui Btp ed infatti, confrontando i tassi spuntati alle aste di gennaio con quelli delle aste di novembre si hanno i seguenti risultati: Bot a sei mesi dal 6,5 al 3,2; Bot a dodici mesi dal 5,9 al 3,2; Btp a tre anni da 7,9 a 4,8; Btp a dieci anni da 5,7 a 4,9.</p>
<p>È possibile che nella seduta di domani alcuni di questi tassi peggiorino sul mercato secondario che però, per quanto riguarda gli oneri del Tesoro, non hanno alcuna ripercussione. Per quanto riguarda l&#8217;Italia, se ne riparlerà soltanto alle aste di febbraio e marzo che avranno dimensioni imponenti. Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un&#8217;operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità.</p>
<p>La prima conclusione che questi dati suggeriscono nel loro complesso è dunque abbastanza rassicurante. I risparmiatori e le banche hanno ricominciato a investire in titoli italiani di breve scadenza ma anche in Btp di scadenza media. Auspichiamo che questo processo si estenda tenendo presente che il 19 febbraio la Bce aprirà un secondo sportello alle banche europee per prestiti triennali di ammontare illimitato al tasso dell&#8217;1 per cento e con collaterali a valore invariato. Si tratta di fatto di uno schiaffo sulla faccia dei dirigenti di Standard&amp;Poor&#8217;s.</p>
<p>* * *</p>
<p>Il presidente Napolitano ha indirizzato due messaggi pubblici all&#8217;Europa con due principali destinatari: la Merkel e Sarkozy, che saranno a Roma nei prossimi giorni. Un messaggio, il giorno precedente al downgrade di Standard&amp;Poor&#8217;s, puntava sulla necessità di un governo economico europeo e in particolare dei diciassette paesi dell&#8217;Eurozona; il secondo auspicava un ruolo non solo economico ma politico dell&#8217;Unione, esteso dunque non solo all&#8217;economia ma all&#8217;immigrazione, alla giustizia, agli investimenti intraeuropei e a una diversa configurazione della governance.</p>
<p>La Francia continua ad essere riottosa alla cessione di sovranità dagli Stati nazionali all&#8217;Unione; la Germania lo è altrettanto, ma ambedue cominciano a rendersi conto dell&#8217;urgenza di un nuovo trattato e della necessità di ridurre al minimo i poteri di veto dei singoli Stati. Sullo sfondo ci dovrebbe essere l&#8217;istituzione degli eurobond e i poteri di intervento diretto della Bce anche sui debiti sovrani.<br />
Le dichiarazione della Merkel di ieri non dicono granché su questi obiettivi di sfondo ma finalmente puntano anche sulla necessità della crescita oltreché del rigore. Ma soprattutto vogliono sottoporre le agenzie di rating a una disciplina giuridica che vada al di là di un semplice codice etico peraltro inesistente, almeno finora.</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio che l&#8217;esigenza di disciplinare le agenzie di rating con regole oggettive sia a questo punto una necessità senza tuttavia negare ad esse la libertà di esprimere documentati giudizi. L&#8217;attenzione va posta soprattutto su quell&#8217;aggettivo: documentati. Ma lo spazio pubblico europeo non può esser negato a nessuno. Se le agenzie di rating passano da giudizi strettamente economici a giudizi prevalentemente politici come è avvenuto l&#8217;altro ieri, le regole non valgono più ma in compenso l&#8217;oggettività del giudizio economico diminuisce di altrettanto.<br />
Se l&#8217;onorevole Di Pietro e il senatore Bossi reclamano elezioni a primavera nessuno può né deve metter loro il bavaglio ma ogni persona sensata e consapevole del fatto che durante tutto l&#8217;anno ci saranno in Europa 1200 miliardi di titoli pubblici in scadenza non può che giudicarli demagoghi pericolosi o personaggi fuori di testa. Analogo giudizio daranno i mercati se le agenzie di rating attaccheranno l&#8217;esistenza d&#8217;una moneta e le politiche di un intero continente anziché dimostrare la fragilità dei suoi &#8220;fondamentali&#8221;.<br />
Da questo punto di vista la Merkel è sulla buona strada quando dice  -  come ha dichiarato ieri  -  che il Fondo di intervento sui debiti sovrani opererà comunque, anche se non otterrà la tripla A dalle agenzie di rating e Draghi ha fatto benissimo a mantenere inalterato il valore dei collaterali di garanzia ai prestiti della Bce anche se composti da titoli di debiti svalutati da quelle agenzie.</p>
<p>* * *</p>
<p>Abbiamo già osservato che il downgrade di Standard&amp;Poor&#8217;s ha rafforzato la statura di Monti e del suo governo. Soprattutto gli ha dato ottime carte da giocare nei prossimi incontri trilaterali e alla riunione del vertice europeo di fine gennaio. Ma ha rafforzato il governo anche di fronte alle forze politiche e a quelle sociali.<br />
Il programma di liberalizzazioni sarà varato tra pochissimi giorni. Ha già il pieno favore del Pd e del Terzo Polo. Il Pdl manifesta alcune incertezze e le maschera dietro la distinzione tra poteri forti da liberalizzare e poteri deboli (leggi tassisti ed altri) da risparmiare o postergare. La risposta di Monti è ineccepibile: le liberalizzazioni riguarderanno tutte le categorie, poteri forti e poteri diffusi. Tutti nello stesso decreto.<br />
Osservo dal canto mio che i tassisti sono un potere diffuso ma non un potere debole. Come lo sono i camionisti. Come lo sono gli allevatori di mucche inadempienti alle regole comunitarie. Chiamarli poteri deboli è un errore lessicale e alquanto demagogico. Ci sono certamente alcuni punti sostenuti da queste categorie che vanno risolti con equità a cominciare da quello che riguarda le vecchie licenze dei tassisti. Per il resto, il trasporto urbano è un pubblico servizio e va regolato a vantaggio dei consumatori, altrimenti che servizio pubblico sarebbe?<br />
Farmacie, notai, ordini professionali, vanno tutti ripensati alla luce del concetto di tutela della concorrenza. Così sembra formulato il decreto che sta per essere emesso. Gli ordini non vanno aboliti ma debbono avere un solo e fondamentale obiettivo: essere i custodi del canone etico e deontologico degli associati. Gli ordini non sono un sindacato, perciò non possono occuparsi di tariffe e di altre questioni economiche. Debbono occuparsi dell&#8217;etica e lo debbono fare nell&#8217;interesse della società civile per la quale l&#8217;esistenza degli ordini deve essere una garanzia di professionalità dei loro aderenti.</p>
<p>* * *</p>
<p>Il referendum è stato respinto dalla Corte costituzionale. Era previsto e prevedibile. Una democrazia parlamentare non può restare priva di una legge elettorale neppure per un minuto. Il nostro istituto referendario è abrogativo e non propositivo. I referendum elettorali andrebbero dunque esclusi come lo sono quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta. Questa disposizione non fu messa in costituzione affinché fosse possibile anche un referendum elettorale quando si limiti ad abrogare qualche parola o qualche comma da una legge elettiva esistente trasformandola in una nuova legge attraverso l&#8217;istituto referendario. Nel nostro caso però il secondo quesito effettuava sulla legge esistente un&#8217;operazione chirurgica di tale complessità da non configurare una nuova legge attuabile e per questo è stato respinto come il primo quesito che si limitava alla richiesta di un&#8217;abrogazione pura e semplice.</p>
<p>Si può criticare nel merito la sentenza ma non si può accusare la Corte d&#8217;essere diventata un organo politico e fazioso, per di più alle dipendenze del Capo dello Stato. Da questo punto di vista personaggi come Di Pietro e alcuni editorialisti qualunquisti meritano d&#8217;esser considerati demagoghi e politicamente scorretti. Hanno evidentemente un disperato bisogno di &#8220;audience&#8221; e quindi di avere sempre e comunque un nemico sul quale sparare. Prima avevano Berlusconi, adesso Monti e Napolitano. Ed anche il Partito democratico. Usano un fucile a due canne con il quale dirigono i colpi su un duplice obiettivo nella speranza di mantenere e magari di estendere il consenso di un&#8217;opinione pubblica dominata dall&#8217;emotività e dall&#8217;incostanza.<br />
La parola &#8220;casta&#8221; è così entrata nel lessico qualunquista ed è stata largamente applicata anche per quanto ha riguardato la votazione della Camera sul caso Cosentino. Quella votazione, come hanno detto giustamente Bersani e Casini, è stata una sorta di suicidio parlamentare. Ma chi ha compiuto quel suicidio e ha lavorato per ottenere quel voto? Il Pdl e la Lega di Bossi (non quella di Maroni). Pd e Terzo Polo hanno votato in massa per l&#8217;arresto di Cosentino (285 voti su 295). Dov&#8217;è dunque il voto di casta? Perché blaterano contro la politica invece di individuare i comportamenti dei singoli parlamentari e dei singoli partiti? Questo è l&#8217;opposto della ricerca della verità e come tale va condannato.<br />
Noi siamo favorevoli alle verità scomode ma contrari alle comode bugie. Trentasei anni di storia di questo giornale (l&#8217;anniversario era ieri) lo dimostrano ampiamente.</p>
<p>Post scriptum. Anche se ci hanno messo una pezza a colore nelle ultime ore, la spaccatura tra la Lega di Bossi e quella di Maroni è il fatto di maggiore importanza nella politica dei partiti. È un movimento democratico quello in cui il segretario impedisce con una pubblica deliberazione ad un esponente storico di quel partito di intervenire nel dibattito congressuale? Sembra la Corea del Nord. Ed hanno l&#8217;ardire di ridurre il grande Nord italiano alla loro miserabile Padania?</p>
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		<title>O PCB-PPS e a cultura brasileira: apontamentos</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 14:29:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#8221; As inteligências sempre estão ligadas por fios invisíveis ao corpo do povo&#8221;.   (Karl Marx, em carta escrita em 1871)       “Aconteceu (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/o-pcb-pps-e-a-cultura-brasileira-apontamentos/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221; As inteligências sempre estão ligadas por fios invisíveis ao corpo do povo&#8221;.</p>
<p>  (Karl Marx, em carta escrita em 1871)</p>
<p><strong><br />
      </strong>“<em>Aconteceu com demasiada  frequência que, quando a História faz uma viragem brusca, até os partidos avançados não podem durante um tempo mais ou menos longo habituar-se à nova situação, repetem palavras de ordem que ontem eram corretas mas hoje perderam todo o sentido, perderam o sentido tão «subitamente» como «súbita» foi a brusca viragem da História</em> &#8220;.<br />
(Vladimir Lênin, às vésperas da Revolução de 1917)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8221; Poder-se-ia adotar o seguinte lema para a reorganização do mundo de após-guerra: a democracia política por princípio e a democracia econômica por base; a democracia cultural por fim&#8221;.</p>
<p>(Astrojildo Pereira, ao definir as tarefas da inteligência brasileira, em 1945)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;<em>O PCB não se tornou o maior partido do Ocidente, nem mesmo do Brasil. Mas quem contar a história de nosso povo e seus heróis tem que falar dele. Ou estará mentindo</em>”.<br />
(Ferreira Gullar, durante os 60 anos do PCB)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><tt>(<em>Dedicamos este trabalho aos intelectuais, artistas e escritores que deram o melhor de seus esforços à construção de uma cultura identificada com aquilo que o povo brasileiro tem de melhor, ou seja, a sua criatividade e alegria</em>).</tt></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>                                                          I</strong> <strong></strong><br />
<tt>   </tt></p>
<p><tt>   Em 1922, a sociedade brasileira vivia uma extraordinária efervescência cultural e política, materializada pela fundação do Partido Comunista, pela inauguração da Semana de Arte Moderna, pelo Primeiro Congresso</tt> <tt>Feminista e, também, pela explosão da Revolta do Forte de Copacabana.</tt> <tt>Um ano de cortar o fôlego. </tt></p>
<p><tt>   O Partido Comunista - cuja trajetória nos interessa mais de perto aqui - surge então com uma dupla característica. De um lado, trata-se de</tt> <tt>uma agremiação política que se quer profundamente brasileira, com a proposta de se entranhar nas lutas sociais e nacionais. De outro, apresenta um perfil internacionalista, profundamente solidário dos povos em luta. Além do</tt> <tt>que, é um partido que ambiciona governar para os setores menos</tt> <tt>favorecidos da população, com a classe operária à frente. E tudo isso é</tt> <tt>muito novo, para os padrões do país e para a época. Se o Partido obteve ou não êxito em sua função, trata-se de outro problema. </tt><br />
<tt> De toda forma, com vocação para lutar pela democracia, conforme se verificaria com o correr do tempo, o Partido Comunista Brasileiro daria uma contribuição importante à vida</tt> <tt>nacional. Senão vejamos. Foi o primeiro agrupamento a defender, já em 1923, a</tt> <tt>implantação de uma reforma agrária entre nós (exigência essa que guarda</tt> <tt>ainda uma certa atualidade, ao menos no plano social). E foi também o primeiro a propor uma política</tt> <tt>relativamente ampla de alianças, conforme o atesta a formação do Bloco Operário</tt> <tt>Camponês (BOC, 1928) e da própria Aliança Nacional Libertadora (ANL,</tt> <tt>1935). Isso, para não aludirmos à criação, em 1967, da Frente Ampla,</tt> <tt>uma tentativa de combater a ditadura militar. Mais: a partir da chamada Declaração</tt> <tt>de Março de 1958, o PCB elege a democracia como o espaço para a</tt> <tt>superação da ordem vigente no Brasil. Foi com essa firme determinação</tt> <tt>que a maioria do Partido optou por derrotar politicamente – e não derrubar pela força das armas – a ditadura político-militar instalada no país desde 1</tt> <tt>de abril de 1964. Não deu outra, a História daria razão aos comunistas, apesar de o partido ter cometido alguns equívocos sérios no decorrer de sua história.</tt></p>
<p><tt>   Um dos herdeiros da tradição pecebista, no que ela possuía de positivo e também de negativo, o Partido Popular Socialista (PPS) dá</tt> <tt>continuidade histórica a algumas das propostas do PCB. Mas, de certa forma, sua entrada na cena brasileira também representa uma ruptura com</tt> <tt>determinadas práticas e mesmo concepções desse Partido. Pois o PPS compreendeu que a</tt> <tt>sociedade brasileira é plural, complexa, e que no caminho político nacional não há espaço para um modelo autoritário de partido único. E</tt> <tt>tampouco para exclusões de qualquer natureza. Nesse sentido, o Partido</tt> <tt>se quer continuidade, mas também mudança. Talvez até mais mudança do que continuidade, no entender de alguns.</tt><br />
<tt> A cultura sempre aproximou o PCB-PPS da população brasileira. Nos tempos mais agudos da clandestinidade, ela</tt> <tt>chegou a ser, praticamente, a única forma de o Partido estabelecer um</tt> <tt>vínculo permanente com a sociedade organizada. Sem dúvida alguma, o Partido ajudou, historicamenete, a conscientizar alguns de  seus melhores intelectuais para o fato de que entre a adesão pura e simples ao sistema e a indiferença em relação a esse mesmo sistema, a saída se encontrava na adoção de uma terceira posição. Ou seja, a atuação crítica para mudar a sociedade, aproveitando todas as brechas possíveis. No Manifesto do Partido Comunista, Karl Marx e Friedrich Engels demonstraram o lado avassalador do capitalismo, ao transformar "o médico, o advogado, o pregador, o poeta, o homem de ciência em trabalhadores assalariados". Já àquela época, a burguesia caminhava para ser a detentora dos meios de produção da cultura. Pelo mercado, ela tendia cada vez mais a controlar os passos dos intelectuais e artistas. Assim, somente a atividade política, explorando as contradições sociais inerentes ao sistema, é que poderia viabilizar a ultrapassagem do capitalismo, até chegar à realização de "uma associação em que o livre desenvolvimento de cada um será a condição para o livre desenvolvimento de todos". Essa a visão de Marx e Engels. </tt></p>
<p><tt>  Os comunistas não estão muito</tt> <tt>longe de ter uma concepção de cultura como uma espécie de estar no mundo, uma relação social entre indivíduos. Para os comunistas, a cultura é uma</tt> <tt>ferramenta de transformação do mundo real. E o homem, ator da sua</tt> <tt>própria história. Isso, em teoria. Mas a prática pecebista não apresenta nenhum corte entre o mundo real e a visão que se tem desse mesmo mundo. Prática e teoria como que se fundiram, nesse caso. A cultura une. O Partido soube entender que a sociedade é sempre maior do que o Estado e que é ela que produz cultura. Mais: que o capital impulsisona a cultura não tanto por estar interessado nela - e sim nos lucros que eventualmente poderá auferir. Mas quando o mercado se impõe como único critério, o capital, por seu turno, começa a travar o desenvolvimento da atividade cultural.  É bom aquilo que dá dinheiro e ponto final. </tt><br />
   <tt>Como explicar o engajamento político dos</tt> <tt>intelectuais e artistas brasileiros no Partido Comunista? Provavelmente não existe</tt> <tt>resposta única e acabada a essa pergunta. Certamente há por parte dos</tt> <tt>intelectuais uma postura generosa diante das mazelas sociais que</tt> <tt>afligem o país e um desejo de superá-las. Não há como negar tampouco que alguns deles enxergavam no socialismo uma possibilidade de realizar</tt> <tt>suas expectativas de trabalho, seus anseios profissionais, pelo menos de forma mais efetiva (apesar de, como observou o cientista político Paulo César Nascimento, muitos desses intelectuais e artistas já serem homens consagrados quando se aproximaram do PCB). Outros intelectuais e artistas,</tt> <tt>ainda, se sentiam atraídos pela possibilidade de contribuir para a formação da identidade brasileira. Ou talvez tudo isso junto, quem sabe. </tt><br />
   <tt>E convém salientar que os intelectuais – considerados por Antonio Gramsci como uma categoria cujo peso político ganhava autonomia em relação até mesmo às divisões de classes verificadas na sociedade burguesa, conforme veremos mais adiante – dificilmente se deixariam conduzir de forma subalterna pela direção partidária. Eis o que contribui, historicamente, para arejar o Partido, uma organização extremamente centralizada em alguns momentos de sua trajetória política. Nesse sentido, é interessante observar que a política cultural do Partido extrapola o</tt> <tt>próprio âmbito do Partido, ou seja, nada tinha de estreita, voltada para dentro. Em alguns momentos, é verdade, houve, atritos vigorosos com a intelectualidade nacional, mas o Partido compreenderia que era preciso respeitar a liberdade de criação dos artistas e intelectuais, sobretudo após os ventos libertários trazidos pela Declaração de Março de 1958, na esteira do desmoronamento do sistema stalinista. Assim, sua proposta cultural pleiteia, quase sempre, amplos setores da sociedade. A política cultural era encarada, ao menos em certos períodos da trajetória partidária, como uma política voltada para a sociedade e não para dentro do próprio Partido. E mais: era preparada ou estabelecida, sobretudo a partir de 1958, é sempre bom lembrar, pelos próprios criadores de cultura. Só assim o PCB (e, agora, o PPS, de certa maneira) pôde começar a se impor de fato na cena cultural brasileira. Ou seja, o Partido soube encontrar o necessário equilíbrio entre política e cultura, evitando tanto tratar a cultura como um apêndice da propaganda partidária, quanto esquecer que "a classe que é o poder <em>material</em> dominante na sociedade é, ao mesmo tempo, o poder <em>espiritual</em> dominante", conforme sinalizaram Marx e Engels no célebre A ideologia alemã. O Partido nunca se apoderou da máquina do Estado, ou esteve no Poder, é bem verdade; mas talvez tenha construído algo melhor. Vale dizer, uma sólida relação com a chamada sociedade civil, que ele buscava oxigenar com suas ideias e proposições. </tt></p>
<p><tt> Não seria muito complicado para O PCB estabelecer pontes entre a cultura elaborada pelos intelectuais e a prática política popular. Por uma razão: o Partido soube compreender, talvez instintivamente, que a síntese era a principal característica da cultura brasileira. Soube mover-se nesse ambiente. </tt></p>
