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		<title>La rabbia sociale male del secolo</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 14:24:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L&#8217;ondata dell&#8217;antipolitica si sta ingrossando e proviene da destra, da sinistra e anche dal profondo della società, indipendentemente dalle etichette politiche di originaria appartenenza. L&#8217;ondata (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/la-rabbia-sociale-male-del-secolo/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ondata dell&#8217;antipolitica si sta ingrossando e proviene da destra, da sinistra e anche dal profondo della società, indipendentemente dalle etichette politiche di originaria appartenenza.</p>
<p>L&#8217;ondata ricorda lo &#8220;tsunami&#8221;, si verifica a lunghi intervalli, è capace di produrre distruzioni e danni enormi ma con la stessa velocità con cui arriva si placa lasciando tuttavia dietro di sé un cumulo di rovine.</p>
<p>L&#8217;onda lunga è invece quella degli oceani, un moto naturale delle acque che alimenta la vita del mondo marino e terrestre e dell&#8217;atmosfera che ci circonda e ci sovrasta. Se vogliamo utilizzare questi fenomeni per meglio comprendere quanto sta accadendo da qualche anno nelle economie dell&#8217;Occidente, possiamo dire che allo &#8220;tsunami&#8221; dell&#8217;antipolitica fa riscontro l&#8217;onda lunga della politica. Ma dobbiamo anche aggiungere che in alcuni paesi l&#8217;ondata antipolitica è più frequente che in altri. L&#8217;Italia è uno di questi; l&#8217;antipolitica da noi è quasi un fatto permanente e minaccioso d&#8217;una società che ha conosciuto assai tardivamente lo Stato e lo ha visto sempre come una potenza ostile da combattere e da frodare.</p>
<p>I democratici di buona volontà dovrebbero dunque sforzarsi di rinnovare e rafforzare l&#8217;onda lunga della politica, cioè di una consapevole visione del bene comune da opporre allo &#8220;tsunami&#8221; dell&#8217;antipolitica. Accade invece che la politica galleggi su acque stagnanti e paludose, infestate da miasmi e malarie.</p>
<p>I democratici di</p>
<p>buona volontà si trovano insomma a dover combattere l&#8217;ondata dell&#8217;antipolitica e la palude della politica. In Italia la situazione è questa e se guardiamo all&#8217;Europa come al progetto di un futuro Stato federale, le cose stanno più o meno allo stesso modo. Anche la politica europea galleggia infatti su acque stagnanti e paludose. Non c&#8217;è un&#8217;opinione pubblica seriamente europeista, non ci sono interessi forti che spingano verso la federazione e tanto meno valori egemoni che servano da punti di riferimento. Ci sono soltanto minoranze elitarie, non sufficienti a mutare l&#8217;acqua stagnante in onda lunga e vitale.</p>
<p>* * *<br />
Ho più volte ricordato in questi mesi che c&#8217;è un punto preliminare da cui dobbiamo prender le mosse: l&#8217;economia globale ha messo in contatto tra loro le masse di persone che vivono in paesi di antica opulenza e le masse che abitano paesi di antica povertà.</p>
<p>Questi due campi di forze così diversi e finora refrattari tra loro sono entrati in comunicazione ormai permanente e crescente e questa comunicazione ha creato un improvviso squilibrio nell&#8217;uno e nell&#8217;altro campo. La tendenza ad un nuovo equilibrio crea un trasferimento inevitabile di benessere dai paesi ricchi a quelli poveri o meno ricchi e quel trasferimento è destinato a continuare fino a quando l&#8217;equilibrio tra i due campi non sarà stato raggiunto.</p>
<p>Ci sono molti strumenti economici e politici per ridurre i costi sociali di questo percorso che tuttavia resta un dato di fondo al quale è del tutto inutile ribellarsi.</p>
<p>* * *<br />
Ribadita questa premessa, veniamo ai fatti rilevanti di questa fase. L&#8217;evento principale è la vittoria del socialista Hollande al primo turno delle presidenziali francesi, la forte probabilità della sua elezione al secondo turno e la contemporanea comparsa del neo-lepenismo di massa (18 per cento dei voti espressi) che potrà notevolmente influire sul formarsi d&#8217;una nuova destra populista e anti-europea.</p>
<p>Se Hollande sarà proclamato Presidente della Repubblica domenica prossima, sappiamo già che il suo primo incontro dopo la formazione del governo sarà quello con Angela Merkel con l&#8217;obiettivo di costruire su nuove basi il patto di amicizia che lega le due maggiori nazioni europee.</p>
<p>Hollande punta sulla crescita dell&#8217;economia europea, ma anche la Merkel punta sulla crescita. Prima lo diceva con voce sommessa, ora lo dice con voce alta e sicura. Con la stessa voce alta e sicura lo dice anche Mario Draghi e anche il nostro Mario Monti, sostenuto in questa sua linea da tutti e tre i partiti che appoggiano il suo governo. E perciò crescita crescita crescita. Ma con quali strumenti per ottenerla? E con quali tempi necessari a vederne gli effetti?</p>