<p><tt>   Não há exagero em afirmar que o Partido contribui para estruturar a cultura brasileira contemporânea, por intermédio de instrumentos como jornais, revistas, livros e grupos de teatro e cinema. Evidentemente, nem só de comunistas se compôs a cultura brasileira e nomes expressivos como Heitor Villa-Lobos, Mário de Andrade, Ariano Suassuna e Antônio Candido nunca pertenceram ao Partido. Mas é inegável que os comunistas são uma parte importante da identidade cultural brasileira (isto é aquilo</tt> <tt>que a caracteriza e diferencia das demais práticas culturais) ao longo do século XX, forjada sem dúvida pelos setores mais criativos da militância partidária. Eis o que talvez explique a</tt> <tt>presença de nomes tão ilustres da intelectualidade e da criação</tt> <tt>artística nacionais no PCB-PPS. Essa ligação com a intelectualidade</tt> <tt>era tão próxima que a crise do PCB significou também, em certa medida, a</tt> <tt>crise da própria cultura brasileira. Parafraseando o poeta, é</tt> <tt>impossível escrever a história da nossa cultura sem falar no PCB - sob muitos aspectos, uma espécie de partido da inteligência brasileira.</tt></p>
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<p><strong>                                                            II</strong><strong> </strong></p>
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<p><tt>   Vamos ver rapidamente o que entendemos por cultura.</tt></p>
<p>   O termo cultura possui uma longa história &#8211; tão longa quanta a história dos homens nunca é demais lembrar. Ligado inicialmente à idéia de cultivo &#8211; o que nos remete a algo naturalmente prático -, o termo cultura passou a designar, genericamente, as atividades relacionadas às coisas do espírito. Hoje o termo tende a sofrer uma nova mutação, refletindo um certo <em>estar no mundo</em>. Essa noção tem a vantagem de unificar aquilo que é prático ao que é também reflexão, e, mesmo, lúdico. A rigor, esse sempre foi o papel da cultura. O diferencial que pode emergir hoje é a autonomia crescente do fato cultural, impondo-se diretamente sem instituições intermediárias ou matrizes tradicionais, como as igrejas e o próprio Estado.<br />
   Enquanto conjunto de representações imaginárias e sensitivas da população, a cultura é, na verdade, uma forma de estar no mundo. Ou seja, um elemento gerador de identidades. Uma criação coletiva, a qual pressupõe um objeto e um sujeito (sem que haja dominação e, sim, interação, entre eles). Por isso, ela não pode ser reduzida à simples dimensão de um produto. Algo para a venda. Pois ela vai muito além disso – a cultura, pode-se dizer, estrutura nossas personalidades. Ela é depositária das nossas memórias. Das nossas recordações de infância. Dos ritmos, cores e cheiros da nossa vida. Dos nossos gostos, paladares, sonhos, tatos, devaneios, danças. Dos nossos olhares e dos nossos pesares. A cultura é tudo isso e muito mais. Ou seja, ela forja cidadãos &#8211; os mais completos possíveis. Cidadãos que se valem da sua principal arma: os cinco sentidos que humanizam o homem.<br />
  O Brasil se apresenta hoje como um dos países mais importantes do mundo, tanto em extensão territorial quanto em densidade populacional ou presença industrial. Mais: ao longo do século XX, o Brasil se configurou como um dos países mais criativos nos marcos da chamada cultura ocidental. Da arquitetura de Brasília ao Cinema Novo, da música de Villa-Lobos à Bossa Nova e à MPB, da Semana de Arte Moderna de 1922 ao Teatro do Oprimido e deste às manifestações esportivas as mais diversas, a cultura brasileira tomou parte ativa na construção do mundo moderno. Intelectuais, artistas, escritores e desportistas do porte de Oscar Niemeyer, Josué de Castro, Celso Furtado, Graciliano Ramos, Pelé, Jorge Amado, Guerra Peixe, Humberto Mauro, Milton Santos, Ferreira Gullar, Darcy Ribeiro, Glauber Rocha, Nelson Pereira dos Santos e tantos outros são admirados em vários pontos do mundo. Nesse sentido, a trajetória cultural brasileira nos parece tão vigorosa quanto aquela da Espanha republicana, a Espanha de Garcia Lorca, Rafael Alberti, Luis Bunñuel, Antonio Machado, Pablo Casals e Pablo Picasso. Ou aquela da Rússia, com Wladimir Maiacovski, Sierguei Eisenstein, Dziga Vertov, Marc Chagall, Malevitch, Maximo Gorki, Kandinsky e muitos outros. Ou ainda da própria Itália, com Antonio Gransci, Norberto Bobbio, Italo Calvino, Vittorio de Sica e a turma do neorrealismo, Umberto Eco. Isso, para não aludirmos à verdadeira explosão de criatividade manifestada pela cultura judaica na Europa Central, revelando ao mundo nomes como Franz Kafka, S. Freud, G. Lúkásc, Walter Benjamin e W. Reich – todos homens de expressão alemã.</p>
<p>   Sem medo de errar, diríamos que Brasil, Espanha, Itália, Rússia e Europa Central foram os grandes centros irradiadores da modernidade neste século XX. E, não por acaso, essas áreas enfrentaram a fúria do autoritarismo, tiveram seus destinos marcados pela truculência política. Mas não se dobraram. A cultura, no fundo, é o outro nome da liberdade.</p>
<p>   A cultura tem um papel de destaque na luta mais geral pela reconstrução do Brasil, sobretudo na era da sociedade do conhecimento e das chamadas indústrias criativas. A extensão dos nossos problemas é realmente preocupante, tamanha a velocidade do desmoronamento da esfera pública no Brasil. Há uma verdadeira esquizofrenia social entre nós. Os números e indicativos econômicos são alvissareiros, alardeia uma certa imprensa &#8211; mas a tensão social só faz aumentar, a verdade é essa. Cerca de 50 mil pessoas são assassinadas por ano no país. Outras 40 mil &#8211; os números são de 2011 &#8211; morrem anualmente em acidentes de trânsito. O fosso entre aqueles que muito possuem e aqueles que praticamente nada possuem só faz crescer e o mesmo acontece com a desesperança no coração das pessoas. Impressiona o número de jovens desempregados e a falta de perspectivas de muitos deles: dados oficiais admitem que metade dos jovens entre 18 e 24 anos não encontra trabalho. O cinismo de determinados governantes, a decadência que toma conta das nossas ruas, tudo isso assusta o povo brasileiro. O Estado vai para um lado e a sociedade para outro, em uma valsa do desencontro. A cultura talvez possa estabelecer determinadas pontes.</p>
<p>   Nós arriscaríamos até a dizer que houve um tempo em que se discutia a questão agrária, a questão do voto eleitoral para este ou aquele setor da sociedade, debatia-se até mesmo a questão das relações raciais &#8211; tudo sob a ótica da chamada questão nacional. Classificar uma questão como <em>nacional </em>era, a rigor, uma maneira de salientar sua importância para o momento presente. Sua dimensão estrutural, digamos. Outro não era o sentido das <em>reformas de base</em> no Governo Jango, às vésperas do Golpe de 64. Hoje, com a ampliação do desgaste das instituições e das funções do Estado e o acúmulo de problemas em todos os setores da vida do país, nós quase ousaríamos dizer que o Brasil é, por si só, uma questão nacional&#8230;brasileira. No sentido de que o país todo precisa urgentemente ser questionado por cada um de nós, em suas múltiplas práticas.</p>
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<p><em>                                                          </em><strong>III</strong><br />
   No Brasil, podemos afirmar que a cultura se antecipa à própria formação do Estado Nacional. Assim, há um sentimento de brasilidade que permeia a obra de artistas e criadores como Tomás Antônio Gonzaga, Padre José Maurício, Aleijadinho e Manoel Victor de Jesus bem antes de a Independência ser declarada, em 1822. A poesia, a música, a pintura, a escultura são tocadas pelo sentimento independentista, libertário (até hoje a paisagem cultural de Minas Gerais nos fascina por isso).</p>
<p>   Contrariamente ao que alguns afirmam, podemos observar que a cultura brasileira está assentada sob bases antigas. Os mitos indígenas, os orixás africanos, a língua portuguesa possuem centenas, senão milhares de anos de existência. E todos nós reconhecemos nesses símbolos algumas das referências culturais mais marcantes do homem brasileiro. Iemanjá nos é tão familiar quanto a palavra saudade ou a dança do cateretê. E o que é ainda mais impressionante: em qualquer ponto do país, qualquer brasileiro reconhece ou se identifica com essas manifestações.<br />
   Se as nossas raízes são antigas, a síntese cultural &#8211; isto é, os seus galhos &#8211; é que é propriamente nova, um fato de novo tipo. O Brasil, foi, provavelmente, o primeiro país a moderno operar uma síntese desse porte, unificando culturas dos mais diferentes horizontes.<br />
   E esse pioneirismo, como todo pioneirismo que se preza, desnorteia. O que somos nós, concretamente? – eis uma pergunta nem sempre muito simples de se responder. Uma nova Roma, como queria o antropólogo Darcy Ribeiro? Uma extensão do Ocidente, como postulavam alguns autores do Século XIX ? Talvez tudo isso reunido. Um país onde todos os continentes se encontram, como todas as nuvens se cruzam no céu. Daí, talvez, o fascínio que a cultura brasileira exerce no mundo. Fomos &#8211; e somos &#8211; um verdadeiro laboratório da globalização. A história da nossa cultura é a história da nossa adequação a esse novo ambiente. E iremos continuar assim, ao que tudo indica.</p>
<p>   Uma cultura das quatro sínteses, a nossa: entre a teoria e a prática; o erudito e o popular; o tradicional e o moderno e, finalmente, sendo uma cultura que promove a fusão entre sensibilidades de diversos horizontes étnicos e geográficos.</p>
<p>   Não seria tão difícil assim, compreendendo isso, que o PCB-PPS, em muitos momentos de sua trajetória, se fundisse com essa cultura.</p>
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<p><em>                                                             </em><strong>   IV</strong></p>
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<p>   A cultura abre o caminho para as grandes transformações sociais. Historicamente tem sido assim em vários pontos do mundo, conforme se pode verificar ao examinarmos as grandes revoluções Francesa (1789) e Russa (1917) e seus estupendos intelectuais e artistas. Do filósofo Rousseau ao poeta Maiacovski, do revolucionário Saint Just ao não menos revolucionário Lênin e deste ao romancista Máximo Górki ou o cineasta Eisenstein e o pintor Marc Chagall. Isso, para não aludirmos aos movimentos culturais e utópicos que embalaram o sonho desses homens, tenham eles o nome de Iluminismo ou Futurismo. A cultura anuncia o novo. É da sua natureza. A cultura, sendo coletiva, também dá ao homem uma dimensão da sua individualidade. Nesse sentido, ela é um ponto de interseção entre o particular e o geral.</p>
<p>  Com efeito, o conhecimento, enquanto expressão da criatividade e da observação, tende a marchar com as mudanças, senão à frente delas. É o que demonstra a experiência recente da História, tanto no plano das transformações políticas &#8211; com a participação destacada de tantos formuladores e militantes provenientes das diversas áreas da cultura e da criação nas revoluções contemporâneas &#8211; quanto no terreno das mutações tecnológicas que a ciência vem promovendo no mundo. Um revolucionário rigoroso como Vladimir Lênin chegou a dizer &#8211; referindo-se em 1902 à natureza da organização dirigida por ele &#8211; que não deveria haver diferença entre a ação revolucionária dos operários e dos intelectuais no interior da agremiação, formada por profissionais da agitação política. E esse processo da presença das forças portadoras de conhecimento sobre a cena política e econômica só fez se aprofundar na passagem para o século XXI. Ainda que a sociedade seja o palco por excelência das contradições sociais, essas também ocorrem no plano das idéias. Ou &#8220;o ideal não é senão o material transposto e traduzido na mente humana?&#8221; (Karl Marx).<br />
   A História ensina que há fortíssimas ligações entre cultura e liberdade. Os períodos mais livres da trajetória brasileira foram também os mais profícuos. E, por vezes, o simples fato de se desejar a liberdade já configura uma realidade suficientemente poderosa para aguçar os nossos espíritos. Ou a Inconfidência Mineira não teve um impacto extraordinário sobre a nossa vida cultural? Quantos não se dedicaram às artes na região das Gerais, embalados pelo sonho libertário? Citaríamos ainda como exemplo, na fase contemporânea, os chamados anos dourados, a Era JK. Cinema Novo, a arquitetura de Brasília, a Bossa Nova, a explosão do esporte são conquistas dessa época – uma época indiscutivelmente livre.</p>
<p>   E a História ensina também que o espírito crítico é condição básica para a criação. Dos vários caminhos que se apresentam ao artista &#8211; que vão da negação de tudo à aceitação pura e simples das regras do jogo -, sem dúvida aquele da inserção crítica na realidade tem se revelado o mais produtivo. Ou a arte não seria a eterna busca da harmonia e do ponto de equilíbrio.<br />
  E não podemos esquecer tampouco as ligações marcantes entre cultura e criação popular, de um lado, e prática erudita de outro – sem nos esquecermos ainda da ligação desse bloco com a chamada indústria cultural, que possui inegáveis aspetos de democratização do conhecimento. Prova maior disso é o caráter de cultura fronteiriça – aquela em que o criador tem um pé em cada margem do rio – de boa parte da produção artística brasileira. O músico Alfredo da Rocha Vianna, o Pixinguinha, era um artista fronteiriço e o mesmo se pode dizer de Heitor Villa-Lobos. O escritor Machado de Assis também tinha essa dupla natureza &#8211; e a afirmação é válida ainda para o dramaturgo Ariano Suassuna e o romancista Lima Barreto. Entre os pintores, Cândido Portinari era um homem do povo e Tarsila do Amaral, nascida em uma abastada família de plantadores de café de São Paulo, soube ir ao encontro das nossas origens populares. O poeta Ferreira Gullar também possui essa natureza duplicada. O mesmo diríamos do compositor e escritor Nei Lopes. Ou seja, todos esses artistas mesclavam aparato erudito, técnica altamente sofisticada e sentimento popular. Alguns partiam do popular em direção ao erudito – outros faziam o caminho inverso. Mas todos se encontravam na tênue linha da fronteira. Não há contradição nisso.<br />
  Ainda em relação à importância fundamental da liberdade, defendemos a posição de que a cultura salvou muitas vezes o povo brasileiro do isolamento, sobretudo nos anos terríveis da ditadura militar. Foi a sua alegria de viver, em meio àquela escuridão. Por intermédio da cultura se respirava. Afinal, não se pode colocar uma cultura inteira na cadeia.</p>
<p>  A atividade cultural é fundamentalmente agregadora. Agindo em estreita ligação com a esfera da educação e da própria comunicação, a cultura talvez seja o grande elemento de união dos povos neste século XXI.<br />
  Muitos são os desafios enfrentados pela cultura. A prática cultural, como sabemos, não satisfaz a uma necessidade puramente material e, isto sim, à realidade da criação. Esse o seu compromisso básico. Eis o que se choca, naturalmente, contra o espírito do capitalismo, a sua lógica perversa que tudo arrasta “para as águas geladas do cálculo egoísta”, conforme Karl Marx e Friedrich Engels haviam assinalado no Manifesto do Partido Comunista de 1848. Mas é preciso criar, criar mais e sempre, pois temos consciência de que a sociedade é a única fonte geradora de cultura e que o Estado deve se limitar a ajudar a alavancar a criatividade das pessoas. E não apenas isso: o Estado deve evitar a qualquer preço direcionar a atividade cultural ou artística. Sabemos todos onde isso vai dar.</p>
<p>   A política tem estimulado a cultura e mesmo a reflexão filosófica mais profunda: desde pelo menos a Revolução Francesa, para nos atermos ao início da chamada modernidade, não foram poucas as obras de valor escritas no calor da luta, já insinuamos mais acima. A inteligência como sinônimo das mudanças. Autores como Jean-Jacques Rousseau, Karl Marx, Frantz Fannon, Erich Fromm, Norberto Bobbio, Adam Schaff são patrimônio da Humanidade. As artes plásticas e cênicas tampouco deixam de nos impressionar. Casablanca é um filme político &#8211; e também uma obra-prima. Guernica, de Pablo Picasso, talvez seja o grande quadro do século XX. O teatro de Bertolt Brecht encanta as platéias do mundo inteiro. Um livro como Dr. Jivago emociona ainda hoje, pelo seu caráter épico e libertário. Alberto Giacometti buscando inspiração na África para suas esculturas magníficas. Erudito e popular. Nacional e regional. Moderno e tradicional. Criatividade acima de tudo; a cultura como humanismo que é. A cultura vem derrubando essas barreiras de tempo e lugar, devido à sua vocação universal, ao seu desprezo pelas amarras, uma vez que abrange toda a existência humana. As idéias socialistas postas em prática durante o processo revolucionário russo tampouco escaparam a esse esquema, muito pelo contrário: &#8220;a doutrina socialista nasceu das teorias filosóficas, históricas, econômicas elaboradas pelos representantes instruídos das classes proprietárias, pelos intelectuais&#8221;, asseverou Lênin no seu célebre O que fazer?.<br />
   Diríamos ainda que a experiência das democracias representativas revela uma nítida ligação entre participação eleitoral progressista e acesso ao conhecimento. Ela demonstra que ali onde a educação se cristalizou o voto conservador encontra mais dificuldades em se expandir, mesmo em algumas faixas de renda consideradas mais elevadas da população. E o inverso também é verdadeiro: o posicionamento político mais avançado se depara com muitas barreiras em áreas e setores carentes de instrução, informação e acesso à ciência e à cultura. Assim, o &#8220;corte&#8221; não se opera somente no plano da renda ou mesmo da inserção na esfera produtiva, tendo também importância crescente as questões relacionadas ao modo de vida, ao pleno usufruto do conhecimento. A desinformação dá as mãos ao conservadorismo enquanto a instrução abre via para a conscientização social. Isso é fato. Após a catástrofe nazi-fascista, não dá para afirmar que um movimento é progressista pelo simples fato de arrastar multidões. A experiência iranianante rece também se encaixa nesse modelo, a intervençao popular sendo desviada para um processo teocrático, profundamente reacionário..<br />
  Independentemente dos atores e das conjeturas políticas, a luta não cessará enquanto o trabalhador continuar sendo alijado dos meios de produção e recebendo pelo seu esforço um valor abaixo daquilo que de fato ele produz. Esse afinal o grande embate.</p>
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                                                        <strong>     V</strong></p>
<p>   Se a palavra e a imagem formam um poder, sobretudo nos dias que correm, como reunir os homens de cultura, que têm uma tendência, por vezes, a realizar seu trabalho de forma quase isolada? A própria realidade vem dando algumas respostas a isso, por intermédio das diversas associações e grêmios artísticos, grupos de reflexão filosófica e científica, formações folclóricas, escolas de arte, bandas de música, centros culturais, e ainda universidades, colégios, academias, conselhos e sociedades profissionais, jornais e revistas de cultura impressos ou eletrônicos &#8211; revelando que o fazedor de cultura também sabe se equilibrar entre a necessária inserção em uma coletividade e a imperiosa expressão de uma individualidade. Assim as idéias e as ações podem perfeitamente caminhar juntas. Afinal, conforme lembrou certa vez o psicanalista Erich Fromm, o ser humano nasce só e morre só &#8211; mas vive junto com os demais. &#8220;Somos feitos uns para os outros&#8221;, vaticinou Marco Aurélio e essa é uma regra básica da nossa existência. O Eu é também o Outro. Assim se forma o nós. Os nós.<br />
  Que fique claro, no entanto, que nenhum setor pode falar em nome de toda a sociedade, e muito menos se arvorar em redimi-la. A noção de sujeito histórico pode ser considerada, nesse sentido, mais uma mistificação.<br />