<p>* * *<br />
Gli strumenti proposti da Hollande sono di ottenere l&#8217;esenzione delle spese per investimenti dal patto di stabilità fiscale voluto dalla Germania e approvato dalle Autorità europee; ottenere l&#8217;emissione di &#8220;project bond&#8221; per finanziare infrastrutture europee; accrescere le risorse del bilancio europeo amministrato dalla Commissione di Bruxelles e aumentare le risorse della Banca d&#8217;investimento (Bei) destinate anch&#8217;esse a specifici progetti di infrastrutture inter-frontaliere.</p>
<p>Le richieste francesi sono in larga misura condivise dalle Autorità di Bruxelles. La Germania &#8211; e la Bce di Draghi &#8211; ne condividono alcune ma escludono i &#8220;project bond&#8221; e sono molto caute sugli investimenti della Bei. Mario Monti si colloca a metà strada tra le richieste di Hollande e le probabili risposte negative della Merkel ad alcune di esse. In più Monti aggiunge la richiesta dei diciotto paesi dell&#8217;Unione di aumentare l&#8217;intensità delle liberalizzazioni sul mercato dei servizi in tutta l&#8217;area dell&#8217;Unione.</p>
<p>Il negoziato &#8211; sempre che Hollande vinca il secondo turno delle presidenziali &#8211; avverrà tra l&#8217;8 maggio e le riunioni dei vertici europei di fine giugno. Un compromesso positivo è molto probabile. Per quanto riguarda l&#8217;Italia l&#8217;esito del negoziato ha grande importanza ma non esaurisce i nostri problemi politici, economici e sociali. Restano infatti da risolvere le maggiori tutele sociali (esodati), la tenuta dei partiti della &#8220;strana maggioranza&#8221; e i loro reciproci conflitti; l&#8217;esito politico delle amministrative del 6 e 7 maggio; la riforma della legge elettorale; gli strumenti da adottare nella lotta contro la recessione; l&#8217;approvazione della riforma del lavoro; la &#8220;governance&#8221; della Rai. E scusate se è poco.</p>
<p>* * *<br />
Tralascio di approfondire i temi di questo lungo elenco che sono stati già ampiamente esaminati su queste pagine nei giorni scorsi. Ma ce n&#8217;è uno che tutti li contiene e può determinarne l&#8217;esito; riguarda l&#8217;atteggiamento dei partiti che appoggiano l&#8217;attuale governo. Essi temono che l&#8217;ondata antipolitica, già prossima ad intercettare il 20 per cento dei voti stando ai sondaggi, possa ulteriormente crescere fino a rappresentare un quarto dei voti espressi e a creare anche una diffusa astensione, tale da ridurre fino al 60 per cento il numero degli elettori che andranno alle urne. Il combinato disposto tra astensioni e voti antipolitici produrrebbe un colpo estremamente grave per i partiti &#8220;costituzionali&#8221; (chiamiamoli impropriamente così) e metterebbe in serio periglio la stessa sopravvivenza della democrazia parlamentare.</p>
<p>La tentazione di anticipare il voto al prossimo ottobre traluce ormai da ripetute sortite e rende più incerta l&#8217;azione del governo e l&#8217;andamento dei mercati. D&#8217;altra parte la preoccupazione dei partiti è comprensibile. L&#8217;&#8221;impasse&#8221; in cui si trovano è di difficilissima soluzione: anticipare il voto rischia di squalificarli ancora di più e getterebbe il paese in una fase d&#8217;insicurezza assai grave; aspettare ancora un anno fino alla scadenza naturale della legislatura prolungherebbe però la loro cottura a fuoco lento. Qual è dunque la soluzione del rebus?</p>
<p>Una soltanto: i partiti che chiamiamo costituzionali votino intanto una legge elettorale che abolisca il premio di maggioranza o lo faccia scattare soltanto per chi superi il 40 per cento dei voti, ponga una soglia alta (5 per cento) per entrare in Parlamento, vieti le coalizioni elettorali, abolisca dalla scheda elettorale il nome del leader, prenda a modello la legge elettorale tedesca applicata a collegi di piccole dimensioni come previsto dalla legge spagnola.</p>
<p>Nel frattempo il governo, ricevuta l&#8217;assicurazione formale e solenne della sua permanenza in carica fino al termine della legislatura, adotti una serie di provvedimenti capaci di accrescere le tutele sociali estendendone la durata e ampliandone la sfera d&#8217;applicazione, tagli le spese improduttive e persegua &#8211; come sta già energicamente facendo &#8211; il recupero dell&#8217;evasione fiscale; cartolarizzi una parte del patrimonio pubblico vendibile e mandi avanti il pagamento del debito pregresso verso le imprese fornitrici.</p>
<p>Con le risorse prodotte con questi interventi, diminuisca le imposte sul lavoro, aumenti i crediti d&#8217;imposta per investimenti destinati a innovazioni e ricerca, rilanci l&#8217;apertura dei cantieri edilizi e introduca sgravi d&#8217;imposta sui redditi medio-bassi del lavoro dipendente.</p>
<p>Le risorse recuperabili dalle fonti sopra indicate possono arrivare sicuramente a 80 miliardi, forse a cento e quindi sono in grado di produrre un allentamento della tensione sociale in attesa che le liberalizzazioni e la riforma pensionistica producano gli attesi effetti sul gettito delle entrate.</p>
<p>Questi interventi-ponte sono oltremodo necessari e urgenti per diminuire o almeno non far aumentare il tasso di rabbia sociale che, se lasciato alla deriva, può creare uno sconvolgimento economico con i relativi effetti sui mercati finanziari.</p>
<p>Chi si preoccupa soltanto dello &#8220;spread&#8221; e considera la rabbia sociale come un fenomeno marginale e sopportabile, non coglie un aspetto fondamentale del problema. La &#8220;polis&#8221; deve tenere nello stesso conto le leggi economiche e le dinamiche sociali da esse provocate; non a caso i classici della scienza economica, a cominciare da Adam Smith, insegnavano filosofia morale. Chi si proclama &#8220;smithiano&#8221; dovrebbe almeno studiare il pensiero e la formazione culturale del suo autore di riferimento prima d&#8217;impegnarsi sui precetti del liberismo senza se e senza ma.</p>
<p>Un&#8217;ultima osservazione: il presidente Monti punta giustamente sull&#8217;aumento della produttività delle imprese e sulla loro competitività. Mi auguro che non cada nell&#8217;errore di far coincidere l&#8217;aumento della produttività con la diminuzione del costo del lavoro. Quest&#8217;ultimo è soltanto uno dei componenti d&#8217;una maggiore produttività e neppure il più importante. I più importanti sono l&#8217;innovazione dei prodotti e dei processi di produzione e dipendono sia l&#8217;uno che l&#8217;altro dagli imprenditori e non dai lavoratori. Quanto al costo del lavoro dipendente esso deriva in buona parte dalla differenza tra salario lordo e salario netto. In questo caso la sua diminuzione si verifica con un taglio del cosiddetto cuneo fiscale e cioè con la fiscalizzazione dei contributi. Sono sicuro che il professor Monti queste cose le conosce molto meglio di me e agirà quindi di conseguenza.</p>
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		<title>Berlusconi. Pronto al rientro: ecco come.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 14:19:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Forza Italiani è in testa alle preferenze del Cavaliere per il nome della sua prossima creatura, perché mettere nel simbolo soltanto il marchio Italia suonerebbe (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/berlusconi-pronto-al-rientro-ecco-come/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forza Italiani è in testa alle preferenze del <strong>Cavaliere</strong> per il nome della sua prossima creatura, perché mettere nel simbolo soltanto il marchio Italia suonerebbe troppo glaciale, meglio incitare il popolo a impegnarsi, a darsi da fare, a mobilitarsi su qualcosa di positivo, come nelle precedenti campagne elettorali (forza, rialzati&#8230;). E Forza Silvio piace da matti al titolare del logo, ma sarebbe in contrasto con l&#8217;operazione che va nella direzione opposta, inedita per l&#8217;ex Caimano: spersonalizzare, travestirsi, mascherare il vecchio da nuovo.</p>
<p>Colloqui, sondaggi, ammiccamenti. Per il Cavaliere è il momento di tornare. Martedì 24 aprile Berlusconi ha pranzato per la prima volta in vita sua al ristorante di Montecitorio insieme ad alcuni deputati. Un piatto di spaghetti al pomodoro, alla fine il conto l&#8217;ha pagato <strong>Maurizio Lupi</strong>, 83 euro per sette coperti (il vice-presidente della Camera, ciellino doc, ha conservato lo scontrino in un&#8217;agendina rossa: &#8220;Dopo i guai di Formigoni non si sa mai&#8221;). Un&#8217;accelerazione improvvisa negli ultimi giorni, perché Berlusconi prepara la sua nuova macchina elettorale e avrebbe bisogno di tempo per metterla a punto, ma si prepara ad affrontare una sfida elettorale anticipata ad ottobre, in un clima di sfascio politico. Perché, spiegano nel Pdl, &#8220;se si va a votare in autunno vuol dire che il governo di <strong>Mario Monti</strong> è fallito&#8221;. E in vista del terremoto l&#8217;ex premier cambia schema di gioco. Dall&#8217;uomo solo al comando al patto di sindacato. Dal modello One man show, un mattatore sul palco, a quello del Consiglio di amministrazione, con più azionisti e con pesi e quote da definire. Più che un partito o una coalizione, una Corporation.</p>
<p>Il mercato potenziale è sconfinato. Sedici milioni di elettori, moderati in libera uscita, in cerca di una casa politica, ha calcolato  <strong>Roberto D&#8217;Alimonte</strong> sul &#8220;Sole 24 Ore&#8221;. Una situazione che si può paragonare soltanto alla fine della prima Repubblica nel 1992-93, con il crollo dei vecchi partiti e la discesa in campo del Cavaliere. Il più lesto a lanciare l&#8217;Opa è stato <strong>Pier Ferdinando Casini</strong> con il progetto del Partito della Nazione, cui ha replicato il segretario del Pdl <strong>Angelino Alfano</strong> annunciando una sorpresa in arrivo. &#8220;Tra Casini e Alfano siamo al tavolo del poker: buio e controbuio&#8221;, si diverte il deputato azzurro <strong>Giorgio Stracquadanio</strong>. &#8220;Solo Berlusconi ha una strategia. Si trova in una situazione identica all&#8217;estate del 1993, quando mise in piedi Forza Italia. Anche oggi vede precipitare il vecchio quadro. E cambia offerta politica&#8221;.</p>