   Seja como for, a História demonstra que, sob o regime feudal, havia duas grandes classes sociais: os senhores e os servos da gleba. Mas foi o artesão — de onde se originou tanto o burguês quanto o proletário — que desempatou a disputa: o capitalismo realmente revolucionário surgiu da esfera produtiva capitaneada por esse artesão, nos burgos. Sob o regime capitalista, em sua fase atual, ocorre o mesmo: burgueses e proletários disputam espaços na sociedade, mas o fazedor de cultura, de ciência e de tecnologia é aquele que aponta frequentemente as saídas. Ainda que não represente o setor majoritário da sociedade hoje. Mas seu peso qualitativo é inegável.<br />
   O trabalho material está no imaterial e o imaterial no material. A mercadoria não é um mero objeto e sim uma relação social, resultante da ação do capital nas sociedades contemporâneas. E, a rigor, o que vai importar é a relação que o trabalho humano estabelece com o capital. É isso que o torna produtivo ou não. Em grande parte dos países centrais &#8211; e, também, em algumas áreas consideradas emergentes do ponto de vista econômico -, os trabalhadores da ciência (engenheiros, pesquisadores, técnicos), os professores dos mais diversos níveis, os intelectuais e artistas, os artesãos representam um contingente cada vez mais significativo no conjunto da massa trabalhadora do século XXI. Inversamente, o papel da classe operária tradicional tende a se reduzir, passando, na França, de quase 40% do conjunto dos trabalhadores para algo em torno de 25%, no espaço de apenas três décadas (isto é, do final dos anos 70 do século XX a meados da primeira década do século XXI).</p>
<p>   No Brasil, o chamado setor secundário representa apenas 16% do total da população economicamente ativa. A Revolução Industrial soterrou a escravidão e submeteu a seus fins o campesinato tradicional. A Revolução Técnico-Científica em curso &#8211; ao alargar as fronteiras do trabalho em direção a atividades de cunho mais cultural, científico, técnico e artístico &#8211; vai tornando obsoleta, desta feita, faixas consideráveis do próprio trabalho operário tradicional. Não é o fim do trabalho &#8211; mas a entrada em cena do trabalho criativo em faixas cada vez mais consideráveis da produção, em substituição ao trabalho embrutecedor, àquelas tarefas mais duras e repetitivas. A massa cinzenta é a matéria-prima da sociedade do conhecimento. &#8220;Na medida que a grande indústria se desenvolve, a criação efetiva de valor passa a depender menos do tempo ou do montante de trabalho empregue e mais do poder dos agentes postos em ação durante o tempo de trabalho, agentes esses cuja &#8220;poderosa efetividade&#8221; está por sua vez fora de qualquer proporção com o trabalho direto gasto na sua produção, dependendo antes do estado geral das ciências e do progresso da tecnologia, ou seja da aplicação da ciência à produção&#8230;&#8221; Esse trecho foi escrito por Karl Marx em 1858.</p>
<p>  Não dá para imaginar uma esquerda contemporânea sem repensar o papel do homem na economia e sem uma reforma democrática do Estado. Algo que caminhe no sentido de aproximar governantes e governados. E que aponte para uma situação &#8211; como queria Marx &#8211; que implique a administração das coisas e não dos homens. Como também não dá para imaginar uma esquerda moderna sem estender a democracia ao cotidiano, fundindo formas tradicionais de representação com a adoção de plebiscitos e práticas de poder local (e por isso entendemos poder exercido nos locais de trabalho, estudo, moradia). Mais: não dá para entender uma democracia que não questiona a divisão da renda, hoje tão favorável ao capital, em detrimento do trabalho.<br />
   O conhecimento é um meio de produção e como ele pertence ao trabalhador abrem-se perspectivas novas para ele. Ainda que o capitalismo tenha sempre integrado o saber às suas práticas produtivas, é também verdade que nunca o fez tanto como agora. Se, por um lado, é fato que o capital tem uma tendência a suprimir trabalho humano, por outro, é preciso constatar que ocorre uma mudança profunda no próprio caráter do trabalho, com a entrada em cena do trabalhador do conhecimento. Mesmo que continue a produzir um valor superior àquele de sua força de trabalho, a gerar mais-valia, a presença do trabalhador do conhecimento resulta de uma inegável ampliação do campo produtivo. E como o que cria valor é a parte do capital investida na força de trabalho, a renovação atual vem se dando na esteira do conhecimento. Mais, até: esse novo tipo de trabalhador corresponde a mutações que se processam na base material do capitalismo, notadamente a automação, a qual exige do trabalhador uma qualificação cada vez maior, enquanto aponta para a base técnica de um mundo sem classes sociais antagônicas. A chamada sociedade do conhecimento &#8211; com seus novos sujeitos e suas novas tecnologias &#8211; colabora mais para desintegrar do que para conservar o capitalismo, ao menos o capitalismo tradicional, industrial. Trata-se de um motor poderoso. Além do que, em setores importantes da produção a autonomia do trabalhador é cada vez mais real.<br />
   A outra ponta &#8211; nunca é demais lembrar &#8211; também revela uma realidade para lá de verdadeira: a precariedade do trabalho humano e a concentração do capital conhece um surto jamais visto na História. Dados da ONU destacaram, há alguns anos, que apenas 358 pessoas na Terra detinham mais recursos do que metade da população mundial. E apenas três indivíduos &#8211; isso mesmo: três indivíduos &#8211; possuem um capital equivalente ao produto interno bruto anual de 40% dos países. Em setembro de 2008, a ONU revelava mais um dado estarrecedor: um bilhão e 400 milhões de pessoas no mundo viviam com menos de 1,25 dólar! E aumenta também a defasagem entre as nações desenvolvidas e as regiões mantidas à margem, praticamente, das vantagens do desenvolvimento social e econômico. E, muitas vezes, das condições mínimas de sobrevivência: afinal, cerca de um bilhão de pessoas &#8211; um sexto da humanidade, praticamente &#8211; sequer possuem água potável para beber.<br />
  A desigualdade como a outra face do desenvolvimento &#8211; ao menos desse tipo de desenvolvimento. Seja como for, em um palco em constante movimento, acontece a mudança também constante do papel dos atores.</p>
<p>   Conforme destacou o pensador palestino Edward Said, o revolucionário italiano Antonio Gramsci foi quem &#8220;pela primeira vez viu os intelectuais, e não as classes sociais, como essenciais para o funcionamento das sociedades modernas&#8230;&#8221;. Com efeito, Gramsci analisava o papel histórico dos intelectuais, dividindo-os em intelectuais tradicionais &#8211; professores, clérigos, administradores em geral &#8211; e intelectuais orgânicos &#8211; aqueles mais diretamente ligados a interesses de classes, dominantes ou subalternas. Ora, a sociedade do conhecimento é o campo por excelência da atuação desse último tipo de intelectual ou fazedor da cultura &#8211; esse o ponto que queremos destacar. Nas indústrias do conhecimento, a que mais cresce nas chamadas sociedades centrais, o papel do intelectual no sentido gramsciano do termo não para de crescer. O sociólogo norte-americano Wright Mills percebeu igualmente essa mutação, dedicando-se ao estudo do &#8220;aparelho cultural&#8221; por enxergar nos intelectuais &#8220;uma possível agência de mudanças&#8221;.<br />
  E talvez fosse o caso de se dizer ainda: o grande denominador é a cultura. Precisamos de um algo como um Partido do Conhecimento, que reconhece o papel cada vez mais central exercido pela cultura. Pois é ela que estrutura a vida contemporânea, define as opções e, finalmente, projeta novos atores sobre a cena social, economia e política.<br />
  O velho Antonio Gramsci ensinava que o intelectual sabe, mas não sente. E que o povo sente, mas não sabe. é fundamental começar a romper com essa dicotomia. A própria cultura aponta aqui e ali para isso. Essa, talvez, a maior revolução cultural do século XXI. Uma cultura fundamentalmente humana. Afinal, a História ensina que o homem se faz homem pela cultura. É por intermédio dela que ele se desgarra da natureza, aventurando-se pelo caminho da criação e da beleza. Pelos caminhos da vida. Doravante, o cultural e o natural são inseparáveis no homem.<br />
  O homem é a soma de<em> todas</em> as suas experiências sociais. É aqui que entra a cultura, como fator que agrega sentido às nossas vidas. Entendemos que a cultura não tem como ser reduzida à mera produção de artigos para a venda. Vale dizer, a cultura é, acima de tudo, um <em>posicionamento diante do que aí está</em>. E ela só faz unir, o que é ainda melhor.<br />
  É o que muitos desejam: que a cultura corresponda à identidade do homem. O mínimo que podemos dizer é que essa identidade &#8211; ao menos no que toca ao homem brasileiro &#8211; está profundamente comprometida. A nossa auto-estima encontra-se severamente abalada. Não que tenhamos parado de criar. Afinal, exemplos nesse sentido não faltam. Mas é impossível negar: há uma inquietação no ar. Estamos perdendo a nossa cordialidade e a cultura do crime que se espalha pela sociedade, parece, por momentos, querer destruir a nossa alma, o nosso patrimônio civilizatório.<br />
   Dialeticamente, a vida põe e dispõe. Assim, experiências recentes levadas a cabo em determinadas prefeituras e estados brasileiros, ou implementadas por organizações do chamado terceiro setor e do poder local &#8211; apoiadas em rede cada vez maior de cursos voltados para a dança, a música, as artes e o artesanato em geral, dentro e fora das escolas &#8211; demonstram que há luz no fim do túnel. E também revelam esses experimentos que a violência recua &#8211; e o faz drasticamente, por sinal &#8211; diante da recuperação (e em certos casos até da criação, para lá de desejável) de uma real identidade por parte das pessoas. Pois identidade é crucial e implica constante criação. Como sabemos, nada é estático na vida. Um povo que não se afirma, que não cultiva o amor-próprio ou abre mão de pensar por sua conta e risco, está fadado a viver novas aventuras autoritárias. A História ensina que tudo que é feito violando o contexto cultural raramente alcança êxito.<br />
   Cultura e política atuam na comunidade. Isto é, dividem o mesmo espaço. Ajudam a mudar a vida. Ajudam a mudar de vida. E a vida tem mostrado que a cultura precisa da política para ultrapassar por vezes a erudição acadêmica e o tecnicismo e a política precisa da cultura para não se limitar a ser a arte da manutenção do poder a qualquer preço. Nada melhor do que a cultura para dar uma razão à nossa existência. A cultura cria. A cultura indaga. A cultura inclui. A cultura combate enfim pelo homem, lutando à sua maneira por uma nova ordem ambiental mundial, pelo fim da opressão das minorias, pelo bom combate sempre.</p>
<p>   As sociedades são submetidas a determinadas leis e essas leis são mutáveis. Essa, a única certeza que temos em relação a elas. Assim, questionamos hoje cada vez mais o que comemos e o que vestimos. A maneira como moramos e nos transportamos. São sinais claros de mudança de marco civilizatório, que nada mais é do que a busca por uma forma de se viver em níveis razoáveis de harmonia e bem-estar. Estamos mudando e queremos mudar mais. Nesse processo, não se pode negar que o espaço para o afeto nas relações privadas e/ou familiares contribui para irrigar de tolerância e concórdia a sociedade em seu conjunto. Isso também é mudar.<br />
  Atualmente, existe como que um retorno às formas de produção presentes na segunda metade do século XIX até o começo da segunda metade do século seguinte. No sentido de que é possível cumprir determinadas funções de trabalho de modo quase autossuficiente (mas não isolado). Só que o produtor, dono do capital, controla o processo produtivo com um aparato tecnológico infinitamente superior.<br />
   As classes — e as lutas entre elas — só poderão ser superadas historicamente por relações de trabalho que deixem de recorrer à exploração do homem pelo homem —, como já o aponta o recurso à robótica. Somente uma nova base material pode sustentar, no topo, relações de produção de outro tipo. Em 1917, na Rússia, durante a primeira grande rebelião proletária, havia as condições políticas para a Revolução — mas não tinham despontado ainda as condições econômicas. O Ocidente era mais avançado em matéria de desenvolvimento econômico &#8211; mas não em conteúdo político-revolucionário. É como se a Revolução Russa tivesse colocado a política na frente da economia (ou das forças produtivas) e o Ocidente capitalista fizesse justamente o contrário disso.<br />
   Se o desenvolvimento das forças produtivas é muito mais favorável atualmente às mudanças — devido ao nível técnico da produção, ademais altamente socializada —, perdemos não obstante, momentaneamente, as condições políticas. Contudo, a base material para uma nova sociedade — a sociedade da cooperação — já está dada. Ao menos tecnicamente. É um alento. Uma razão para o otimismo.<br />
   Vale dizer, o capitalismo só vicejou porque forjou uma base material própria — a unidade fabril. A sociedade da cooperação também precisa forjar a sua, desenvolvendo a automação, tornando desnecessária assim a exploração do trabalho de um homem por outro. As máquinas a serviço do homem e não do capital. E essa é uma grande esperança. E esperanças são símbolos. Mas é preciso buscar a adequação entre os diferentes níveis da realidade. E isso não se faz sem clareza.</p>
<p>   Assim, é preciso irrigar de cultura o terreno da política, em ampla mobilização para humanizar o próprio homem.</p>
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<p>                                                      <strong>    VI</strong></p>
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<p>   Se, no século XIX, o movimento anarquista correspondeu a uma forma artesanal da organização do mundo do trabalho, e o próprio movimento comunista, no século XX, à chamada fase da indústria pesada, impõe-se hoje dar nascimento a uma maneira de fazer política que incorpore ou traduza as mudanças que se operam a partir da revolução técnico-científica. Fundar o agrupamento ou o partido &#8211; se aceitamos o termo &#8211; da era pós-industrial, quando o homem transfere para a máquina não apenas uma parte da sua capacidade muscular como também funções da sua própria inteligência. Eis o desafio. E enquanto o homem for o único problema teórico para o próprio homem, esse desafio existirá sempre. &#8220;Sou eu mesmo o material do meu livro&#8221;, já reconhecera Montaigne.<br />
   Que cada um de nós escreva sua própria história — esse o núcleo do novo processo civilizatório, o qual bate de frente com a alienação presente nas sociedades contemporâneas, onde o êxito social algumas vezes se dá em detrimento da felicidade pessoal e o trabalho de muitos é apropriado por poucos. Ao se valer de cada um dos seus sentidos, o homem se humaniza, cria e também se liberta. Sem fazer tábua rasa da biologia, convém salientar que a natureza do homem é também &#8211; e fundamental e profundamente &#8211; cultural. O homem é sempre a soma de todas as suas experiências sociais. Os homens não se dividem entre nobres selvagens de um lado e pessoas naturalmente más de outro. De forma muito mais complexa, os homens, instintivamente, ora se comportam de maneira mais individualista, ora de modo mais coletivo. Ou seja, o social e o biológico caminham juntos &#8211; mas é normal que haja, aqui e ali, alguns desencontros. E nada é mais justo, aos olhos de quem trabalha, do que almejar melhorar a vida.<br />
   Que o sonho de cada um possa ser medido pelo &#8220;amor que move o sol e as demais estrelas&#8221; (Dante Alighieri).<br />
  A democracia &#8211; sem adjetivos de tipo algum &#8211; é o novo nome do sonho. E o novo sonho só pode ser herdeiro daquilo que a Humanidade produziu de melhor. Ou seja, de todas suas tentativas conscientes de barrar a espoliação humana e dar um sentido às nossas vidas. Da filosofia grega à sensibilidade dos poetas latinos. Do espírito comunitário dos povos ditos primitivos e tradicionais ao espírito de comunhão das diversas religiões. Do Renascimento, sempre atual, uma vez que remete o homem ao próprio homem. Do Iluminismo também. Do marxismo (e suas partes integrantes), que investiga as causas objetivas da exploração do homem. Da psicanálise, que examina as razões subjetivas do sofrimento deste mesmo homem, como já se falou. Do sopro libertário das diversas descolonizações. Do Sermão da Montanha, documento central da universalidade. Da Declaração Universal dos Direitos Humanos, documento central da contemporaneidade. Da contracultura no Ocidente, apesar da ambiguidade do termo. Da beleza da Arte, pois como disse um pensador &#8220;um dos principais motivos da criação artística é certamente a necessidade de nos sentirmos essenciais em relação ao mundo&#8221; (Jean-Paul Sartre). Do respeito devido aos idosos, às crianças e a todos os demais indefesos. E também do novo papel social adquirido pela mulher. Dos embates sindicais, operários e camponeses e seus anseios por justiça, igualdade de oportunidades e divisão das riquezas. Do retorno a formas de vida mais próximas de suas fontes naturais (sem esquecer que um processo de mudanças — ainda que não se resuma à ética, é bem verdade — tampouco pode prescindir dela). Da memória e das paixões de todos nós, homens de boa vontade, enfim.</p>
<p>   Precisamos de um novo relacionamento com os homens e as coisas que os cercam &#8211; e o novo se alimenta do velho. O passado se infiltra no presente das sociedades como a lembrança se incrusta na vida mental das pessoas. Pois a vida cessa quando cessam a continuidade e a memória.<br />
  A teoria inseparável da ação. Teorias não podem tudo. Conforme disse o pintor português Almada Negreiros: &#8220;Quando eu nasci já estavam escritas todas as teorias para salvar a Humanidade. Faltava só salvar a Humanidade&#8221;.</p>
<p>   A questão passa então por detectar quais as novas forças emergentes e de que meios elas dispõem para implementar as mudanças.<br />
  O desafio hoje implica, justamente, reunir todas essas lutas reformadoras; dar-lhes um espaço ou um denominador comum. Ou seja, montar uma nova formação política, até como maneira de se romper com a fragmentação presente nas práticas sociais atuais. Uma nova formação no conteúdo e na forma. Que incorpore as novas tecnologias, como elemento de consulta e participação, a exemplo das possibilidades abertas pelas redes e conexões estabelecidas pela internet e meios correlatos de comunicação, expressão e também de atuação. A reunião entre indivíduos tende, com efeito, a se revestir cada vez mais de comportamentos novos. Os lugares de convivência estão mudando, deslocando-se das passeatas, dos comícios ou até mesmo dos anfiteatros e dos cafés para as redes. Mas mesmo assim não deixam de ser lugares. Essas redes, que podem se transformar em uma espécie de novo organizador coletivo, como outrora o jornal revolucionário, não se contrapõem à política &#8211; antes a revigoram; pois não existe sociedade sem política. É possível fazer convergir as antigas formas de encontro com as novas. Aí estão as mudanças no Oriente Médio como exemplos disso. E é preciso ainda criar mecanismos que viabilizem a presença da sociedade nos órgãos influentes da nova formação, independentemente até mesmo de filiação partidária ou não. Enquanto entidade privada, a nova formação tem que ser um instrumento da sociedade junto ao Estado e não o contrário. A sociedade é sempre determinante. Na realidade, ela é a grande geradora de cultura, tecnologia e informação.<br />
  Fortalecendo cada vez mais a sociedade civil, forçosamente plural, a nova formação política trabalhará para enfraquecer aos poucos o Estado, a ponto de torná-lo socialmente desnecessário e obsoleto. Ela fará a ligação ou intermediação entre o estado e a sociedade organizada. Ela será a agremiação da sociedade do conhecimento, com os criadores de cultura, ciência e informação como atores sociais imprescindíveis. Será a agremiação, em suma, da luta pelo fim de toda e qualquer subordinação: da maioria pela minoria; da sociedade civil pelo Estado; de quem trabalha por quem não trabalha; da mulher pelo homem; de uma pessoa por outra enfim.</p>