<p>La novità che si cucina a palazzo Grazioli non è un semplice cambio della sigla Pdl, sulla cui mancanza di appeal tutti concordano e a cui il previsto tracollo alle elezioni amministrative del 6 maggio darà la mazzata finale. E non è neppure un nuovo Predellino, come sognano gli ultras di Arcore. Silvio III deve vedersela con l&#8217;inverno dello scontento, la mancanza di credibilità della classe politica che travolge anche lui. La vera sorpresa è che la nuova stagione berlusconiana prevede una Santa Alleanza. Una gioiosa macchina da guerra tra moderati, liberali, cattolici, per sbarrare la strada alla sinistra. O, almeno, per diventare indispensabili per qualsiasi maggioranza nella prossima legislatura.</p>
<p>L&#8217;alleato più importante, per ora ipotetico, è un ex rivale, protagonista di uno scontro epico all&#8217;assemblea degli industriali di Vicenza, nel 2006, quando l&#8217;allora premier invitò gli imprenditori a non frequentare <strong>Confindustria</strong>: &#8220;La crisi è solo nella volontà della sinistra e nei giornali. Si sono inventati un declino che non c&#8217;è per andare al potere&#8221;.</p>
<p>Acqua passata. Con <strong>Luca Cordero di Montezemolo</strong>, all&#8217;epoca leader degli industriali, i contatti telefonici del Cavaliere sono diventati quasi quotidiani, la diffidenza è stata mitigata dalla mediazione di <strong>Gianni Letta</strong>. Il Dottor Letta è lo sponsor della riappacificazione. E ora mister Ferrari e il signor Mediaset riscoprono quello che li avvicina: la ricchezza, la notorietà, il voler piacere a tutti i costi, i conflitti di interesse (l&#8217;ex presidente della Fiat è appena entrato nel cda di Unicredit). E l&#8217;ambizione comune.  Nessuno dei due intende correre per Palazzo Chigi: non il Cavaliere, per evidenti motivi, ma neppure Montezemolo muore dalla voglia. Secondo il patron della Ferrari il prossimo sarà un Parlamento ancora più diviso e frammentato di quello in scadenza, senza una riforma della legge elettorale che tutti danno improbabile. Meglio, per l&#8217;uomo del Cavallino rampante, fare ingresso sulla scena politica in modo discreto, con la speranza di trasformare la prossima legislatura in una fase costituente, per poi tornare al voto con le nuove regole. Magari con una forma di presidenzialismo che esalterebbe le sue qualità. Per ora c&#8217;è il network <strong>Italia Futura</strong>, pronto ad accendere i motori. Un manifesto programmatico, il Cantiere 2013, esposto dalle teste d&#8217;uovo montezemoliane (Carlo Calenda, Andrea Romano, Nicola Rossi), in cui si invoca la nascita di un &#8220;fronte per la crescita liberale e democratico&#8221;, che si batta &#8220;contro la visione penitenziale e declinista del nostro presente e del nostro futuro&#8221;, da costruire &#8220;in un clima nuovo di reciproco rispetto e apertura&#8221;. Toni e contenuti che riecheggiano la rivoluzione liberale del Berlusconi 1994. Così come ricorda la Forza Italia prima maniera l&#8217;organizzazione che Italia Futura si sta dando nelle regioni, affidata a circoli territoriali o ad altre associazioni (attivissima la Confagricoltura di <strong>Mario Guidi</strong>). Ma il pezzo forte è il giro di riunioni riservate di Montezemolo con i presidenti delle grandi fondazioni bancarie del Nord. In vista di una lista civica nazionale, con candidati della società civile, fuori dai partiti.</p>
<p>Un progetto che Berlusconi non vede più come concorrenziale. Anzi, sarebbe l&#8217;occasione per chiudere il Pdl balcanizzato. Ci sono gli ex di An che si muovono come un partito nel partito: si vedono a cena tutti i martedì, il tema è sempre lo stesso, mettersi in proprio con un partito di destra o restare in lista con gli ex azzurri. E ogni volta la discussione si interrompe sul punto dolente: chi guida l&#8217;operazione? La Russa e Gasparri sono eterni numeri due in cerca di Capo, Alemanno lo farebbe ma è detestato dagli altri. L&#8217;altra anima del Pdl, gli ex Forza Italia, sono alle prese con un calcolo catastrofico. Tra i peones gira un foglietto, l&#8217;unico spread che interessa davvero ai parlamentari azzurri: quanti saranno rieletti al prossimo giro? In questa legislatura sono iscritti al Pdl 210 deputati e 127 senatori, cui vanno aggiunti 23 Responsabili alla Camera e 13 al Senato. L&#8217;attuale Pdl, diretto da Angelino Alfano, nei sondaggi si aggira intorno al 20-22 per cento: significa un dimezzamento degli attuali gruppi parlamentari, 80-90 deputati e 50 senatori. Perfino il capogruppo Fabrizio Cicchitto ha confidato di non sentirsi al sicuro.  Ed ecco allora la trovata. Marciare divisi e colpire uniti: una lista Pdl e una lista di berlusconiani doc, tutti nuovi o quasi, denominata <strong>Forza Italiani</strong>, che nei sondaggi vale il 15 per cento. Alleati con una lista Montezemolo che potrebbe superare il 10 per cento.</p>
<p>Berlusconi porta in dote il popolo dei fans di Silvio. Montezemolo un pezzo di borghesia imprenditoriale. Alfano guiderà quel che resta del Pdl. Alla Corporation dei moderati manca un solo azionista di peso. Casini è l&#8217;oggetto del desiderio e la pietra d&#8217;inciampo. Per Berlusconi è essenziale tenerlo dentro la partita. &#8220;Senza la Lega di Bossi che chiede la secessione perché dovremmo restare divisi?&#8221;, si chiede. E non esiste un problema di leadership. &#8220;Casini chiede il passo indietro di Silvio, ma dimentica che ne ha già fatti due: ha lasciato il partito ad Alfano e la guida del governo a Monti. Non gli si può chiedere di sparire&#8221;, si ribella Lupi.</p>
<p>Difficile immaginare che Casini sciolga l&#8217;<strong>Udc</strong> per ritornare nel recinto berlusconiano. Ma a Casini servirà qualcosa di più solido e più sexy del Partito della Nazione, un&#8217;etichetta già usurata, per reggere alla forza d&#8217;urto elettorale di una coalizione che pesca nello stesso mare dei moderati. Soprattutto se dovesse aprirsi la caccia al ministro del governo Monti da mettere in lista. Con Casini è in attesa <strong>Lorenzo Ornaghi</strong>, <strong>Corrado Passera</strong> è un&#8217;incognita, più che un possibile leader è uno stato d&#8217;animo. Sul fronte berlusconiano si cerca un candidato premier (da indicare obbligatoriamente se si vota con il Porcellum) innovativo e spiazzante. Per esempio una donna: Emma o Elsa. La <strong>Marcegaglia</strong> ha il difetto di oscurare Montezemolo. La <strong>Fornero</strong> piace moltissimo ai pasdaran berlusconiani, &#8220;un bel volto thatcheriano, è la nostra lady di ferro&#8221;, si esalta Stracquadanio, ma è difficile che voglia schierarsi.</p>
<p>E <strong>Monti</strong>? C&#8217;è chi giura che se si dovesse votare nel 2013 il candidato di Berlusconi per Palazzo Chigi sarebbe ancora lui: alla testa di una grande coalizione in cui il Cavaliere continuerebbe a far pesare la difesa dei suoi interessi. A meno che tutto crolli e che si vada a elezioni anticipate in autunno. In quel caso il Professore avrebbe fallito. E tutto tornerebbe in mano a lui, il vero usato sicuro della politica italiana, un certo Silvio B.</p>
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		<title>&#8216;Così torturavamo i brigatisti&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 12:22:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l&#8217;Espresso deunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All&#8217;epoca il nostro (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/cosi-torturavamo-i-brigatisti/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l&#8217;Espresso deunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All&#8217;epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: &#8216;Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie&#8221;</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l&#8217;un con l&#8217;altro, questo dovevamo fare&#8221;.<br />
Salvatore Genova è l&#8217;uomo il cui nome è da trent&#8217;anni legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.</p>
<p>Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l&#8217;accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l&#8217;acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte.</p>
<p>Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici. Ecco il suo racconto.<br />
&#8220;Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. E&#8217; la squadra messa in campo dal ministero dell&#8217;Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier. Il capo dell&#8217;Ucigos, De Francisci, ci dice che l&#8217;indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l&#8217;alto, ordini che vengono dall&#8217;alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno. Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell&#8217;occasione ci viene presentato. E&#8217; Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell&#8217;Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell&#8217;interrogatorio duro, dell&#8217;acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all&#8217;indomani dell&#8217;uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale.</p>
<p>Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell&#8217;Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima.</p>