<p>   Opor ao estado de coisas atual uma resistência firme e serena, de pequenos, porém, decisivos passos. Uma resistência que talvez não seja lá muito heróica ou espetacular &#8211; mas que pode se revelar eficiente, radical e profunda. Ademais, as mudanças lentas e graduais são muito mais frequentes e estão muito mais presentes sobre a cena histórica do que as mudanças abruptas, conforme costuma lembrar o revolucionário brasileiro Armênio Guedes &#8211; para quem o conceito de esquerda, por exemplo, não é nem um pouco fixo, variando historicamente como qualquer outro. E são essas mudanças e esses conceitos frutos de consensos e negociações de longo prazo. Não se impõe nada a ninguém &#8211; nem mesmo a liberdade.</p>
<p>   &#8220;E, no entanto, se move&#8221; (Galileu Galilei). Suavidade nos métodos e radicalidade nos objetivos. Espírito crítico e ação rebelde sempre – com a cultura, em sentido amplo, no centro de tudo.</p>
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<p><strong>                                                           VII</strong></p>
<p>   <tt>Esquematicamente, eis o que foi possível apurar em nossos apontamentos, que visam apenas mapear a atuação do PCB-PPS na área da realização cultural, sempre ressaltando que os comunistas não foram os únicos a produzir cultura no Brasil:<br />
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<tt><strong>-1922-1927</strong></tt><tt> – O PCB - nunca é demais lembrar - foi fundado no mesmo ano</tt> <tt>da Semana de Arte Moderna. Alguns modernistas</tt> <tt>se aproximariam ou mesmo adeririam ao Partido, como a pintora Tarsila</tt> <tt>do Amaral e o pintor Di Cavalcanti – o idealizador da Semana –, e os</tt> <tt>escritores Oswald de Andrade e Pagu, um pouco mais adiante. Fora isso, o PCB tem na sua</tt> <tt>secretaria geral um intelectual autodidata que se destacaria mais adiante como</tt> <tt>especialista da obra do escritor Machado de Assis: o gráfico, linotipista e jornalista Astrojildo Pereira. Alguém que ousaria escrever, de Moscou, em 1925, que "a democracia, ainda que burguesa, é vista como um bem pelas massas...”.</tt><br />
    <tt>Fervoroso</tt> <tt>defensor da Revolução Russa de 1917, o escritor Lima Barreto, prematuramente falecido em 1923, é um dos intelectuais que simpatizam</tt> <tt>então com as posições políticas dos comunistas brasileiros. O jornalista Domingos Ribeiro Filho, amigo pessoal de Astrojildo Pereira, foi outro. E o mesmo diríamos de Everardo Dias, que adere ao Partido em 1923, tendo amargado inúmeras prisões. </tt><br />
    <tt>Como parte de seu</tt> <tt>esforço para entender a realidade brasileira, o Partido Comunista lança algumas publicações, como Movimento Comunista (1922) e A Classe</tt> <tt>Operária (1925).</tt><br />
    <tt>Em 1923, Otávio Brandão, intelectual comunista</tt><br />
<tt>alagoano, também autodidata, publica a obra Agrarismo x Industrialismo, primeiro</tt> <tt>ensaio a reivindicar a necessidade de uma reforma agrária no Brasil, afirmando o caráter feudal da colonização do país. Enquanto</tt> <tt>expressão de um processo – lento, mas inexorável - de industrialização em marcha no país, o PCB</tt> <tt>passa a ter nos setores mais politizados das camadas médias urbanas, potencialmente ao menos, um</tt> <tt>poderoso aliado. Já era uma clara demonstração da complexidade da estrutura de classes do país, já àquela época. </tt></p>
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<tt><strong>-1927-1930 </strong></tt><tt>– Período marcado pela formação do</tt> <tt>Bloco Operário, posteriormente Bloco Operário e Camponês (BOC), a</tt> <tt>primeira frente única eleitoral do PCB. Entre outras reivindicações de caráter político e social, o</tt> <tt>BOC luta pela criação de bibliotecas públicas no país. Nessa fase, o</tt> <tt>PCB se aproxima um pouco mais das camadas médias, representadas de certa forma pelo capitão insurreto Luiz Carlos Prestes e outros membros militares da chamada Coluna Invicta. Tanto que, em 1929, é criado o setor militar do Partido, com a adesão de Agliberto Vieira de Azevedo e outros membros das Forças Armadas, como Almir Neves. Esse setor, evidentemente, opera na mais estrita clandestinidade</tt>.Com o tempo, vira uma espécie de Partido dentro do Partido.</p>
<p><tt>   Carlos Marighella, então estudante de engenharia na Bahia, adere ao</tt> <tt>PCB por essa época (1929, exatamente). Leôncio Bausbaum é</tt> <tt>outro importante quadro intelectual formado pelo Partido nos anos que</tt> <tt>antecedem à chamada Revolução de 30. Foi o fundador da Juventude Comunista, em 1925, e futuro autor de obras de peso, como História sincera da República.</tt> <tt>Nessa fase ainda, cumpriu</tt> <tt>importante papel o jornal A Nação, dirigido pelo professor Leônidas</tt> <tt>Resende. O jornal não era o porta-voz oficial do Partido, mas o professor</tt> <tt>Leônidas Resende o colocou à disposição dos comunistas. </tt><br />
<strong><br />
</strong><tt>-<strong>1930-1933 - </strong>O triunfo das teses <em>obreiristas</em>, isto é, sectárias, pautadas apenas pela inserção no mundo proletário, afasta do PCB os setores médios da sociedade. Intelectuais e formuladores políticos como</tt> <tt>Astrojildo Pereira (gráfico e jornalista, como já mencionado), Cristiano Cordeiro (funcionário público) e Heitor Ferreira Lima (alfaiate) são</tt> <tt>alijados do Partido. Eles se reintegrariam muitos anos depois somente. Outros - como</tt> <tt>Alberto Passos Guimarães, que aderira à organização em 1931 - logram permanecer no PCB. Outros nele ingressam precisamente nessa época, como o então estudante Joaquim Câmara Ferreira, que chega ao PCB em 1931. Ainda nesse</tt> <tt>período, o Partido afasta de suas fileiras militantes intelectuais e artistas que posteriormente se identificariam plenamente com o movimento trotsquista, entre os quais poderíamos citar o crítico Mário Pedrosa, a escritora Rachel</tt> <tt>de Queiroz e o gravurista Lívio Abramo. Esses afastamentos todos certamente dificultam</tt> <tt>a plena compreensão, pelo PCB, da nova realidade formada a partir</tt> <tt>dos episódios de outubro de 1930. Vale dizer, o Partido perde a capacidade de intervir na nova realidade formada pela chegada de Getúlio Vargas ao poder. E o fato concreto é que o PCB se isolaria tremendamente nessa fase, apresentando, talvez pela primeira vez, um rosto político sectário.<br />
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</strong><tt><strong>-1933-1935 </strong></tt><tt>– A ascensão do nazi-fascismo faz com que o PCB adote uma política de alianças mais</tt> <tt>efetiva, materializada na Aliança Nacional Libertadora (ANL). Nessa</tt> <tt>quadra da vida política nacional, figuras de certa forma representativas do mundo da cultura como o historiador</tt> <tt>Caio Prado Júnior, o jornalista Aparício Torelly (o Barão de Itararé) e os</tt> <tt>médicos Valério Konder, Isnard Teixeira, Adão Pereira Nunes e Manoel Venâncio Campos da Paz se aproximam do Partido. Jovem estudante à época, o maranhense Ignácio Rangel se engaja no PCB e no movimento aliancista, sendo preso em seguida. Há indícios de que o compositor Noel Rosa simpatizaria com as teses do PCB, recebendo publicações do Partido, como o jornal A Classe Operária, pelas mãos de um dentista comunista do bairro carioca de Vila Isabel. Em Belo Horizonte, há notícias da formação de um centro cultural, inspirado pelos comunistas, já em 1934. Em tempo: Caio Prado Júnior seria, por</tt> <tt>sinal, o redator do programa da ANL, com menos de 30 anos de idade. Fora isso, a ANL apóia, com</tt> <tt>firmeza, a organização das mulheres. Jovens intelectuais como a</tt> <tt>psiquiatra Nise da Silveira, Beatriz Riff e Maria Werneck são detidas após o levante</tt> <tt>de novembro de 1935. Elas ficariam presas na mesma cela de Olga Benário Prestes, posteriormente deportada por Getúlio Vargas para a Alemanha nazista. Incentivada pelo PCB, a ANL talvez tenha tivesse se configurado no primeiro partido político de massas da História do Brasil, conforme salientou o veterano revolucionário Severino Teodoro de Mello. </tt></p>
<p><tt>-<strong>1935-1942</strong> – O envolvimento do PCB com o levante armado</tt> <tt>da Aliança Nacional Libertadora de novembro de 1935 contribui para isolar e muito o Partido das massas. Uma</tt> <tt>grande repressão se abateria então sobre os comunistas. Intelectuais, escritores e artistas</tt> <tt>como Graciliano Ramos, Emílio Carrera Guerra, Ivan Pedro de Martins,</tt> <tt>Mário Lago e Dionélio Machado são presos. O estado da Bahia foi, por esse período, um dos</tt> <tt>únicos a preservar intactos os contatos com a intelectualidade</tt> <tt>progressista, por intermédio da revista Seiva, fundada em 1938 e dirigida por João</tt> <tt>Falcão, então um jovem comunista. Outro jovem revolucionário à época, Armênio Guedes, egresso da Faculdade de Direito de Salvador, também participa ativamente da publicação, assim como Jorge Amado, Edison Carneiro, Walter Silveira, Jacob Gorender e Dias da Costa (este último irmão de futuro dramaturgo Dias Gomes). E o mesmo podemos dizer de Eduardo Maffei, paulista, Paulo Cavalcante, pernambucano, Ledo Ivo, alagoano, Rubem Braga, capixaba, Joel Silveira, sergipano, Carlos Drummond de Andrade, mineiro – todos muito jovens à época. A relativa liberdade de expressão existente na Bahia se explica pelo fato de a rebelião aliancista</tt> <tt>não ter atingido o estado, a repressão se concentrando no Rio de</tt> <tt>Janeiro, Recife e Natal, praticamente. Isto é, áreas onde ocorreram embates armados. </tt><br />
   <tt>Com as mudanças ocorridas no cenário externo – o Brasil começa a se unir contra as forças do Eixo –, os</tt> <tt>comunistas voltam a se inserir com muita cautela nas lutas nacionais. Os estudantes, em</tt> <tt>particular, conseguem se manifestar pela retomada das liberdades</tt> <tt>democráticas, incluindo aí a liberdade de expressão cultural. Nascia, praticamente, a União Nacional dos Estudantes, onde comunistas como o futuro médico Irun Sant’Anna marcavam forte presença.</tt><br />
<tt><strong>-1942-1947</strong></tt><tt> – O PCB vai ganhando prestígio junto às forças da cultura, no</tt> <tt>bojo da luta antifascista e pela anistia política. Naturalmente, a resistência que a União Soviética impõe às forças nazistas também influencia a intelectualidade. Oscar Niemeyer, por exemplo,</tt> <tt>se aproxima do Partido já em 1942, assim como Marcos Jaimovitch, seu principal contato com o PCB. O poeta Manoel de Barros adere à Juventude Comunista, ainda que dela se afastasse pouco tempo depois, desiludido com o que considerava apoio de Luiz Carlos Prestes a Getúlio Vargas. Por essa mesma</tt> <tt>fase, Jorge Amado escreve boa parte do livro Cavaleiro da Esperança, na casa de Ernesto Sábato, nos arredores de Buenos Aires. Trata-se de um relato</tt> <tt>romanceado da vida de Luiz Carlos Prestes, então na prisão. O livro é lançado em 1944 e causaria grande impacto. Por essa mesma fase, Astrojildo Pereira é o principal articulador da União dos Trabalhadores Intelectuais, de firme oposição à ditadura do Estado Novo. E Astrojildo dá publicidade ao texto Tarefas da inteligência brsileira. Homem de partido, mas consciente das tensões que existem entre cultura e política, Astrojildo Pereira dá ênfase às tarefas específicas da intelectualidade. Tudo leva a crer que Astrojildo Pereira percebeu que o intelectual, mesmo quando engajado partidariamente, seguia sendo um intelectual e que seu engajamento não deveria sufocar o que havia de específico em sua atuação social. Pois fora por intermédio dessa especificidade que essa intelectualidade se aproximara bem ou mal do Partido e também seria por ela que permaneceria atrelada aos órgãos partidários. No Partido, o objetivo era fazer com que sua criatividade se expandisse ainda mais.</tt></p>
<p><tt>   Rompendo</tt> <tt>cada vez mais com o seu isolamento, o PCB marca forte presença no</tt> <tt>Congresso dos Escritores, presidido pelo comunista Aníbal Machado. Há</tt> <tt>comunistas entre os redatores da resolução do Congresso, a começar por</tt> <tt>Alberto Passos Guimarães e Caio Prado Júnior. Os congressistas exigem</tt> <tt>uma ampla campanha de alfabetização no Brasil. Surgem ou ressurgem a União Nacional de Estudantes (UNE) e a Associação Brasileira de Escritores, entidades</tt> <tt>apoiadas pelos comunistas. Astrojildo Pereira é uma das grandes referências da intelectualidade nesse período inegavelmente. </tt><br />
    <tt>Muitos representantes da área cultural</tt> <tt>filiam-se oficialmente ao PCB na redemocratização de 1945, quando o prestígio da União Soviética se encontra no auge. Cândido Portinari</tt> <tt>lança-se, até, candidato ao Senado pelo Partido, perdendo por ínfima margem de votos, em pleito muito questionado. Mas um nome da estatura de Jorge Amado é</tt> <tt>eleito deputado federal. Mário Schöemberg (que aderira ao Partido já na década de 30), Graciliano Ramos, Arnaldo Estrela, Quirino Campofiorito, Oduvaldo Viana, Elias Chaves Neto, Mário Gruber, Vasco Prado, Guerra - Peixe,</tt> <tt>Aníbal Machado, Bruno Giorgi, Antonieta Campos da Campos, Abelardo da Hora, José Pancetti, Wanda Sidou, Eugênia e Álvaro Moreyra, Moisés</tt> <tt>Vinhas, Rui Santos, Dalcídio Jurandir, Orígenes Lessa, Darcy Ribeiro, Dionélio Machado, Pedro Mota Lima, Procópio Ferreira, Mário Lago, João Saldanha,</tt> <tt>Aline Paim, Marco Antônio Coelho e Nelson Pereira dos Santos(os dois últimos jovens estudantes ainda) e outros nomes expressivos(ou que se tornariam expressivos) da cultura nacional</tt> <tt>assumem oficialmente sua condição de comunistas. Agora podem fazê-lo plenamente. </tt><br />
   <tt>O poeta Carlos Drummond de Andrade, que entrevistara Prestes ainda na cadeia, chega a dirigir um jornal do Partido</tt> <tt>no Rio de Janeiro, o mesmo ocorrendo com Jorge Amado, em São Paulo. Drummond, inclusive, chegara a entrevistar Prestes na cadeia. Aliás, fiel ao preceito leninista de que o jornal ajudava a organizar as massas populares, o PCB monta uma verdadeira escola jornalística no país, da Tribuna Popular do Rio de Janeiro ao Hoje, de São Paulo; de O Momento, em Salvador à Tribuna Gaúcha, de Porto Alegre; da Folha do Povo, do Recife, ao Jornal do Povo, em João Pessoa. Heloísa Ramos, militante das mais atuantes, esposa de Graciliano Ramos, trabalhava no jornal Momento Feminino, dirigido pela jornalista Arcelina Mochel. No ano de 1946, circula a revista quinzenal Divulgação Marxista. Em</tt> <tt>algumas capitais, o PCB organiza os chamados Comitês Culturais, para</tt> <tt>apoiar as atividades artísticas progressistas. O Partido tem, então, uma concepção dos fatos culturais mais calcada no realismo socialista, em uma visão demasiadamente curta dos fatos culturais, visão esta diretamente influenciada pela experiência stalinista, diga-se de passagem. Mas esse quadro se confrontaria em breve com a realidade, sempre plural e dinâmica. </tt></p>
<p><tt>   No Rio de Janeiro, reduto do samba, compositores populares como</tt> <tt>Paulo da Portela, Ataulfo Alves e Silas de Oliveira mantêm ligações com</tt><tt> </tt><tt>o PCB. A própria União Geral das Escolas de Samba (UGES) era muito próxima do PCB, a ponto de ser chamada também de União Geral das Escolas Soviéticas, conforme constatou o crítico e jornalista Sérgio Cabral...O hino da campanha de Luiz Carlos Prestes ao Senado foi composto</tt> <tt>por ninguém menos do que Dorival Caymmi. Um nome respeitado como Monteiro Lobato fazia</tt> <tt>campanha para Luiz Carlos Prestes, votando nos candidatos comunistas e publicando o</tt> <tt>folheto Zé do Brasil, que põe em cena um camponês e o próprio Prestes. A área musical</tt> <tt>contribuiria ainda com o cantor Jararaca, nascido em Alagoas, e a</tt> <tt>jornalista e crítica Eneida, oriunda do Pará. </tt></p>
<p><tt>  Além disso, a Editorial</tt> <tt>Vitória cumpre importante função ao divulgar os clássicos</tt> <tt>do marxismo no Brasil, assim como parte da boa literatura internacional, contribuindo assim para modernizar o conhecimento entre nós. Astrojildo Pereira é um dos responsáveis pela linha da editora. A ação editorial do PCB se pautava pela necessidade de transmitir às novas gerações - que acabavam de  sair de uma longa ditadura - o legado das gerações anteriores. Afinal, como apontaram Marx e Engels, a burguesia, em sua busca desenfreada por lucros, colocava tudo abaixo. "Tudo que é sólido desmancha no ar", garantiam no Manifesto. E nunca é demais recordar a importância que os livros adquirem na conscientização dos simpatizantes e militantes comunistas. E o PCB consegue montar ainda uma produtora de</tt> <tt>cinema, a Liberdade Filmes, bem modesta, é verdade. Mais, até: Alinor Azevedo, um dos criadores da Atlântida, era membro do PCB. Atraídos pela resistência heróica da União Soviética ao chamado Eixo nazi-fascista, muitos intelectuais e artistas de origem ou formação</tt> <tt>judaica aderem então ao Partido Comunista. Entre eles poderíamos alinhar Carlos Scliar, que participara da Segunda Guerra Mundial na campanha da Itália. Mesmo atletas como Leônidas da Silva, o Diamante Negro, aderem ao PCB (da mesma forma que o craque Didi, mais tarde). O pugilista Waldemar Zumbano, tio do futuro campeão mundial Éder Jofre, ingressaria igualmente no Partido, onde militaria por décadas a fio. Dir-se-ia que esses foram os primeiros anos dourados do PCB.</tt></p>
<p><tt><strong>-1947-1954 </strong></tt><tt>– A ida do PCB para a</tt> <tt>ilegalidade e as próprias posições extremadas adotadas então pelo</tt> <tt>Partido(sobretudo após o Manifesto de Agosto, que propõe a luta armada) contribuem para afastar</tt> <tt>os comunistas do movimento de massas em geral e dos setores culturais</tt> <tt>em particular. Trata-se de um dos períodos mais difíceis do ponto de</tt> <tt>vista da relação do PCB com os criadores culturais. Curiosamente, é por essa época que um jovem intelectual carioca radicado em São Paulo, Fernando Henrique Cardoso, ingressa no PCB. Mas é nessa fase que</tt> <tt>intelectuais da importância de Paulo Mercadante, por exemplo, deixam o Partido. Para acentuar ainda mais as contradições do momento político, o PCB mantém boa parte de sua imprensa na legalidade, o</tt> <tt>que contribui para divulgar suas idéias, inclusive aquelas mais voltadas para a atividade intelectual ou artística. Mais: os jornais do PCB têm então boa penetração</tt> <tt>popular, sobretudo nos estados de São Paulo, Rio de Janeiro, Pernambuco, Bahia e Ceará. São relativamente bem aceitas as revistas teóricas e culturais.  Fundamentos (dirigida por Elias Chaves Neto), Literatura (com Manuel Bandeira e</tt> <tt>Arthur Ramos no conselho editorial) e Horizonte (editada na capital gaúcha). Escritores como José Lins do Rego</tt> <tt>e Álvaro Moreyra trabalham em órgãos orientados pelo Partido. </tt><tt>Um dos principais jornalistas partidários dessa fase é Raul Azêdo. Juntamente com Ivan Alves, ele ingressara na imprensa partidária ainda na condição de gráfico. O Partido se faz presente também na área musical e p</tt><tt>ertence</tt> <tt>ao PCB a compositora de concerto Eunice Catunda, que organiza</tt> <tt>corais populares, sobretudo em São Paulo, atraindo muitos jovens. </tt></p>
<p><tt> Outra atividade importante dos comunistas nesse momento é a criação de cineclubes em várias partes do Brasil, notadamente em Salvador, com Walter da Silveira à frente. Nas artes plásticas, fato notável foi a participação dos comunistas na organização, em 1951, da I Bienal de Artes Plásticas do Brasil, realizada em São Paulo, pelo comunista Luiz Saia, seu primeiro presidente. Clubes de gravura proliferaram, ainda, em vários pontos do país, como no Rio Grande do Sul, sobretudo. </tt></p>
<p><tt> E convém destacar ainda, nessa fase, como fato extremamente significativo, a atuação dos militantes intelectuais</tt> <tt>negros do PCB na organização do Congresso do Negro Brasileiro,</tt> <tt>realizado em 1950. É o caso, por exemplo, do antropólogo Edison</tt> <tt>Carneiro e do poeta Solano Trindade. Aqui, interessa recordar que, em</tt> <tt>1930, o Partido lançara um negro como candidato à presidência da</tt> <tt>República, o operário marmorista Minervino de Oliveira, o primeiro vereador - naquela época se dizia intendente - negro da então capital da República, o Rio de Janeiro. E que, em 1945, o Partido elegeria o primeiro negro da Constituinte, Claudino José da Silva, ferroviário que ingressara no PCB ainda em 1928. </tt></p>