<p>Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all&#8217;ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo &#8220;disarticolarlo&#8221;, prepararlo per Ciocia e i quattro dell&#8217;Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un&#8217;altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: &#8220;Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male&#8221;. Poi il tubo in gola, l&#8217;acqua salatissima, il sale in bocca e l&#8217;acqua nel tubo. Dopo un quarto d&#8217;ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell&#8217;Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding. Dopo qualche giorno l&#8217;interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli.</p>
<p>Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all&#8217;ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.</p>
<p>E&#8217; uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l&#8217;acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier. Il blitz è un successo, prendiamo tutti e cinque i terroristi e li portiamo nella caserma della Celere di Padova. Ciascuno in una stanza, legato alle sedie, bendato, due donne e tre uomini. Tra loro Antonio Savasta che inizierà a parlare quasi subito, e proprio con me, consentendoci di fare centinaia di arresti.</p>
<p>Ma le violenze non finiscono con la liberazione del generale. Il clima è surriscaldato. Tutti sanno come abbiamo fatto parlare Volinia e scatta l&#8217;imitazione, il &#8220;mano libera per tutti&#8221;. Un gruppo di poliziotti della celere, che si autodefinisce Guerrieri della notte, quando noi non ci siamo, va nelle stanze dove sono i cinque brigatisti e li picchia duramente. Un ufficiale della celere, uno di quei giorni, viene da me chiedendomi se può dare una ripassata a &#8220;quello stronzo&#8221;, riferendosi a Cesare Di Lenardo, l&#8217;unico dei cinque che non collabora con noi. Io non gli dico di no e inizia in quell&#8217;attimo la vicenda che ha portato al mio arresto. La mia responsabilità esiste ed è precisa, non aver impedito che il tenente Giancarlo Aralla portasse Di Lenardo fuori dalla caserma. La finta fucilazione e quello che accadde fuori dalla caserma lo sappiamo dalla testimonianza di Di Lenardo. Io rividi il detenuto alle docce. Degli agenti stavano improvvisando su di lui un trattamento di acqua e sale. Li feci smettere ma non li denunciai diventando così loro complice. </p>
<p>La voglia di emulare, di menar le mani, di far parlare quegli &#8220;stronzi&#8221; non si ferma a Padova. Di Mestre so per certo. Al distretto di polizia vengono portati diversi terroristi arrestati dopo le indicazioni di Savasta. I poliziotti si improvvisano torturatori, usano acqua e sale senza essere preparati come Ciocia e i suoi, si fanno vedere da colleghi che parlano e denunciano. Ma l&#8217;inchiesta non porterà da nessuna parte.<br />
Quando i giornali cominciano a parlare di torture e scatta l&#8217;indagine contro di me e gli altri per il caso Di Lenardo mi faccio vivo con Improta, gli dico che non voglio restare con il cerino in mano, che devono difendermi. Lui promette, dice di non preoccuparmi, ma solo l&#8217;elezione al Parlamento propostami dal Partito socialdemocratico mi toglie dal processo. Gli altri quattro arrestati con me vengono condannati in primo grado e, alla fine, amnistiati.</p>
<p>Noi non siamo mai stati in prigione. Io venni portato all&#8217;ospedale militare di Padova e lì mi venivano a trovare funzionari di polizia per informarmi delle intenzioni dei magistrati. Tra le mie carte ho ritrovato un appunto dattiloscritto che mi venne consegnato in quei giorni. E&#8217; una falsa, ma dettagliatissima, ricostruzione dei fatti che dovevamo sostenere per essere scagionati. Suppongo che lo stesso foglio venne dato anche agli altri arrestati perché non ci fossero contraddizioni tra di noi.<br />
Io me ne sono restato buono per tutti questi anni perché non volevo far scoppiare lo scandalo, fare arrestare tutti quanti.</p>
<p>Oggi, guardandomi indietro, vedo con chiarezza che ho sbagliato, che non avrei dovuto commettere quelle cose, né consentirle. Non dovevo farlo né come uomo né come poliziotto. L&#8217;esperienza mi ha insegnato che avremmo potuto ottenere gli stessi risultati anche senza le violenze e la squadretta dell&#8217;Ave Maria&#8221;.</p>
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		<title>Hay que reconstruir Italia sobre la base de los valores de posguerra</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 15:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[  ROMA &#8211; Dario Franceschini, actual presidente del bloque de diputados del Partido Democrático, evalúa la era que se abrió con la renuncia de Silvio (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/hay-que-reconstruir-italia-sobre-la-base-de-los-valores-de-posguerra/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"> </p>
<p>ROMA &#8211; Dario Franceschini, actual presidente del bloque de diputados del Partido Democrático, evalúa la era que se abrió con la renuncia de Silvio Berlusconi y analiza el futuro de la Unión Europea. </p>
<p>ENTREVISTA.</p>
<p>Dario Franceschini fue secretario del Partido Democrático, nacido en 2007 a partir de la confluencia de la experiencia socialcristiana con la socialdemócrata. Hoy es el presidente del bloque de diputados de esa fuerza, que cuenta con 205 de los 630 diputados italianos. Durante su larga militancia en las distintas expresiones políticas del catolicismo social italiano, Franceschini fue un laborioso promotor de la unidad del polo progresista. Una vez alcanzada, se convirtió en uno de los más fieles custodios de la moderación que garantiza su supervivencia. </p>
<p>Desde su despacho en el Parlamento, Franceschini compartió con Debate su visión sobre la política italiana después de lo que considera una irreversible salida de escena de Berlusconi. También explica por qué el PD decidió apoyar la formación del gobierno de Mario Monti en vez de ir a unas elecciones que lo tenían como favorito y cómo deberían acomodarse las piezas para que el progresismo vuelva al gobierno a pesar de las tensiones en torno a la reforma del mercado de trabajo. </p>
<p><strong>¿Qué significa para el PD el fin del berlusconismo?</strong> </p>
<p>Es una victoria del trabajo de la oposición y el cierre definitivo de una época. En otras oportunidades, Berlusconi había perdido, pero no había salido de escena. Ahora es distinto. El país llegó hasta aquí empobrecido, desilusionado. Y ha iniciado la fase de reconstrucción. Lo más grave que ha hecho el berlusconismo no es sólo un conjunto de leyes que violaron los principios constitucionales, sino haber desmotado la idea de vivir en un país en el que las personas respetan las reglas y se sienten parte de una comunidad nacional. El berlusconismo ha sido egoísmo social, una clase social contra otra, el norte contra el sur, los jóvenes contra los ancianos. Desarmó un Estado que, con 150 años, todavía es muy joven. Y siempre es riesgoso disgregar en vez de unir. Esto no lo ha hecho sólo (el Partido Autonomista) Lega Nord, es también el fruto del berlusconismo. </p>
<p><strong>¿Cuál es la tarea, a partir de ese diagnóstico?</strong> </p>
<p>El trabajo ahora es cerrar ese ciclo y retomar aquellas cosas que han hecho fuerte a Italia: una comunidad nacional, los valores de la solidaridad, su pertenencia a Europa. El punto no es cambiar las leyes o las opciones económicas, lo que, en parte, ya está ocurriendo con Mario Monti y ocurrirá, más aún, cuando gobernemos nosotros. La cuestión es reconstruir el tejido de un país sobre la base de valores que han hecho fuerte a la Italia en la posguerra. Italia es un país que ha tenido grandes enfrentamientos ideológicos entre la Democracia Cristiana y el Partido Comunista, pero los dirigentes de esos partidos sabían bien que una cosa era el enfrentamiento político y otra los valores compartidos, escritos en la Constitución y luego defendidos conjuntamente. Esto es lo que ha desarmado Berlusconi. </p>
<p><strong>¿Por qué el PD apoya al gobierno de Monti?¿Por qué, luego de la derrota de Berlusconi, no han llevado a cabo las elecciones sino que han sostenido un gobierno técnico?</strong> </p>
<p>Ha sido un acto de gran responsabilidad y generosidad del PD. Todos los sondeos de opinión mostraban que, una vez caído Berlusconi, si se hubieran realizado elecciones inmediatamente, el PD habría ganado. Pero ante la situación dramática del país, el spread entre la tasa de interés de la deuda pública italiana y la alemana, la especulación de los mercados sobre los títulos italianos, hubiera sido un acto de inconsciencia llevar al país hacia una larga y dura campaña electoral&#8230; Hubiéramos encontrado escombros sobre escombros. En definitiva, hicimos una opción de responsabilidad hacia el país. Si se tiene la fortuna que los intereses del partido y del país coinciden, mejor. Pero cuando los intereses del país y los del partido no coinciden, hay que elegir por los intereses del país. </p>
<p><strong>¿Por qué Monti?</strong> </p>
<p>Monti puso su credibilidad a disposición de la salvación de Italia. Y nosotros hemos sostenido en el Parlamento medidas difíciles también para eso. El gobierno de transición continuará hasta las elecciones de 2013. Entonces optaremos, en una competencia normal, entre izquierda y derecha, entre progresistas y conservadores. </p>
<p><strong>¿Dentro de qué límites se desarrolla este apoyo a Monti?</strong> </p>
<p>Cada decisión del gobierno de Monti es, necesariamente, el fruto de una mediación. Por razones políticas y numéricas debe ser votada en el Parlamento, tanto por el PD como por el PdL (ndr: Pueblo de la Libertad); es decir, por los dos grandes partidos adversarios. Se busca la síntesis, pero nosotros sabemos bien las cosas que queremos que se hagan y las que no votaríamos. Y si nosotros no las votamos, no son aprobadas. </p>