<p><tt>  Mas esse período, grosso modo, é marcado pelas posições sectárias assumidas pelo Partido Comunista, que avalia o segundo Governo Vargas – equivocadamente, como se veria mais tarde, no bojo dos dramáticos acontecimentos que conduziriam ao suicídio do presidente da República – como pró-imperialista e fascista. Essa postura radical acaba contaminando igualmente a própria esfera cultural do Partido, que assume um viés muitas vezes excludente, sobretudo em relação àqueles intelectuais e artistas que manifestavam alguma divergência com o marxismo ou a versão oficial que o PCB tinha dele. Os dirigentes comunistas da época pareciam desconhecer aquela assertiva de Friedrich Engels, formulada portanto em 1888: "Quanto mais dissimulados estejam os pontos de vista, melhor para a obra artistica". </tt></p>
<p><tt></tt><tt>   E é a época, também, em que o PCB cria uma espécie de escola de quadros, o famoso Curso Stalin. Dirigidos por Marco Antonio Coelho, que integra o PCB desde o início da década de 40, esses cursos contribuirão, apesar de suas limitações, para formar centenas de militantes, familiarizando-os com a filosofia, a literatura e a política marxista.</tt><br />
<tt><strong>-1954-1958</strong></tt><tt> – Importantes greves verificadas no início da</tt> <tt>década de 50 e que pipocaram entre as operárias têxteis do estado do Pará atuam no sentido de fazer com que o Partido comece um</tt> <tt>processo de ruptura com as posições estreitas que vinha assumindo desde</tt> <tt>1948, reaproximando-o assim da população pelas mãos do movimento sindical. Deve-se observar, também, que a crise política interna adquiriria novas e dramáticas proporções com a denúncia do chamado culto à</tt> <tt>personalidade, que atinge a figura quase sagrada de Josef Stalin, todo-poderoso secretário geral</tt> <tt>do Partido Comunista da União Soviética. Desiludidos, alguns</tt> <tt>intelectuais de peso deixam o Partido, como Jorge Amado e Antonio Paim. Um número considerável de jornalistas (entre eles se alinharia Moacyr Werneck de Castro), lotados na imprensa partidária, também rompe com o PCB nessa</tt> <tt>ocasião. O Partido é praticamente salvo do isolamento completo e de uma crise interna mais profunda ainda pelos novos ventos que sopram na vida do país, como que materializados pelo Governo JK, democrático e desenvolvimentista.</tt><br />
<tt>-<strong>1958-1964</strong> – Buscando superar a grave crise</tt> <tt>interna que o sacudia, o PCB elabora a chamada Declaração de Março, que privilegia o</tt> <tt>caminho da democracia para a solução dos problemas nacionais e a</tt> <tt>superação do próprio capitalismo. Com isso, a intelectualidade volta a se</tt> <tt>aproximar do Partido, sentindo que este se arejava novamente. </tt></p>
<p><tt>  Surgem daqui e dali inúmeras manifestações de ordem cultural. A revista Para Todos, fundada em 1956 pelos comunistas, influencia parcelas consideráveis da intelectualidade. E o mesmo se</tt> <tt>pode dizer do semanário Novos Rumos, que chega a vender mais de 50 mil</tt> <tt>exemplares, em um país então com cerca de 50 milhões de habitantes ou pouco menos do que isso. Os dois principais responsáveis por Novos Rumos, os</tt> <tt>jornalistas e dirigentes partidários Mário Alves e Orlando Bonfim, seriam assassinados pela</tt> <tt>ditadura poucos anos após o empastelamento do jornal em 1964. Luiz Mário Gazzaneo, Josué Almeida, Almir Matos e Maria da Graça Dutra participam ativamente dos Novos Rumos. Jornalistas e militantes como Sérgio Cabral e Ivan Alves também dão sua colaboração ao jornal em diversos níveis, indicando textos ou revisando algumas matérias ou ainda organizando finanças para a sua manutenção. A revista teórica</tt> <tt>do Partido, Estudos Sociais, dirigida por Astrojildo Pereira e Armênio</tt> <tt>Guedes, exerce uma certa influência sobre os estudiosos e parcelas da Academia. Nelson Werneck Sodré, Fausto Cupertino, Jacob Gorender e Jorge Miglioli integram a revista, que publica dezenas de artigos de peso até 1964, inclusive de intelectuais não comunistas e de enorme prestígio entre seus pares, como Josué de Castro e Hermínio Linhares. </tt></p>
<p><tt>  Dirigentes, militantes e intelectuais do PCB se debruçam então sobre a questão agrária, como Alberto Passos Guimarães, autor do clássico Quatro séculos de latifúndio, Caio Prado Júnior, Carlos Marighella e Fragmon Carlos Borges. Entre os</tt> <tt>cientistas sociais começam a despontar nas fileiras partidárias Joel Rufino dos Santos, Nailton Santos(que irá auxiliar Celso Furtado na Sudene e era irmão de Milton Santos), Ruth Cardoso, Zuleide Faria de Melo, Dirceu Lindoso, Décio Freitas, Hermógenes Lazier, Antonio Carlos Peixoto,</tt> <tt>Amaro Quincas, Clóvis Moura e Rui Facó. </tt></p>
<p><tt>   Surge o Cinema Novo, com</tt> <tt>decisiva participação de realizadores ligados ao PCB, como Nelson</tt> <tt>Pereira dos Santos (que dera partida no movimento, com o clássico Rio</tt> <tt>40 graus), Roberto Santos, Joaquim Pedro de Andrade e Leon Hirzsman. Fora isso, o livro</tt> <tt>intitulado Introdução ao cinema brasileiro, publicado em 1959 pelo</tt> <tt>crítico e cineasta comunista Alex Viany, marca toda uma geração de</tt> <tt>criadores. Alex Viany seria o co-autor, juntamente com Glauber Rocha, do célebre texto-manifesto Estética da Fome, que opera um primeiro balanço do Cinema Novo, já em 1965. </tt></p>
<p><tt>   Na literatura de ficção, os nomes cobrem o país todo, a rigor: do</tt> <tt>goiano Bernardo Éllis ao paraense Abguar Bastos e deste ao maranhense</tt> <tt>José Louzeiro, que se iniciava então nas letras e já exercia o jornalismo no Rio de Janeiro. Ainda nos anos 60, escritores jovens como Ciro Martins e</tt> <tt>Sérgio Faraco aproximam-se do PCB. José Paulo Paes, tradutor e poeta, intelectual e autodidata também atua no Partido no estado de São Paulo. </tt></p>
<p><tt>   No teatro, a presença do PCB também</tt> <tt>se faz sentir e autores consagrados como Dias Gomes (“O pagador de</tt> <tt>promessas”) e Gianfrancesco Guarnieri (“Eles não usam black-tie”) pertencem às suas fileiras. A ação de Flávio Rangel, Zbigniew</tt> <tt>Ziembinsky e João</tt> <tt>das Neves também leva a marca de suas militâncias no PCB. Entre os críticos, destaca-se</tt> <tt>Fernando Peixoto. E, entre os atores e atrizes, poderíamos citar Paulo José, Glauce Rocha, Juca de Oliveira, Raul Cortez, Ítala Nandi, Dina Sfat, Carlos Vereza, Joel Barcellos,</tt> <tt>Francisco Milani, Stênio Garcia, Lima Duarte e José Wilker. Bráulio Pedroso e Benedito Ruy Barbosa, que iriam se consagrar posteriormente nas novelas televisivas, integram então o Partido. </tt></p>
<p><tt>  Há ainda criadores do PCB atuando com brilho</tt> <tt>na arquitetura e nas artes plásticas de maneira geral. Além dos já</tt> <tt>citados Oscar Niemeyer, Di Cavalcanti, Portinari e Carlos Scliar, são comunistas Iberê</tt> <tt>Camargo, Renina Katz,Lina Bo Bardi,V</tt><tt>i</tt><tt>rgínia e Vilanova Artigas. Ficaria celebrizada a presença dos comunistas nas rádios Tupi, de São Paulo, e Nacional, no Rio de Janeiro. </tt></p>
<p><tt>   O PCB se</tt> <tt>implanta também no mundo da ciência e os comunistas Luís Hildebrando</tt> <tt>Pereira da Silva e Samuel Pessoa ajudam a elaborar uma política de</tt> <tt>pesquisa médica para o país, influindo de forma decisiva também na criação da própria Fapesp, ainda hoje o principal organismo de apoio à pesquisa em todo o estado de São Paulo. Por seu turno, a cientista Olga Bohomoletz integraria uma das primeiras diretorias da Sociedade Brasileria pelo progresso da Ciência. Figura lendária no PCB, já àquela altura, eram as médicas Maria Aragão e Naíde Teodósio. Outro pesquisador muito respeitado e que seria afastado da Fundação Oswaldo Cruz por suas ligações com o PCB no pós-64 era Haiti Moussatché. Mais jovem no Partido, </tt>Leia Scheinvar também começa a se destacar na área da pesquisa botânica. <tt>A psicanalista Helena Besserman Vianna é</tt> <tt>membro do Partido. Ainda no campo da ciência aplicada, alinham-se entre</tt> <tt>os comunistas os jovens engenheiros e cientistas Raymundo de Oliveira, Joel Teodósio, Ulrich Hoffmann, Amélia Império Hamburger e Sérgio Augusto de</tt> <tt>Moraes, figuras que teriam um papel importante nos embates democráticos entre nós. Fernando Santana, também engenheiro e um dos mais competentes deputados da história do parlamento brasileiro, por sinal, já havia aderido ao PCB em 1934.</tt></p>
<p><tt>   Vale dizer, o Partido cresce visivelmente aos olhos dos</tt> <tt>intelectuais e artistas. Nei Lopes, futuro historiador e sambista de talento, integra, ainda na condição de estudante, as hostes juvenis do PCB, assim como Aspásia Camargo, que se destacaria depois como socióloga e militante da ecologia, Mariza Campos da Campos, bióloga e jornalista, o cientista social Eurico Figueiredo, a atriz e escritora Jalusa Barcellos, o futuro médico Jacob Klingerman, o futuro advogado e ministro da Justiça Aloysio Nunes Ferreira, o futuro engenheiro e escritor Ailton Benedito de Souza, o futuro animador do Movimento de Cultura Popular no Recife, Joacir de Castro, o ator e dirigente comunista Hiram Pereira, o futuro jornalista Jarbas de Holanda,também do MCP do Recife, o futuro filósofo Rubem César Fernandes e Aléxis Stepanenko, mais tarde ministro do planejamento do Governo progressista de Itamar Franco.</tt></p>
<p><tt>   Na verdade, O Partido talvez buscasse, com todas suas limitações, unir prática política e reflexão teórica, e nisso acompanhava o conjunto do chamado movimento comunista internacional, sobretudo os partidos italiano e francês no imediato pós-guerra. Além do que, nunca é demais recordar que dirigentes revolucionários de grande envergadura eram também pensadores de alto nível - a começar por Karl Marx e Friedrich Engels, mas também Vladimir Lênin, Rosa luxemburgo, Antonio Gramsci, Jose Carlos Mariátegui e Ernest Fischer, entre outros. Talvez não seja equivocado afirmar que o PCB caminhava para se tornar uma espécie de agente antropológico, servindo de mediador, de um lado, entre o fazer estético dos artistas e a reflexão dos intelectuais e, de outro, o público em geral.</tt></p>
<p><tt>   É preciso reconhecer que os governos</tt> <tt>democráticos de Juscelino Kubistchek e João Goulart, com suas propostas reformadoras, fomentam as condições políticas mínimas para o alastramento da</tt> <tt>atividade cultural. Um comunista dos idos de 1935, o economista e teórico Ignacio Rangel, será um dos elaboradores, inclusive, do famoso Plano de Metas de JK. São os tempos de Brasília, com o comunista Oscar</tt> <tt>Niemeyer à frente. Do CPC da UNE, os comitês de cultura popular</tt> <tt>incentivados pelos estudantes e presidido pelo poeta Ferreira Gullar. Convém destacar ainda que, no plano do CPC, tiveram grande atuação na massa estudantil os comunistas Marcos Jaimovitch, Givaldo Siqueira e Zuleika</tt> <tt>Alambert. E são também os tempos do Comando dos Trabalhadores Intelectuais,</tt> <tt>que congrega nomes de primeira grandeza, a saber: o general e</tt> <tt>historiador Nelson Werneck Sodré – ligado ao Partido desde o final do Estado Novo, pelo menos –, o crítico progressista Álvaro Lins, o dramaturgo</tt> <tt>Dias Gomes e outros. Isso, para não aludirmos ao ISEB (Instituto</tt> <tt>Superior de Estudos Brasileiros), incentivado pelo Ministério da educação e Cultura, com forte presença</tt> <tt>comunista. Intelectuais da importância de Roland Corbusier, Nelson</tt> <tt>Werneck Sodré e Álvaro Vieira Pinto participam de inúmeros debates e</tt> <tt>publicações, contribuindo para a criação de marcos ideológicos que</tt> <tt>iriam balizar a política do chamado desenvolvimentismo entre nós. Além do que, há um clima cada vez mais favorável às lutas por reformas e, mesmo aos embates de corte mais propriamente revolucionário, como a resistência armada dos povos vietnamita e cubano e os próprios combates travados pelos movimentos de libertação na África.</tt></p>
<p><tt>   Nessa fase, a produção intelectual pecebista tende a se tornar hegemônica, no sentido de que ela conduz, cada vez mais, o processo artístico-cultural. </tt></p>
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<p><tt><strong>-1964-1968 </strong></tt><tt>– A ditadura militar instalada no país em 1º de abril de 1964 golpeia com</tt> <tt>todas as suas forças o mundo da cultura, além do mundo do trabalho material e as instituições democráticas do país. Criação intelectual, evidentemente, não é compatível com obscurantismo e perseguições</tt> <tt>políticas, como a falta de liberdades públicas. Nesse quadro, as relações do</tt> <tt>PCB com o ambiente da cultura ficam abaladas, uma vez mais. Mesmo assim, o</tt> <tt>Partido se esforça para recompor as suas bases intelectuais e influir,</tt> <tt>por intermédio da prática cultural, para isolar o regime militar. São os tempos do chamado Comitê Cultural, que busca reagrupar toda a militância intelectual e artísitica do Partido. Dessa maneira,</tt> <tt>jornalistas e intelectuais comunistas, entre os quais Luís Mário</tt> <tt>Gazzaneo, Maurício Azêdo, Sérgio Cabral, Artur José Poerner, Anderson Campos e Leandro</tt> <tt>Konder lançam, no Rio de Janeiro, o jornal Folha da Semana, o primeiro periódico alternativo da era da ditadura. </tt></p>
<p><tt> Ainda são expressões da</tt> <tt>resistência cultural dos comunistas o Teatro Opinião, comandado por</tt> <tt>Ferreira Gullar, Tereza Aragão, Oduvaldo Viana Filho e Armando Costa, no Rio de Janeiro; o</tt> <tt>Teatro de Arena, de São Paulo; a Revista Civilização Brasileira, da</tt> <tt>editora homônima, conduzida pelos comunistas Ênio Silveira e Moacyr</tt> <tt>Félix, no Rio de Janeiro. E até alguns livros simbolizam toda uma resistência coletiva, como o célebre Febeapá ou Festival de Besteira que Assola o País, do comunista Sérgio Porto, o Stanislaw</tt> <tt>Ponte Preta. Isso, sem esquecer a música de protesto de João do Vale, um ex-pedreiro comunista originário do Maranhão, e as canções nativistas de Leopoldo Rossier, assim como diversos manifestos lançados contra a censura. No Pará, um intelectual da qualidade de Rui Barata passa a dirigir o Partido dede a clandestinidade. No Amazonas, José Maria Monteiro, então estudante de medicina, e Guto Rodrigues, músico, dirigem o Partido local. Estudantes ainda, Juca Ferreira e Ana de Holanda, futuros ministros da Cultura dos governos Lula e Dilma, respectivamente, se aproximam por essa época do PCB, assim como os músicos Jards Macalé e Buru. Os irmãos Régis e Rogério Duprat já haviam aderido desde antes ao Partido, da mesma forma que a regente e compositora Esther Scliar, que ingressara em 1951. Nas</tt> <tt>redações dos grandes jornais e revistas – notadamente do eixo Rio-São</tt> <tt>Paulo – os jornalistas comunistas travam uma luta renhida contra os</tt> <tt>censores. Milton Coelho da Graça, Elio Gaspari, Ivan Alves, Aristélio de Andrade, Alberto Rajão, Anivaldo Miranda, George Duque Estrada, Paulo Markun, Rodolfo Konder, João Antônio Mesplé, Léo Guanabara (que teve seus direitos cassados logo após o Golpe), Carlos Alberto Caó de Oliveira, Vladimir Herzog, Jairo Régis, Fabiano Villanova, Maurício Azedo (posteriormente presidente da Associação Brasileira de Imprensa), Sérgio Cabral, Célia Maria Ladeira (depois professora na UNB), Roberto Müller, Antonieta Santos, Narceu de Almeida Filho, Heloneida Studart, Nilson Miranda, Carlos Eduardo Ullup, Ancelmo Góis</tt> <tt>e Milton Temer são alguns desses profissionais. Quase todos são presos.</tt> <tt>Em Minas Gerais, Roberto Drummond, também jornalista, é membro do Partido. Não se pode esquecer que a modernização profissional das redações criadas na grande imprensa brasileira foi, também, em boa parte, esforço dos comunistas. Nessa época, dois jovens estudantes - o atual jornalista Cid e o editor e economista Cesar Benjamim, que fariam história mais adiante - aproximam-se do PCB. Cid chega a ingressar formalmente no Partido, enquanto seu irmão, um pouco mais novo, participa de um organismo para-partidário. </tt></p>
<p>-<tt><strong>1968-1978</strong></tt><tt> – A fase mais dura do regime militar, que vive sob o império</tt> <tt>do Ato Institucional n.5, carta de natureza facistóide, que suprime todas</tt> <tt>as liberdades democráticas. Um terço do Comitê Central do PCB é</tt> <tt>assassinado pelas forças repressivas. Seus corpos até hoje não</tt> <tt>apareceram. Barbaramente torturados, dirigentes como Hilário Pinha, Renato Guimarães, Moacyr Longo, Marco Antonio Coelho, Paulo Elisiário Nunes e</tt> <tt>Renato Oliveira da Motta conseguem sobreviver, cumprindo anos de</tt> <tt>cadeia. Seqüestros, prisões, torturas e assassinatos dos opositores</tt> <tt>políticos atingem igualmente a esfera da cultura. Muitos criadores e intelectuais</tt>  <tt>deixam o país. Acusada de militar no PCB, a historiadora Emília Viotti da Costa e aposentada compulsoriamente pelo AI-5 e recebe convite para lecionar nos Estados Unidos. Outro historiador respeitado, Edgar Carone, mantem-se ligado ao Partido, apesar das pressões que sofre. O mesmo acontece com José Nilo Tavares. Jovens estudantes, como Maurício Siqueira, vão estudar em países socialistas. O jornalista Franscisco de Almeida segue para Moscou, onde se tornaria secretário político de Luiz Carlos Prestes. </tt></p>
<p><tt> Impossibilitados de trabalhar em seu próprio país, muitos intelectuais comunistas contribuirão para o desenvolvimento de outros países. É o caso do físico Ubirajara Brito, que acompanhará os arquitetos Oscar Niemeyer, Edgar Graeff e Marcos Jaimovitch na Argélia. Ou do pesquisador Luiz Hildebrando, um dos diretores do prestigioso Instituo Pasteur, da França. Em Moçambique se encontram o economista Gilson Leão e o professor de história Kunio Suzuki, que dão grande contribuição à formação do estado nacional naquele país, juntamente com o médico e ex-deputado Davi Lerher. Gilson Leão trabalharia igualmente na Guiné-Bissau. Ulrich Hoffman e Sérgio Augusto de Moraes, engenheiros, colaboram com o Governo socialista de Salvador Allende no Chile.</tt></p>
<p><tt>  O PCB, além das perseguições, enfrenta, também,</tt> <tt>a crítica dos grupos radicais de esquerda, que fascinam determinados</tt> <tt>setores da intelectualidade e da massa estudantil. Um quadro intelectual da envergadura de Jacob Gorender, formado nas hostes</tt> <tt>partidárias desde o início dos anos 40, rompe com o PCB após o golpe. O mesmo poderíamos dizer de homens como Mário Alves e Joaquim Câmara Ferreira, figuras respeitadíssimas do Partido.</tt></p>
<p><tt>   Apesar do contexto político desfavorável, o PCB busca incentivar</tt> <tt>algumas iniciativas democráticas no campo da cultura. Um dos fundadores</tt> <tt>do jornal Pasquim, em 1969, é o comunista Sérgio Cabral, que também</tt> <tt>cria o Teatro Casa Grande, no Rio de Janeiro, ao lado de Moisés Fucks, comunista. O Casa Grande, como é conhecido, se revela uma fonte permanente de finanças para o Partido e, a partir de 1974-1975, abrigará toda uma série de debates sobre a realidade brasileira, reunindo a intelectualidade progressista de forma geral. </tt></p>
<p><tt>   Mas o mar não está para peixe, como se diz. Muitos músicos ganham o</tt> <tt>caminho do exílio - a exemplo do comunista Carlos Lyra - porém representantes da chamada MPB buscam manter acesa a chama no interior do país. Entre eles, artistas também ligados ao PCB - Rildo Hora, Sidney</tt> <tt>Miller (criador do projeto Pixinguinha), José Carlos Capinam (posteriormente secretário de estado de cultura da Bahia), Gonzaguinha, Paulinho da Viola, Tom Zé, Jorge Goulart e Nora Ney. O PCB mantém, por essa época, uma relação conflitante com os músicos do Tropicalismo, apesar de alguns deles pertencerem aos quadros do Partido e Caetano Veloso – filho de um simpatizante comunista – e Gilberto Gil terem tido boa aproximação com os membros do CPC na Bahia. No</tt> <tt>campo da música de concerto, Camargo Guarnieri, José Siqueira e Cláudio</tt> <tt>Santoro, todos ligados ao Partido Comunista, procuram igualmente dar sua contribuição cultural e política. Mesmo um músico como João Gilberto, normalmente pouco afeito à participação político, recebe influência das idéias marxistas. Também o teatro resiste: quando a ditadura proíbe a peça Abajur Lilás,</tt> <tt>do ex-estivador e dramaturgo comunista Plínio Marcos, todos os teatros</tt> <tt>da cidade de São Paulo fecham suas portas, em sinal de protesto. Uma ousadia, sem dúvida. O</tt> <tt>comunista Paulo Pontes escreveu, em parceria com Chico Buarque, a peça</tt> <tt>“Gota d’Água”, de grande sucesso. Atuando sobretudo na Bahia, o ator Bemvindo Sequeira também cumpre um importante papel na resistência cultural ao regime ditatorial, chegando a disputar a vereança pelo MDB com o apoio dos comunistas, então clandestinos. Bemvindo Sequeira teve, também, uma atuação destacada nas batalhas da intersindical e na formação dos primeiros grupos que lutavam pela anistia. Os cineastas e diretores de fotografia também resistem, à sua maneira, como o então jovem fotógrafo Antonio Luiz Mendes Soares, que trabalha há tempos com Nelson Pereira dos Santos e, posteriormente, fotografaria para o diretor Sylvio Back. Espedito Rocha, um revolucionário profissional do Partido, torna-se artista plástico – e dos bons - ainda na cadeia. O comunista Roberto Pontual, respeitado crítico de arte, esforça-se para manter uma reflexão sobre</tt> <tt>os rumos da criação plástica. </tt></p>
<p><tt>   Mas essa também é a fase marcada pelo</tt> <tt>assassinato do jornalista Vladimir Herzog e pelas torturas infligidas</tt> <tt>contra outros profissionais de imprensa, como João Aveline, futuro</tt> <tt>diretor de Voz da Unidade. E é o momento em que desaparece nas garras da repressão o jovem José Montenegro de Lima, secretário geral da Juventude Comunista. E essa é ainda uma época em que jovens intelectuais, como Aloísio Teixeira, Gildo Marçal Brandão e Marco Aurélio Nogueira, dão o melhor dos seus esforços à reorganização do PCB em São Paulo, o principal reduto operário do país. Nicolau Sevcenko aproxima-se do PCB em meados dos anos 70, ainda na condição de estudante, em São Paulo. Em 1977, os comunistas – apesar de a</tt> <tt>organização partidária estar praticamente estraçalhada pela repressão política,</tt> <tt>sobretudo após a vitória eleitoral da oposição em 1974 – conseguem</tt> <tt>lançar uma revista teórica, Temas de Ciências Humanas, que circularia</tt> <tt>até 1981, graças em boa parte aos esforços do editor comunista Raul Mateos Castell. Dela participariam Nelson Werneck Sodré e Renato Guimarães,</tt> <tt>este último o responsável pelo setor de educação no Comitê Central do</tt> <tt>PCB na década de 60 e parte da de 70 e um dos redatores da resolução do Congresso de 1967. Ainda em 1977, graças em boa medida à intensa movimentação dos</tt> <tt>comunistas, quase três mil jornalistas de todo o país assinam o</tt> <tt>Manifesto da ABI contra a censura aos órgãos de comunicação. Durante</tt> <tt>parte da década de 70, trabalhando nos núcleos de criação da TV Globo, alguns membros do Partido Comunista Brasileiro logram criticar o</tt> <tt>obscurantismo do regime, valendo-se de novelas e seriados de grande</tt> <tt>audiência popular. Era um começo promissor de diálogo com a indústria cultural cada vez mais presente na vida nacional. A política do Partido se pauta pela ocupação das brechas, esquivando-se tanto de uma postura adesista quanto da adoção de um posicionamento com base em hipotéticas políticas conspiratórias ou de infiltração. Vale dizer, o que conta para o PCB é a negociação, por sua vez equidistante, no plano da política <em>tout court</em>, tanto da revolução clássica quanto da chamada conciliação. E, nisso, O Partido também se vale de uma especificidade do processo de transformação social do Brasil, no qual a via negociada tem um papel central.</tt></p>
<p><tt>   Na própria direção nacional do PCB, há intelectuais</tt> <tt>orgânicos com capacidade de elaboração política e visão cultural mais ampla, ou até sofisticada,</tt> <tt>entre os quais poder-se-ia citar Armênio Guedes, Marco Antônio Coelho, Salomão Malina, Giocondo Dias, Moisés Vinhas</tt>, <tt>Givaldo Siqueira, Moacyr Longo, Severino teodoro de Mello, Marly Vianna e Anita Prestes, esta última hoje uma </tt><tt>conceituada professora universitária e escritora. A presença desses nomes, por si só, revelava a importãncia da experiência coletiva na elaboração do pensamento político e também cultural. E não só: ainda da</tt> <tt>clandestinidade, dirigentes e militantes como Geraldo Rodrigues dos Santos e Abigail</tt> <tt>Páscoa ajudam a organizar o movimento negro e o combate ao racismo. O arquiteto Zulu Araújo desponta já em meados da década de 70 como uma das lideranças mais significativas do movimento negro na Bahia, participando da criação do grupo Olodum em 1979. Zulu Araújo presidiria mais tarde, por vários anos, a Fundação Palmares. Wellington Mangueira, respeitado militante e dirigente sergipano, também revela sensibilidade para a questão das relações raciais no país. A propósito das chamadas lutas étnicas, convém observar ainda que o Partido tampouco desconheceu, ao longo da sua existência,</tt> <tt>a enorme contribuição dos índios para a formação do que é o hoje o Brasil.</tt> <tt>Foram membros do PCB, afora Darcy Ribeiro, os antropólogos Eduardo</tt> <tt>Galvão, Carlos Moreira, Berta Ribeiro, Sylvia Carvalho e também o Dr. Noel Nutels e os indigenistas Chico e</tt> <tt>Apoena Meirelles, pai e filho.Os comunistas tiveram um papel relevante na criação do Parque do Xingu, por exemplo.</tt></p>
<p><tt> Essa foi uma fase em que os intelectuais comunistas , apesar da clandestinidade do Partido, buscavam dialogar com certas formas de pensamento, como a psicanálise e o estruturalismo.</tt> Havia carências, como, por exemplo, um certo desconhecimento ou falta de diálogo com a obra do filósofo Michel Foucault, obra essa que, por vezes, revelava uma certa descrença em relação à liberdade humana.</p>
<p><tt>   Apesar de tudo e a duras penas, o Partido se esforçava por manter sua influência junto à sociedade, no quadro de um combate desigual travado com a ditadura militar. </tt></p>
<p><tt><strong>-1978-1985</strong></tt><tt> – Com o fim do AI-5, a decretação da Anistia</tt> <tt>e o retorno dos comunistas do exílio, o PCB tenta se rearticular.</tt><tt> </tt><tt>Reconhecendo a importância do mundo da comunicação, o Partido publica, em</tt> <tt>1980, o semanário Voz da Unidade, o qual abre algum espaço para o debate</tt> <tt>cultural. O jornal é dirigido, em uma primeira fase, por João Avelino</tt> <tt>e, depois, por Luis Carlos Azêdo, oriundo do setor estudantil do</tt> <tt>Partido e um dos seus melhores intelectuais orgânicos até hoje, já no PPS. Um dos editores de cultura da Voz da Unidade é o respeitado escritor e professor universitário paulista Martin Cezar</tt> <tt>Feijó. O Comitê Central do Partido encarrega Renato Gumarães e Ivan Alves de criarem a Editora Revan, hoje uma das melhores do país. Nesse mesmo período, nasce a revista Presença, coordenada pelo</tt> <tt>veterano dirigente comunista Armênio Guedes, que exprime a chamada visão eurocomunista que se desenvolve dentro do PCB e conta com a participação, entre outros, de Luiz Werneck Vianna, Maria Alice Rezende de Carvalho, Manuel Palácios, Gilvan Melo, Luiz Sérgio Henriques, Rubem Barboza Filho e Alberto Aggio. Dois anos antes,</tt> <tt>ressurgia das cinzas a revista Civilização Brasileira, agora denominada</tt> <tt>Encontros com a Civilização Brasileira, também dirigida pela dupla Ênio</tt> <tt>Silveira e Moacyr Félix, comunistas. Ex-líderes egressos do movimento estudantil, como Carlos Alberto Muniz e Franklin Martins, assumem as propostas do Partido naquele momento. E jovens estudantes, como Hamilton Garcia (hoje cientista político) e Kadu Machado (hoje jornalista) também aderem ao PCB. O hoje historiador João Luiz de araújo Ribeiro adere à juventude do Partido no bojo da abertura política. O jornalista Alon Fuerwerker faz o mesmo, engajando-se inclusive no semanário Voz da Unidade. Em São Paulo, a jovem geógrafa e professora Arabela Pereira Madalena assume plenamente a sua condição de comunista, após retornar de Moçambique. Na esfera mais institucional, uma comunista, Maria José Feres, torna-se a primeira presidente da Associação Nacional de Docentes do Ensino Superior, em 1981. O professor de física, Robespierre Teixeira, comunista, assume a presidência do sindicatos dos Professores no Rio de Janeiro nessa mesma fase. </tt></p>
<p><tt>   Contudo o PCB ainda não obtém a sua legalidade. Pior, até: encontra-se muito dividido. De um</tt> <tt>lado, existe o grupo que se articula em torno das posições defendidas por</tt> <tt>Luiz Carlos Prestes, partidário da formação de uma frente das</tt> <tt>esquerdas. O conceituado advogado Aldo Lins e Silva, membro do Comitê Central do Partido, o acompanha nesse posicionamento, assim como os históricos dirigentes comunistas Agliberto Vieira de Azevedo e Gregório Bezerra. De outro, há os chamados eurocomunistas, partidários da aplicação da rica experiência política de alguns partidos europeus à</tt> <tt>realidade brasileira, notadamente no que tange à valorização da questão democrática na ultrapassagemn do modo de produção capitalista, já percebida pelos comunistas nacionais em 1958. Acaba prevalecendo a linha política expressa por</tt> <tt>Giocondo Dias – mas a influência do PCB junto à intelectualidade já não</tt> <tt>é mais a mesma, decididamente.</tt></p>
<p><tt> Seguramente, a maneira como o PCB tratou da questão eurocomunista contribuiu para esse afastamento da intelectualidade do seio do Partido. Intelectuais históricos do PCB, com mais de vinte ou trinta anos de militância – Leandro Konder é um</tt> <tt>deles; Carlos Nelson Coutinho, outro; o médico David Capistrano Filho outro ainda – pedem afastamento do Partido. Um jornalista da importância de Mauro Malin também se desliga nessa ocasião do PCB (ele fora um dos redatores, juntamente com Giocondo Dias e Leandro Konder, da resposta à Carta aos Comunistas, de Luiz Carlos Prestes). Zuleika Alambert, que sempre trabalhara com a juventude e se tornara a principal expressão feminina do partido, deixa igualmente a agremiação. Mesmo assim convém recordar que a ação inovadora de Zuleika Alambert deixaria marcas profundas no Partido: Irina Abigail, Almira Rodrigues, Sonia Francine, Cleia Schiavo e Teresa Vitale, expressões do feminismo no interior do PPS, sempre destacam o pioneirismo de sua atividade.</tt> <tt>Seja como for, enfraquecido, o PCB se defronta ainda com a forte presença do</tt> <tt>Partido dos Trabalhadores (PT) nos meios culturais, sobretudo na</tt> <tt>Academia. Marco Aurélio Nogueira e Gildo Marçal Brandão se afastam organicamente do Partido, mas mantêm inúmeros vínculos com a organização. Um importante quadro intelectual e formulador político, José Paulo Neto, permanece, contudo, nas fileiras partidárias naquele momento, assim como o economista alagoano Cícero Péricles e a socióloga Iara Brayner Mattos.</tt></p>
<p><tt> Ironias da História: não se pode deixar de lembrar que, no exato momento histórico que o PCB afirma a vitória de sua linha política de massas sobre a ditadura militar, esse mesmo Partido começa igualmente a declinar. </tt><br />
<strong><br />
</strong><tt><strong>-1985-1992</strong></tt><tt> – O PCB obtém a sua legalidade somente</tt> <tt>em 1985, após o fim do regime militar, quando outras agremiações de esquerda já se encontravam legalizadas, como o PT e o PDT. O Partido tenta reconstruir as</tt><tt> </tt><tt>pontes com o movimento cultural de maneira geral. O médico comunista Sérgio Arouca</tt> <tt>assume a presidência da Fiocruz. O veterano jornalista comunista Ivan Alves</tt> <tt>torna-se Diretor de Jornalismo da TVE, a única televisão educativa</tt> <tt>que ainda depende do governo federal (as demais são estadualizadas).</tt> <tt>Horácio Macedo passa a ser o reitor da UFRJ, eleito por seus pares. São espaços que os</tt> <tt>comunistas voltam a ocupar na sociedade. Um poeta libertário como Paulo</tt> <tt>Leminsky assume a sua plena condição de comunista. Um ensaísta da qualidade de</tt> <tt>Ivan Ribeiro Filho confirma a sua permanência no Partido. Advogados prestigiosos, defensores dos direitos humanos, como Marcelo Cerqueira, Humberto Jansen, Modesto da Silveira e Flora Strozenberg também renovam ou mantêm suas ligações antigas com o Partido, que sempre encerrou em seus quadros advogados brilhantes, como Calheiros Bonfim, Sinval Palmeira e Herman Baeta. Em 1986, o PCB decide lançar a revista</tt> <tt>Novos Rumos, de caráter mais teórico. Dirigida pelo veterano antifascista</tt> <tt>Noé Gertel, a publicação visa ampliar a inserção do PCB na</tt> <tt>intelectualidade. Aos poucos, os contatos com o mundo do samba vão</tt> <tt>sendo retomados. Lícia Canindé, a Ruça, vereadora comunista pelo Rio de</tt> <tt>Janeiro, passa a presidir a escola de samba de Vila Isabel, ganhando o</tt> <tt>carnaval de 1988, em memorável desfile que homenageia Zumbi dos</tt> <tt>Palmares no centenário da Abolição, justamente. Noca da Portela, sambista dos mais</tt> <tt>respeitados, integra oficialmente o Partido. Monarco, outro portelense histórico, comparece a inúmeros atos promovidos pelo Partido – lembrando sempre que sua prima, Zélia Magalhães, seria assassinada em um comício do Partido, durante o Governo Dutra, em 1946. Um compositor da qualidade de Almir Sater comparece a espetáculos promovidos pelo Partido no Mato Grosso do Sul. Criadores como os</tt> <tt>cineastas Denoy de Oliveira, Sílvio Tendler e João Batista de Andrade e os pintores Siron Franco, Waldomiro de Deus e Aparecida Azedo tomam o</tt> <tt>mesmo rumo. Um economista da qualidade de Raul de Mattos Paixão, autor de uma tese importante que considera a inflação um instrumento de transferência de renda do salário para o capital, em uma fase em que ela recrudescia, renova seus vínculos partidários. Zelito Vianna e Vera de Paula permanecem estreitamente ligados ao Partido, ainda que sem vínculos orgânicos, propriamente. O rumo do PCB seria também aquele do ator Stepan Nercessian e da</tt> <tt>atriz Bete Mendes. Jovem estudante ainda, Paulo Ribeiro Cunha, que depois se destacaria como sociólogo, ingressa oficialmente no Partido. Muitos desses intelectuais e artistas estarão presentes na bela campanha do deputado Roberto Freire à presidência da República, em 1989. Entre eles, citaríamos Cristiane Torloni, João Câmara, Noca da Portela, Mário Lago, Joel Barcellos. Quando do segundo turno das eleições, os partidários e simpatizantes do PCB vestiram uma camiseta de campanha onde se podia ler: "Sou Freire. Estou Lula". </tt></p>
<p><tt>   Mas – é preciso que se reconheça –, o PCB representa</tt> <tt>um modelo internacionalmente esgotado – o chamado socialismo real – e os estudantes e a nova intelectualidade progressista não se sentem nem um pouco atraída mais</tt> <tt>por ele. Apesar dos esforços de alguns reformadores – à frente dos</tt> <tt>quais o próprio secretário geral do Partido Comunista da União Soviética, Mikhail</tt> <tt>Gorbachiev –, o socialismo real se extingue em 1991, com o fim da União</tt> <tt>Soviética. E esse fato não poderia deixar de abalar profundamente o Partido, ligado desde os seus primórdios à Revolução Russa de 1917. Em 1992, o PCB decide mudar de nome e de política,</tt> <tt>sobretudo, e passa a se chamar Partido Popular Socialista, PPS. </tt></p>
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<tt><strong>-1992-2011 </strong></tt><tt>– Ao perceber a importância fundamental da democracia (o</tt> <tt>Partido se pronuncia pela chamada radicalidade democrática, a ampliação</tt> <tt>contínua dos espaços de ação e expressão populares) e o alcance da</tt> <tt>revolução técnico-científica em curso no mundo, o PPS vai se</tt> <tt>posicionando como uma organização que almeja reunir</tt> <tt>condições de atrair e influenciar com sua política aqueles que atuam na área da cultura e da ciência. Trata-se, na passagem do PCB para o PPS, de uma ruptura com determinadas práticas organizativas do velho Partidão, para além de uma mudança de concepção de mundo. Ademais, o Partido percebe que há novos atores sociais em cena. E espaços políticos novos, igualmente. Afinal, a chamada Sociedade do Conhecimento, o capitalismo cognitivo começava a mostrar a sua cara, revelando o grande papel que a intelectualidade e os criadores possuem no processo de mudança social, deslocando as fronteiras da classe operária tradicional. O trabalho imaterial como que ganha materialidade. </tt></p>
<p><tt>   Apesar disso não se traduzir em fortalecimento imediato do Partido, homens como o</tt> <tt>economista Luís Gonzaga Beluzzo, os jornalistas José Hamilton Ribeiro e Andrei Bastos, o advogado Airton Soares, o antropólogo Mércio Gomes, o influente líder indígena Marcos Terena, o poeta Wally Salomão, o filósofo Luiz Sérgio Coelho Sampaio (esses dois últimos prematuramente falecidos), o advogado Bayron Sarinho, o historiador Lincoln Penna juntaram-se nesses últimos anos ao PPS, agremiação presidida por um respeitado quadro da área parlamentar, Roberto Freire. </tt></p>
<p><tt>   Nas artes plásticas, Rubens Gerchman, um nome de peso, colabora com o Partido. Maurício Seidl, fotógrafo reconhecido no Brasile fora dele, faz o mesmo. Delcio Marinho, diretor de teatro carioca e sobrinho-neto de Astrojildo Pereira, retoma suas ligações com a frente cultural partidária. Luiz Carlos Prestes Filho, estudioso e pioneiro no exame das chamadas indústrias criativas entre nós, também mantém relações muito amistosas como aparato cultural do Partido. Esportistas como o velejador Lars Grael, o ex-goleiro do Corinthians Ronaldo, e o ídolo do Palmeiras Ademir da Guia aderem ao PPS, assim como a ex-jogadora de voleibol, pentacampeã pelo Flamengo e sobrinha de Astrojildo Pereira, Norma Dias, e o técnico de futebol Vanderley Luxemburgo. A esportista Georgette Vidor ingressa igualmente no Partido, sagrando-se, inclusive, deputada estadual pela legenda do PPS. Igualmente deputado estadual pelo PPS, Comte Bittencourt enriquece a visão partidária sobre a questão educacional. O ator David Pinheiro milita igualmente nas hostes partidárias.<br />
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<p><tt>   Um passo importante – ou até fundamental - no sentido da integração</tt> <tt>com a esfera da cultura se deu ainda com a criação da Fundação</tt> <tt>Astrojildo Pereira (FAP), instituída pelo Partido em 2001. A FAP cumpre a função de um Comitê Cultural contemporâneo. Intelectuais, jornalistas e artistas conceituados integram esse órgão. E o conselho</tt> <tt>editorial da sua revista, a Política Democrática reúne alguns nomes expressivos. Eis alguns deles: o poeta Ferreira Gullar, o documentarista Vladimir Carvalho, o cientista político Luiz Werneck Vianna, o economista Sérgio Besserman Vianna, o promotor e escritor Oscar d´Alva, o sociólogo Raimundo Santos, o professor Paulo</tt> <tt>Bonavides, a física Dina Lida Kinoshita, o advogado Raulino de Oliveira,o jornalista e escritor Luciano Barreira 9já falecido), o parlamentar e ex-ministro Raul Jungman, o professor Amílcar Baiardi, o economista Raul de Mattos Paixão Filho (já falecido), o professor e geólogo George Gurgel, o sociólogo Luiz Eduardo Soares, o ensaísta e tradutor Luiz Sérgio Henriques, o crítico e historiador musical Ricardo Cravo Albin, o professor Marco Aurélio Nogueira, a poetisa Graziela Mello, a socióloga Cleia Schiavo, o jornalista Luiz Carlos Azedo, o sociólogo Augusto de Franco, o historiador Alberto Aggio, a historiadora Maria do Socorro Ferraz, o historiador Ricardo Maranhão, o professor e ex-secretário de estado do Mato Grosso do Sul Fausto Mato Grosso, o professor Antonio Carlos Máximo. </tt></p>
<p><tt>   A revista da Política Democrática - editada por Marco Antônio Coelho, ex-deputado comunista, pelo sociólogo da UNB Caetano Araújo e pelo jornalista Francisco Inácio de</tt> <tt>Almeida - vem desempenhando um papel semelhante àquele da revista</tt> <tt>Estudos Sociais nos anos 50 e 60, tornando-se um instrumento central</tt> <tt>para o diálogo do Partido com o mundo do conhecimento e a sociedade organizada politicamente. Absorvendo a cultura cultura pecebista, a Política Democrática soube se abrir para diversas tendências e paradigmas políticos e filosóficos, buscando sempre debater o novo. E é interessante observar que, desde seu primeiro número, no ano 2001, a Política Democrática estampa em sua capa um grande artista nacional, divulgando assim importante parcela da nossa produção plástica, de Oscar Niemeyer a Candido Portinari, passando por Aparecida Azedo e Waldomiro de Deus e João Câmara Filho. Sintomaticamente, o primeiro secretário do PPS, Francisco Inácio</tt> <tt>de Almeida, um dirigente forjado nos duros tempos da luta clandestina e</tt> <tt>um de seus mais preparados intelectuais orgânicos, é hoje um dos principais</tt> <tt>organizadores da FAP - o que, por si só, traduz a importância que o PPS</tt> <tt>dedica à questão do conhecimento e da cultura. E não é por outra razão que que, transcorridos dez anos de sua fundação, a FAP já publicou dezenas de livros, alguns deles em co-edição com a prestigiosa Academia Brasileira de Letras e a aguerrida Contraponto. </tt></p>
<p><tt>   Os editores da Política Democrática têm consciência das mudanças que se operaram nas esferas intelectuais do país. A figura do intelectual crítico - não necessariamente público - se impôs cada vez mais, a partir da Academia. Intelectuais críticos, dizíamos - mas sem atuação diretamente política ou partidária, muitas vezes. Qual a função da revista Política Demorática nesse quadro? Contribuir para aproximar as duas pontas. Vale dizer, por intermédio do equilíbrio entre qualidade teórica e busca por alternativas políticas, a revista se esforça por encurtar a distância entre pensamento e ação. A rigor, não apenas a atividade política sofre com esse distanciamento: a própria teoria corre o risco de se esclerozar ao girar somente em torno de si mesma, fechando-se ao diálogo com um mundo em permanente e inexorável transformação.</tt></p>
<p><tt>   Um projeto importante da FAP, e que merece ser mencionado aqui, implica o resgate do passado político promovido pela série Brasileiros e Militantes, que, no final de 2011, já editara cerca de 30 documentários, a partir de depoimentos de figuras relevantes da vida do PCB-PPS e do próprio Brasil, como Oscar Niemeyer, Leandro Konder, Ferreira Gullar, Armênio Guedes, Severino Teodoro de Mello, Moacyr Longo, Joel Rufino dos Santos, Antônio Ribeiro Granja, Sérgio Cabral, Bemvindo Sequeira e tantos outros. Há ainda vários outros depoimentos para serem editados, nos próximos anos. E é preciso mencionar ainda, entre as realizações da FAP, a manutenção de um portal diário que já publicou, entre o início de 2007 e o final de 2011, milhares de artigos, notícias e notas culturais, sobretudo.</tt> A FAP edita, anualmente, uma Agenda de caráter temático, abordando assuntos como feminismo, cultura brasileira e militância partidária. Evidentemente, nada disso seria possível sem o apoio adminstrativo determinado de figuras como Renato Abuquerque Martins, gerente da FAP e militante partidário desde os tempos do PCB.</p>
<p>   <tt>É possível concluir que o PPS tem por um de seus objetivos se apoiar nesse rico passado na tentativa de oferecer ao</tt> <tt>país um projeto cultural consistente. Refazer a utopia, em síntese. Sem tal projeto, não há construção (ou reconstrução, melhor dizendo) possível de qualquer saída política para o Brasil, a nosso juízo.</tt></p>
<p><tt> Seja como for, o fato é que, em meados</tt> <tt>de 2005, o Partido organizou, em conjunto com a FAP, no Rio de Janeiro, mais exatamente no Museu da República, um seminário nacional para contribuir para a elaboração de uma</tt> <tt>política cultural para o país na passagem para o terceiro milênio. E</tt> <tt>o PPS ainda organizou, em julho de 2007, sempre em parceria com a FAP, uma Conferência Nacional Caio Prado</tt> <tt>Júnior para debater com a intelectualidade, sobretudo, os novos rumos da esquerda brasileira. Realizada no ano seguinte, a Conferência deverá começar a publicar seus anais completos no decorrer de 2012. São vários volumes, com textos de alguns dos intelectuais e homens públicos mais brilhantes do país, como Ferreira Gullar, Roberto Freire, Fernando Gabeira, José de Souza Martins, Luiz Werneck Vianna, Rui Fausto e César Benjamim. E o mesmo deverá se dar com o material do simpósio sobre os 120 anos da República, organizado pela FAP e pela UFPE, em 2009, no Recife, o qual contou com a presença de expressivos cientistas sociais - como Socorro Ferraz, Maria Alice Rezende de Carvalho e Cesar Benjamim - e homens públicos - a exemplo do ex-ministro Raul Jungman. O Partido faz questão de deixar claro que os próprios intelectuais e artistas é que</tt> <tt>definirão os caminhos da cultura entre nós.</tt></p>
<p><tt>  E não poderá ser com outro espírito que o Partido e sua Fundação enfrentarão as próximas batalhas políticas e embates eleitorais, quando pretendem influir de maneira significativa para a construção de um novo bloco de forças para mudar de fato o Brasil, em plena transição para a sociedade do conhecimento, onde a criatividade desponta como verdadeiro meio de produção.</tt></p>
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<p><strong>Sobre o Autor</strong>:<br />
   Nascido no Rio de Janeiro, Brasil, em 1952, Ivan Alves Filho é historiador, diplomado pela Universidade Paris-VIII e pós-graduado pela Escola de Altos Estudos em Ciências Sociais de Paris.<br />
   É Autor de 12 livros, entre os quais Memorial dos Palmares, Brasil, 500 anos em documentos (apresentado pelo arquiteto Oscar Niemeyer), Cozinha brasileira (com recheio de História) e Velho Chico mineiro (obra prefaciada pelo ex-presidente da República, Itamar Franco). Participou de oito outros livros de caráter coletivo, um dos quais editado pela Unesco, em Portugal. Lançou, em 1998, juntamente com o historiador Nelson Werneck Sodré, o livro Tudo é política, o último trabalho desse respeitado cientista social.</p>
<p>   Ivan Alves Filho tem cerca de 40 ensaios e artigos históricos publicados em importantes revistas brasileiras, como Encontros com a Civilização Brasileira, Ecologia e Desenvolvimento e Política Democrática. E tem prontos três novos livros. Várias obras suas foram adotadas oficialmente em cursos e currículos de História e Sociologia em universidades brasileiras e estrangeiras &#8211; notadamente na Alemanha, na Itália, na França e na Polônia. A Universidade de Varsóvia, por exemplo, adotou, em 2010, o livro Brasil, 500 anos em documentos em seu curso sobre África de expressão portuguesa, Américas, e Espanha e Portugal, em seleção que incorporou em sua bibliografia pouco mais de 20 obras do mundo inteiro, entre as quais trabalhos de Celso Furtado, Edward Said, Ruy Castro e Raymond Williams.<br />
   Ivan Alves Filho concedeu, entre 1988 e 2011, dezenas de entrevistas sobre o seu trabalho a diversos órgãos da imprensa brasileira e, mesmo, internacional. Seus livros vêm sendo resenhados e comentados pelos principais publicações do Brasil desde a segunda metade dos anos 80 do século passado. Entre elas poderíamos citar o Estado de São Paulo, a Folha de São Paulo, o Jornal do Brasil, O Globo, a Gazeta Mercantil, o jornal Zero Hora, e as revistas Época e Isto É. Publicações do exterior, como o prestigiado Le Monde Diplomatique, noticiaram obras suas. Muitos de seus livros estão catalogados em bibliotecas internacionais e alguns deles foram, inclusive, roteirizados para cinema e documentários (caso de Memorial dos Palmares e Aparecida Azedo &#8211; Uma pintura de conto de fadas). Fora isso, nomes conceituados da cultura brasileira e internacional contemporâneas &#8211; e podemos citar o poeta Ferreira Gullar, o arquiteto Oscar Niemeyer, o historiador norte-americano Stuart Schwarz e a antropóloga Berta Ribeiro &#8211; fizeram referências a seus livros e ensaios.<br />
   Exercendo o jornalismo desde a primeira metade dos anos 70, Ivan Alves Filho trabalhou e colaborou em cerca de duas dezenas de publicações brasileiras, entre as quais a revista de economia Banas (correspondente em Paris em 1974 e 1975), a revista cultural Módulo (correspondente em Paris, entre 1977 e 1982; dirigida por Oscar Niemeyer), os Cadernos do Terceiro Mundo e o Almanaque Brasil (que formulou, em 1992). Editou, entre 1984 e 1993, o Guia do Terceiro Mundo, posteriormente intitulado Guia do Mundo, publicação lançada em português, espanhol e inglês. E, entre 1984 e 1985, foi editor dos suplementos culturais do Jornal do País, do Rio de Janeiro. Foi, ainda, diretor-adjunto da publicação Brasil Mais, editada no Rio de Janeiro, entre 1996 e 1997. Ao longo de sua carreira, entrevistou e/ou conviveu na Europa personalidades como o antropólogo Claude Lévi-Strauss, o psiquiatra Tony Lainé e o fotógrafo Henri Cartier-Bresson.<br />
   O Autor lecionou História e Economia Política e dá conferências históricas em várias cidades do Brasil e do Exterior (notadamente no Colóquio Internacional sobre Escravidão, convocado pela Unesco em Évora, Portugal, em dezembro de 2001).<br />
   Em diferentes momentos, atuou como pesquisador associado de órgãos como o Centro de Memória da Associação Brasileira de Imprensa (1984-1985), o Centro de Memória Social Brasileira, da Universidade Cândido Mendes (1985-1986), o Núcleo de Pesquisas sobre o Índio Brasileiro, da Universidade Estadual de São Paulo (1988-1989), o Comitê Português do projeto Unesco &#8220;A Rota do escravo&#8221; (1999-2001) e o Centro Brasileiro de Estudos Latino-americanos (2001).<br />
   Como documentarista, dirigiu, entre outros filmes, entre 2005 e 2011, O vermelho e o negro (sobre o historiador Joel Rufino dos Santos), Memórias do cinema (sobre Nelson Pereira dos Santos), A casa de Astrojildo (sobre o intelectual revolucionário Astrojildo Pereira), A democracia como meio e fim (sobre o dirigente político Armênio Guedes), Morrer se preciso for (sobre o antropólogo Mércio Gomes), O Partido do samba (sobre Sérgio Cabral), A necessidade da Arte (sobre Leandro Konder), O construtor de sonhos (sobre Oscar Niemeyer), A luta poética (sobre Ferreira Gullar), Nada além da liberdade (sobre Antônio Ribeiro Granja) e Zuleika Alambert &#8211; Uma mulher na História.<br />
   Dirigiu e apresentou, ainda, vários programas de cultura brasileira em emissoras de rádio (respectivamente em 1985-1986; 2002-2003 e 2005/2006). Editou, entre março de 2000 e maio de 2010, o suplemento Tempo de Cultura, do jornal carioca Terceiro Tempo. Atualmente (2012), coordena o projeto de pesquisa Brasileiros e militantes desde julho de 2003, para a Fundação Astrojildo Pereira, de Brasília. É, ainda, editor do portal da referida Fundação desde março de 2007. É membro da Direção Nacional do Partido Popular Socialista.</p>
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		<title>Lavoro, il confronto entra nel vivo. Fornero in settimana incontra le parti</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 20:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In agenda l&#8217;incontro con i numeri uno di Cisl e Uil, poi toccherà a Ugl e Confindustria per discutere di ammortizzatori sociali e contratti precari. (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/lavoro-il-confronto-entra-nel-vivo-fornero-in-settimana-incontra-le-parti/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In agenda l&#8217;incontro con i numeri uno di Cisl e Uil, poi toccherà a Ugl e Confindustria per discutere di ammortizzatori sociali e contratti precari. Ma soprattutto dell&#8217;articolo 18. Angeletti: &#8220;Scriviamo norme non interpretabili&#8221;</strong></p>
<p><strong>ROMA</strong> &#8211; Finite le feste di Natale, il confronto tra governo e parti sociali sul lavoro e sull&#8217;articolo 18 entra nel vivo. Il ministro Elsa Fornero, come ha già fatto con il leader della Cgil Susanna Camusso, incontra domani i numeri uno di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Poi, martedì e mercoledì, sarà il turno di Ugl e Confindustria. Questa prima fase, quella degli incontri bilaterali tanto contestati proprio dalla Cgil, servirà al ministro per raccogliere le posizioni dei suoi interlocutori e poi poter fare la sintesi, integrando dove possibile la proposta che ha in mente da settimane.</p>
<p>Ci sono gli ammortizzatori sociali da riformare, per renderli adatti a proteggere tutti i lavoratori e non solo &#8216;i garantiti&#8217;. Ci sono una serie di asimmetrie e di dualismi da sanare, giovani e meno, assunti a tempo indeterminato e precari. E la conseguenza è che va ridotto sensibilmente il numero dei contratti, 46 secondo il censimento effettuato dalla Cgil. La base del lavoro è il contratto unico, o meglio come preferisce chiamarlo il ministro il &#8216;contratto prevalente&#8217;.</p>
<p>È una proposta già formalizzata. L&#8217;origine è quella della versione Ichino, ma l&#8217;evoluzione, quella che finirebbe sul tavolo del confronto, è una proposta più vicina alla versione Boeri-Garibaldi e la sua evoluzione legislativa, il disegno di legge Nerozzi (Pd). Il &#8216;contratto prevalente&#8217; sarebbe a tempo indeterminato e prevederebbe un periodo di ingresso di tre anni in cui il lavoratore, nel caso in cui venisse licenziato, riceverebbe un&#8217;indennità economica di compensazione, proporzionale al periodo lavorato.</p>
<p>L&#8217;obiettivo, quello di mettere insieme flessibilità e sicurezza, ovvero maglie più larghe in uscita a fronte di adeguate tutele per i lavoratori, è alla portata, vista la disponibilità di massima a discutere di nuove regole che è già arrivata sia dai sindacati che dalle organizzazioni datoriali. Questo, purché si riesca a tenere fuori dal confronto le polemiche sull&#8217;articolo 18, pronte a riesplodere in qualsiasi momento se la riforma dovesse in qualche modo avallare la tentazione, radicata nell&#8217;ala più radicale del fronte industriale, di spingere sulla strada dei &#8216;licenziamenti facili&#8217;.</p>
<p>Intanto, a parlare è stato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. E l&#8217;invito è stato chiaro: &#8220;scriviamo norme chiare, non interpretabili, applicabili&#8221;. È invece inaccettabile, ha chiarito il leader del sindacato di via Lucullo, &#8220;il ragionamento perverso&#8221; che si fa sostenendo che &#8220;siccome le norme non riusciamo a scriverle in maniera chiara, le aboliamo&#8221;.</p>
<p>Per i licenziamenti, dice Angeletti, &#8220;ci devono essere delle motivazioni scritte in maniera chiara per cui il rapporto si può rescindere: l&#8217;azienda va male, il reparto va male, quel lavoratore non va mai a lavorare&#8221;. Ma, avverte Angeletti, &#8220;va lasciato in maniera chiara che si deve evitare l&#8217;arbitrio&#8221; da parte dell&#8217;impresa.</p>
<p>La riforma del mercato del lavoro è urgente, ma la modifica dell&#8217;articolo 18 &#8220;non è la priorità&#8221;, ha evidenziato anche l&#8217;ex ministro dell&#8217;Economia e attuale vice presidente di Morgan Stanley, Domenico Siniscalco, intervistato da Maria Latella su Sky tg 24. Il mercato, ha spiegato, &#8220;oggi è fortemente segmentato&#8221;: da una parte &#8220;ci sono i supergarantiti&#8221; e dall&#8217;altra &#8220;i giovani con una precarietà eccessiva&#8221;. E con la crisi, &#8220;i garantiti restano garantiti e i giovani vengono espulsi&#8221;. Questo, ha avvertito Siniscalco, &#8220;è gravissimo, perché sono proprio i giovani che devono poter accumulare produttività e far crescere l&#8217;economia&#8221;. Ma, nell&#8217;affrontare la riforma, va chiarito che la modifica dell&#8217;articolo 18 &#8220;non è la priorità&#8221;. Perché liberalizzare il licenziamento, questo in sintesi è l&#8217;abolizione dell&#8217;articolo 18, &#8220;oggi porterebbe all&#8217;espulsione dal mercato del lavoro di molti dipendenti attuali dopo aver aumentato anche l&#8217;età pensionabile&#8221;.</p>
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		<title>L&#8217;Italia guida la battaglia salva-Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 19:52:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Abbiamo più volte osservato che Mario Monti non è un tecnico ma un uomo politico di grande livello, attento alle relazioni con la società civile, (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/litalia-guida-la-battaglia-salva-europa/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo più volte osservato che Mario Monti non è un tecnico ma un uomo politico di grande livello, attento alle relazioni con la società civile, con le organizzazioni sindacali e con le forze politiche. Ma sta rivelando un&#8217;insolita capacità nella politica estera, applicata principalmente ai temi che riguardano l&#8217;economia e agli strumenti finanziari che ne costituiscono la leva; ma non soltanto.</p>
<p>La politica estera di Monti mira più in alto. L&#8217;obiettivo finale, se riuscirà nel suo intento, si propone di rafforzare un potere federale europeo che, pur mantenendo in vita i governi nazionali, ne restringa la sovranità e modifichi la distribuzione dei poteri all&#8217;interno delle istituzioni europee, accrescendo quelli del Parlamento di Strasburgo, della Commissione di Bruxelles e della Banca centrale.</p>
<p>Questo disegno appare ormai chiaro e passa per l&#8217;attenzione che il nostro &#8220;premier&#8221; sta dedicando alle alleanze politiche all&#8217;interno dell&#8217;Unione con gli altri Paesi dell&#8217;eurozona ma anche al di fuori di essa a cominciare dalla Gran Bretagna. Questa rete diplomatica non ha come finalità quella di stringere e di costringere la Germania a piegarsi &#8211; obiettivo impensabile &#8211; ma di rassicurarla e convincerla che un&#8217;Europa forte coincide con una Germania forte, economicamente e politicamente.</p>
<p>Questo è il motivo del prezzo che l&#8217;Italia ha salatamente pagato nelle scorse settimane con la legge &#8220;salva Italia&#8221; di marca rigorista.</p>
<p>Era necessaria per salvare il nostro Paese dal baratro, ma anche per procurarsi un biglietto d&#8217;ingresso al vertice dell&#8217;Europa. Quella legge potrebbe a buon diritto chiamarsi &#8220;salva Europa&#8221; poiché il peso del nostro Paese nel concerto dei 27 Stati dell&#8217;Unione non è mai stato così determinante come oggi, specie se abbinato alle capacità di Monti, politiche ed economiche, che non hanno riscontro negli altri leader europei.</p>
<p>La durezza rigorista della Merkel aveva l&#8217;obiettivo di rassicurare l&#8217;opinione pubblica tedesca che la Germania non avrebbe pagato il conto dei Paesi spendaccioni. Ci è riuscita recuperando una popolarità che supera il 60 per cento, preziosa in una fase di elezioni regionali che culminerà nel 2013 nelle elezioni politiche generali.</p>
<p>Ma la Cancelliera non ignora che il rigore dei bilanci è parola vana se non è abbinato a politiche di crescita in tutta l&#8217;Unione, poiché da quella politica dipendono le esportazioni tedesche, gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro che ne sono il corollario.</p>
<p>In alcune riunioni informali ma informalmente rese note la Merkel ha più d&#8217;una volta manifestato la sua consapevolezza di queste realtà e ne è tanto più convinta a causa del rischioso intreccio che mette in pericolo alcune banche tedesche imbottite di titoli tossici. Ma ha trovato in Sarkozy un partner inutilmente impulsivo e anche lui condizionato dalle imminenti elezioni presidenziali.</p>
<p>La scommessa di Monti consiste nella necessità di un terzo protagonista che non ha condizionamenti pre-elettorali e per di più superiore ai due partner per le sue specifiche competenze, a patto che l&#8217;appoggio parlamentare delle forze politiche italiane, delle organizzazioni sindacali e della pubblica opinione sia il più compatto possibile. La sua autorevolezza si fonda sulla fiducia degli italiani e sulla distanza dall&#8217;appuntamento elettorale. Un anno scarso perché con l&#8217;inizio del semestre bianco (gennaio 2013) anche qui da noi la campagna elettorale avrà inizio e le prerogative del Quirinale saranno affievolite. Ecco perché Monti deve agire con la massima velocità ed ecco perché, se gli italiani saranno consapevoli della posta in gioco, il loro appoggio non può essergli lesinato.</p>
<p>* * *<br />
La settimana che si chiude oggi è stata purtroppo funestata da alcuni fatti non prevedibili ed altri al di fuori dal controllo del nostro governo: l&#8217;Sos del &#8220;premier&#8221; greco per un rischio di default del debito che sembrava superato ma è tornato a manifestarsi con virulenza (anche per una improvvisa diminuzione delle entrate tributarie che desta il fondato sospetto d&#8217;uno sciopero dei contribuenti e d&#8217;un consapevole lassismo del governo); l&#8217;incidente (chiamiamolo così) ungherese, il crollo della sua moneta e del suo debito sovrano; la prolungata attesa delle banche europee e italiane ad utilizzare la massiccia iniezione di liquidità della Bce; le perdite in Borsa registrate dal titolo Unicredit in occasione dell&#8217;aumento di capitale da sette miliardi imposto dall&#8217;autorità bancaria europea (Eba).</p>
<p>L&#8217;andamento borsistico di Unicredit denuncia una situazione cui bisognerebbe porre rapido rimedio: le grandi banche italiane dipendono dal controllo delle Fondazioni che sono strutturalmente inadatte ad adempiere a questo delicatissimo compito. Occorre sostituirle al più presto riportandole alle loro attività statutarie e affidando la proprietà di banche ad un azionariato più idoneo.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;attendismo del sistema bancario italiano dopo l&#8217;operazione di liquidità della Bce, ne parleremo tra poco. Quanto agli incidenti greco e ungherese, si tratta di fatti che chiamano in causa l&#8217;Europa con pressante insistenza e vanno dunque affrontati nei modi che abbiamo già indicato.</p>
<p>* * *<br />
L&#8217;attendismo delle banche era prevedibile e previsto. Durerà ancora per qualche settimana ma dovrebbe cessare o attenuarsi fortemente con l&#8217;inizio delle aste di titoli dei debiti sovrani in scadenza. Tra febbraio e marzo scadranno in Europa 500 miliardi di titoli pubblici dei quali 150 riguardano il nostro debito.</p>
<p>Le ragioni dell&#8217;attendismo delle nostre banche sono le seguenti:<br />
1. Si è verificato negli ultimi mesi una sensibile diminuzione sia dei depositi sia delle richieste di prestiti.<br />
2. Le sofferenze di crediti non esigibili sono sostanzialmente aumentate fino a rappresentare il 9 per cento dei bilanci.<br />
3. Molte banche europee sono oberate da titoli scadenti o addirittura tossici. Non essendovi un prestatore di ultima istanza questa situazione blocca la reciproca fiducia tra gli istituti di credito europei e li incita a vendere sul mercato i titoli di debiti sovrani ritenuti rischiosi.<br />
4. Malgrado queste difficoltà le banche, ma anche i fondi d&#8217;investimento e i risparmiatori, hanno effettuato rilevanti acquisti di titoli pubblici a breve termine. In particolare il rendimento dei nostri Bot a tre mesi è diminuito, tra il 9 novembre e il 5 gennaio, del 70 per cento passando dal 6,60 all&#8217;1,95 per cento; per i Bot a sei mesi la diminuzione è stata del 68 per cento passando dall&#8217;8,30 al 2,66; per i Bot a dodici mesi diminuzione del 62 per cento (da 9,47 a 3,61); per i Btp a due anni diminuzione del 30 per cento (da 7,26 a 5,09). La diminuzione del Btp quinquennale è stata più bassa: 12 per cento. I decennali sono sostanzialmente stabili attorno al 7 per cento.</p>
<p>Va aggiunto a chiarimento che l&#8217;alto rendimento dei decennali è virtuale; ridiventerà attuale con le prossime aste di febbraio. A questo proposito sarebbe opportuno che il Tesoro, anziché portare in asta Btp decennali, abbreviasse i termini di scadenza a un anno o al massimo due. Li collocherebbe a rendimenti molto più bassi superando un appuntamento molto impegnativo senza incidere sulla durata media del nostro debito pubblico che è attualmente di sette anni.</p>
<p>Sarebbe altrettanto opportuno che il Tesoro azzerasse il fabbisogno dello Stato. L&#8217;operazione ha un costo di 15 miliardi e non presenta particolari difficoltà.</p>
<p>* * *<br />
La Bce la sua parte l&#8217;ha fatta con l&#8217;operazione di prestito triennale di 500 miliardi all&#8217;1 per cento di tasso. Il 19 febbraio riaprirà lo sportello a richieste di prestiti triennali per importi illimitati. Non porrà condizioni alle banche per quanto riguarda l&#8217;utilizzo di quei fondi, ma è facile prevedere una discreta &#8220;moral suasion&#8221; per erogazioni alla clientela e partecipazione attiva alle aste del Tesoro. Si tratta per di più di operazioni profittevoli anche se il Tesoro abbreviasse le scadenze dei nuovi titoli.</p>
<p>Non credo che nella strategia di Monti ci sia la richiesta di equiparare la Bce alle altre Banche centrali. Se il nostro premier vuole rassicurare la Merkel questa non sarebbe, almeno per ora, la richiesta giusta. Ma in un futuro più lontano, diciamo nel 2015, potrebbe divenire praticabile e bene ha fatto il ministro Passera a metterla in calendario.<br />
Quello che Monti vuole oggi portare a casa con la riunione del Consiglio europeo del 30 gennaio, è il dimezzamento della quota di debito da diminuire per i Paesi che superano il 60 per cento nel rapporto debito-Pil e il defalco degli investimenti strutturali dal calcolo del deficit rispetto al Pil. Sarebbero due passi nella giusta direzione per quanto riguarda la crescita. Messi insieme al contenimento dei rendimenti consentirebbero un quadro di maggiore tranquillità e l&#8217;avvio immediato di iniziative per la creazione di posti di lavoro e nuovi meccanismi di ammortizzatori sociali.<br />
Insomma una politica di rilancio a piccoli passi ma con perseverante continuità, purché vi sia l&#8217;appoggio degli italiani ed in particolare delle parti sociali.</p>
<p>Da questo punto di vista la Camusso e la Fornero hanno grandi responsabilità. Innovare profondamente il contratto di lavoro tenendo fermo l&#8217;articolo 18: questa è la scommessa. Non è impossibile, soprattutto se sapranno guardare la luna e non il dito che la indica.</p>
<p>Post scriptum. Voglio qui inviare i nostri sentiti auguri al professor Befera, presidente dell&#8217;Agenzia delle entrate. Non badi alle minacce e agli insulti che le vengono lanciati. Le prime confidiamo siano soltanto sciagurate esibizioni di teste balorde, i secondi, se vengono da personaggi tipo Santanché, sono titoli onorifici</p>
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		<title>La fame non può attendere Ci vuole un cambio di rotta.</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 12:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ritorno in Italia, che è il Paese dei miei avi. La mia priorità sarà quella di dare nuovo impulso all&#8217;impegno per il raggiungimento del primo (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/la-fame-non-puo-attendere-ci-vuole-un-cambio-di-rotta/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ritorno in Italia, che è il Paese dei miei avi. La mia priorità sarà quella di dare nuovo impulso all&#8217;impegno per il raggiungimento del primo obiettivo del Millennio, quello cioè di dimezzare la proporzione delle persone che soffrono la fame entro il 2015 e guardare oltre, verso la definitiva e totale eliminazione della fame dalla faccia della terra. Un impegno che la FAO non potrà condurre da sola</p>
<p><strong>ROMA</strong> &#8211; La mia elezione a Direttore Generale della FAO, l&#8217;Organizzazione dell&#8217;ONU per l&#8217;Alimentazione e l&#8217;Agricoltura, rappresenta un importante punto di svolta nella mia vita. Tanto per cominciare ritorno in Italia, che è il Paese dei miei avi. Ed infatti ho sia la nazionalità brasiliana che quella italiana. Dal primo gennaio assumo ufficialmente la mia nuova carica e vorrei che anche questa data segnasse un altro punto di svolta &#8211; un cambio di rotta nella lotta contro la fame per arrivare alla sua eliminazione. Oggi sono circa un miliardo le persone che non hanno cibo a sufficienza e molti Paesi sono ben lontani dal raggiungimento del Primo Obiettivo di Sviluppo del Millennio di dimezzare, entro il 2015 la proporzione di persone che soffrono la fame cronica e vivono in condizioni di povertà estrema.</p>
<p><strong>La mia priorità</strong>. Per il 2012 sarà dunque quella di dare nuovo impulso all&#8217;impegno per il raggiungimento di quell&#8217;obiettivo. Ma anche guardare oltre, verso la definitiva e totale eliminazione della fame dalla faccia della terra. Ovviamente, un impegno di questa portata non è qualcosa che la FAO possa condurre da sola. E&#8217; necessaria una nuova e più forte mobilitazione internazionale, il sostegno degli organi politici ad ogni livello ed uno sforzo congiunto dell&#8217;intero sistema delle Nazioni Unite e di tutti gli altri partner per lo sviluppo. Intendo avviare presto una serie di consultazioni con una trentina tra i paesi più poveri al mondo, per aiutarli a mobilitare le risorse necessarie</p>
<p>e ad avviare strategie nazionali per il raggiungimento della sicurezza alimentare.</p>
<p><strong>Non esistono risposte preconfezionate</strong>. Ma i paesi non dovranno neanche partire da zero. All&#8217;interno della FAO, ed in molte parti del mondo in via di sviluppo, esistono esperienze alle quali questi paesi possono attingere per trovare risposte efficaci ai loro problemi. La FAO, da parte sua, lavorando fianco a fianco con altri partner e facendo il miglior uso delle proprie risorse finanziarie ed umane, è pronta ad aiutare questi paesi ad avviare programmi fattibili ed a trovare le risorse necessarie per finanziarli, oltre a mettere a disposizione le conoscenze e l&#8217;esperienza sviluppate negli anni, per esempio nel campo dello sviluppo rurale  sostenibile.<br />
<strong><br />
</strong><strong>Una nuova rivoluzione.</strong> Nel 2011 la FAO ha lanciato un modello per una nuova rivoluzione &#8220;più verde&#8221; in agricoltura, per far incrementare la produzione senza possibili &#8220;effetti collaterali&#8221;, come danni ambientali ed esaurimento delle risorse naturali causati dai sistemi agricoli attuali. E&#8217; quello che noi chiamiamo &#8220;<em>Save and Grow</em>&#8220;, cioè produrre di più con meno. Questo nuovo modello produttivo preserva e rafforza le risorse naturali, grazie ad una serie di pratiche agronomiche che permettono una migliore gestione del suolo, limitando gli effetti negativi sulla sua composizione e contribuendo anche a ridurre il fabbisogno di acqua ed i costi energetici. Le rese dei coltivatori che hanno seguito in via sperimentale queste tecniche in 57 paesi a basso reddito sono aumentate di circa l&#8217;80 per cento. E gradualmente, nel corso dei prossimi 15 anni, incoraggeremo ed aiuteremo i paesi in via di sviluppo ad adottarlo.<br />
<strong><br />
</strong><strong>Il coinvolgimento delle donne.</strong> Iniziative come questa possono avere un ruolo importante nell&#8217;aiutare paesi con problemi di insicurezza alimentare a raggiungere una crescita economica più sostenibile, una questione questa che sarà al centro del dibattito alla Conferenza delle Nazioni Unite &#8220;Rio+20&#8243; della prossima estate. Cambiamento climatico e sicurezza alimentare hanno d&#8217;altronde programmi convergenti. Entrambi richiedono cambiamenti sostanziali nella direzione di modelli produttivi e di consumo più sostenibili. Adesso vi è l&#8217;opportunità di esplorarne le possibili sinergie. Assieme a UN Women e molti altri partner, la FAO è convinta della necessità di un maggiore coinvolgimento e ruolo delle donne in agricoltura. Attualmente il rendimento degli appezzamenti gestiti da donne sono inferiori a quelli gestiti da uomini.  Ma questo non perché le donne coltivino la terra peggio degli uomini, ma semplicemente perché non hanno lo stesso accesso a risorse fondamentali quali terra, tecnologia e fattori produttivi. La piena partecipazione delle donne al nostro comune impegno per eliminare la fame farà la differenza.<br />
<strong><br />
</strong><strong>Una strada lunga e in salita.</strong> Nel dare un nuovo impulso alla lotta contro la fame dobbiamo guardare a nuove ed innovative soluzioni. Immettere risorse nelle economie rurali, per esempio mediante programmi di trasferimento di denaro ed incentivi produttivi, ha immediati effetti positivi sulla crescita economica locale. Si creano posti di lavoro e fonti di reddito, vengono generati mercati per contadini su piccola scala ed aumenta la disponibilità di alimenti freschi, sicuri e nutrienti. La strada che abbiamo di fronte è lunga ed in salita, ma è tempo di essere innovativi e trovare nuove risposte. Sebbene il nostro lavoro sarà reso più arduo dalle incerte prospettive economiche, sono convinto che con un nuovo approccio ed un rinnovato impegno, con misure che rafforzino la governance della sicurezza alimentare a livello mondiale, possiamo dare l&#8217;impulso necessario per una totale eliminazione della fame.</p>
<p><em>* José Graziano da Silva è il nuovo direttore della FAO</em></p>
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		<title>IL PD E L’ORGOGLIO DI SALVARE L’ITALIA.</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 17:24:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Mi sembra importante ragionare sul ruolo politico che il Pdsta giocando e sul significato delle responsabilità che ci siamo assunti rispetto alle sorti incerte della (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/il-pd-e-lorgoglio-di-salvare-litalia/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sembra importante ragionare sul ruolo politico che il Pdsta giocando e sul significato delle responsabilità che ci siamo assunti rispetto alle sorti incerte della democrazia italiana. Non voglio qui ripetere le cose dette sullo stato di straordinaria emergenza in cui ci muoviamo.</p>
<p>Né tornare sulla semplice verità che il dovere di «salvare l’Italia» è la condizione per evitare il massacro del mondo del lavoro italiano. Qualcosa come in Grecia: drastico taglio dei salari, licenziamenti in massa, gli ospedali che non hanno più i soldi per comprare i medicinali stranieri. Spero che questo rischio per noi si stia allontanando. Voglio solo aggiungere qualcosa sul perché il Pd dovrebbe andare a questa prova con più orgoglio.</p>
<p>L’orgoglio di una forza che sta ridefinendo il suo profilo come quel partito della nazione di cui un paese così diviso ha assolutamente bisogno e che comincia ad avere una visione più chiara delle nuove sfide che ci stanno di fronte. Però qui è il nostro banco di prova. È adesso, è oggi. Dopo molti anni è nel fuoco di una drammatica emergenza che le forze politiche, le culture, gli assetti sociali e perfino le basi morali dell’Italia di domani sono costrette a ridefinirsi. Ma la condizione è che questo Paese non si dissolva. Esiste quindi &#8211; è vero &#8211; uno stato di necessità. Ma non è solo questo che muove il Pd.</p>
<p>Tra tante difficoltà, tanta confusione anche a sinistra e tanti errori di un governo che non è il nostro, noi dobbiamo essere pienamente consapevoli del salto che sta avvenendo e in parte è già avvenuto nella lotta politica italiana. Non si ritornerà più al gioco di prima, così come era giocato dai partiti di prima. Anche noi potremmo perdere agli occhi della gente ogni significato, prestigio e capacità di guida se non scendessimo sul terreno nuovo e più avanzato che si è creato. Stiamo attenti. Che significa proporsi come una alternativa reale e chiedere la fiducia della gente? Non basta più dire le cose di prima. La lotta per l’egemonia (per un partito a vocazione maggioritaria, per dirla come Veltroni) comporta avere uno sguardo più lungo e la capacità di muoversi non solo sul terreno nazionale. Vincerà chi penserà le alternative politiche nel quadro dei grandi spazi dell’Europa dove è in atto una guerra, la guerra per l’euro la quale non riguarda solo la moneta ma il chi comanda e quale ruolo assume il vecchio continente nel mondo nuovo. Bisognerebbe leggere il magnifico discorso di Helmut Schmidt sul ruolo storico della Germania al congresso della socialdemocrazia tedesca. Le «escort» di Berlusconi hanno nascosto per troppi anni la realtà vera, ed è anche questo che ha consentito alla destra di saccheggiare la nazione italiana. Ma la colpa non è solo degli altri. La verità è che abbiamo toccato con mano i limiti dei vecchi partiti.</p>
<p>E anche quando il gioco tornerà in un Parlamento nuovo, eletto e non nominato, dovremo tener conto che è cambiato il rapporto tra la politica e le tecno-strutture. Dire «Salvare l’Italia» non è quindi retorica. È la condizione per muoversi sul terreno su cui oggi, non domani (quando vinceremo) si costruiscono le alternative. A volte mi sembra di rivedere il vecchio Marx che torna a spiegarci il senso delle cose. Non voglio spaventare nessuno. Voglio solo notare che il premier britannico Cameron ha abbandonato la riunione di Bruxelles quando si è cominciato a discutere sul come difendere l’euro, finora moneta a rischio perché senza Stato e quando, quindi, si è posto il problema per come dare ad esso, finalmente, una sovrastruttura politica in grado di regolare i mercati finanziari.</p>
<p>È a questo punto che il vero liberale ha sbattuto la porta con l’argomento (esplicito, non mascherato), che non poteva danneggiare la City, cioè il luogo dove l’alta finanza ha il potere di muovere, senza alcun controllo, i grandi capitali, anche quelli speculativi. Dovremmo quindi cercare di uscire da dispute del tutto vane come quelle sulla famosa e terrificante «foto di Vasto». Tanto più vane perché sta nelle cose la ragione vera, di fondo, che dovrebbe spingere il Pd &#8211; tutto il Pd &#8211; ad allargare la sua base politica e culturale e dare un fondamento più forte alla alleanza della sinistra con i democratici moderati. Basterebbe allargare la visione delle cose e chiederci perché la crisi che stiamo vivendo è così devastante. Al fondo, la spiegazione sta nel fatto che il patto politico e sociale che è stato alla base della democrazia europea è in disfacimento. Di questo si tratta. Non è un problema tecnico da affidare ai tecnici. Il ruolo del riformismo è affrontare la grandezza e la drammaticità di questo passaggio per proporre un nuovo patto sociale, ed è capire meglio che cosa è in gioco, che tipi di assetti della vita sociale sono in discussione, quali compromessi storici stanno saltando. Non si fa grande politica senza un linguaggio, è questo non può ridursi alle banalità del giornalismo o all’economicismo dei tecnici. Di quali mercati si va parlando? Si sono rovesciati i rapporti di forza tra i governi e le multinazionali, tra il capitale e il lavoro, tra la politica e l’oligarchia finanziaria.</p>
<p>È diventata abissale la distanza tra chi produce la ricchezza reale e chi specula sui movimenti finanziari, creando così una enorme rendita che poi la povera gente deve pagare. Non pretendo di aggiungere nulla alle tante analisi. Mi chiedo se noi abbiamo misurato abbastanza gli effetti dell’enorme squilibrio che è in atto nella distribuzione della ricchezza e quindi nel mondo dei valori e dei significati dell’esistenza. Non mi sembra un piccolo problema. La ricerca senza limiti dei guadagni in conto capitale ha fatto sì che valori come lealtà, integrità, fiducia, significati della vita, venissero via via accantonati per fare spazio al risultato monetario a breve termine. I tecnici sono importanti ma non è vero affatto che la politica ha perduto spazio. Non condivido certi ragionamenti che poi, alla fin fine, tendono tutti a squalificare la sinistra che c’è e che sta tenendo botta.</p>
<p>È vero che governare significa arbitrare una crescente complessità e varietà di poteri (non solo economici). Bisogna tener conto della dimensione e del condizionamento internazionale dei problemi e ciò comporta l’uso di agenzie e di strumenti di conoscenza che i partiti non hanno. Ma non è vero affatto che non servono più i partiti. La vera, grande, novità che emerge dal modo come il super capitalismo finanziario ha sconvolto i legami sociali è che per garantire il «governo lungo» della società più che mai ci vogliono organismi ai quali spetta rendere chiara e mettere in campo un’agenda politica più vasta. Questo è il punto. Il partito come «padrone» del governo recede, ma come fattore guida della comunità avanza più di prima sulla scena.</p>
<p>Un partito può anche apparire meno utile come strumento di potere, ma più che mai  c’è bisogno di partiti che si pongano come guida etico-politica e come riformatori della società, in quanto capaci di mobilitare forze, intelligenze e passioni. Io credo che questo è il compito del Pd, che qui sta il suo grande spazio, e che questo è ciò che rende necessario questo strano miscuglio di culture socialiste e cattoliche.</p>
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