<p><strong>¿Por ejemplo? ¿Hay contenidos particulares sobre los que piensan ejercer el veto?</strong></p>
<p>Hay temas, sí. Naturalmente, todas las iniciativas que por años Berlusconi trató de llevar adelante, como el cambio del sistema de justicia o la reforma constitucional, se han detenido. Y se ha invertido totalmente la política de lucha contra la evasión fiscal que para nosotros es un gran resultado. Un gobierno que toma como batalla principal la lucha contra la evasión es el opuesto exacto del gobierno anterior. Sobre el mercado de trabajo, es claro que hay fronteras que hemos establecido y que no serán traspasadas. </p>
<p><strong>En lo que respecta al escenario político, el “bipolarismo” ha sido uno de los objetivos declarados de Berlusconi. Si se mira la escena actual nos encontramos con que los polos son, por lo menos, tres.</strong> </p>
<p>Hemos trabajado todos para ese bipolarismo. Él para construir la derecha y, nosotros, para construir la izquierda. No hay tres polos. Hay dos grandes partidos que, en las últimas elecciones de 2008, han obtenido el setenta por ciento de los votos. Ahora los sondeos dicen que están en torno al sesenta. Es decir, que hay dos polos. Existe un tercer polo que no es competitivo respecto de la victoria final. Puede entrar en un juego de alianzas, pero existen dos polos de treinta por ciento y uno de diez. El sistema italiano es bipolar. Cualquiera sea la nueva ley electoral seguirá estando basada sobre la alternancia entre el PdL y el PD. Como ocurre en todo el mundo. </p>
<p><strong>Entonces usted no avizora el final del bipolarismo.</strong> </p>
<p>Absolutamente, no. El mundo va hacia una simplificación de las posiciones. Esto es, progresistas y conservadores. Luego, en base a cada historia nacional, estos dos campos se convierten en partidos o en coaliciones. La otra fuerza o el tercer polo, deberá decidir con quién aliarse, porque no tiene ninguna posibilidad de ganar las elecciones solo. Espero que decida aliarse con nosotros. </p>
<p><strong>Una especie de balanza parlamentaria, dice usted.</strong> </p>
<p>Depende de la ley electoral, pero podría serlo. </p>
<p><strong>¿No quedaría en manos de ese sector la orientación política del país?</strong> </p>
<p>Si los electores deciden que ese tercer polo sea el árbitro, será su opción, no de Pier Ferdinando Casini (ndr: presidente de Unión de los Demócratas Cristianos y de Centro), referente de ese espacio. Pero no creo que vaya a ser así. Las condiciones políticas le impondrán al tercer polo su posición. Luego de una legislatura de dura oposición, es difícil que vuelvan a aliarse con el partido de Berlusconi. </p>
<p><strong>Y en lo que respecta a los sectores progresistas que tienen su propia expresión partidaria, como Italia dei Valori (IdV), del ex fiscal del proceso Manos Limpias Antonio Di Pietro?</strong> </p>
<p>Es un partido con vencimiento, basado en la popularidad de Di Pietro, que obtiene el siete por ciento de los votos, que nació como un partido anti Berlusconi y que, naturalmente, caducará. Los partidos permanecen si están ligados a grandes ideas, a grandes movimientos. Italia dei Valori nació como fruto del berlusconismo. No estando más Berlusconi, en poco tiempo, se secará. </p>
<p><strong>¿Usted piensa que el PD podría ser la bisagra entre el tercer polo y el resto del espacio progresista del que participan IdV y la SEL (Izquierda, Ecología y Libertad) de Niki Véndola?</strong> </p>
<p>No lo excluyo. Depende de la ley electoral, pero no creo que haya nada de extraño si un gran partido progresista tuviera dos aliados más pequeños, uno a la izquierda y el otro al centro. </p>
<p><strong>¿Qué perspectivas tienen del mercado de trabajo y de la política del gobierno de Monti al respecto? </strong> </p>
<p>Es imposible imaginar que el futuro del mercado de trabajo sea el de nuestros padres: puesto fijo, garantizado, en la misma ciudad, para toda la vida. Ya no es así. El mundo ha cambiado. Y ni siquiera es la aspiración de los muchachos de hoy que, si pudieran elegir, querrían un trabajo dinámico, poder cambiarlo a lo largo de su vida, cambiar de país, de ciudad. Si pudieran elegir el trabajo ideal, elegirían uno mucho más flexible. Entonces, la cuestión no es obstaculizar cualquier cosa que vaya en la dirección de una mayor flexibilidad, sino oponerse a sus consecuencias negativas. Por ejemplo, el artículo 18 del Estatuto del Trabajador (ndr: dispone la indemnización para los despidos sin justa causa en las empresas de más de veinte empleados) es muy simbólico ya que protege a pocos trabajadores. La cuestión no es quitarle protecciones a quienes ya las tienen, sino extenderlas a quienes no cuentan con ellas. En Italia hay millones de trabajadores que están en pequeñas empresas o tienen contratos precarios sin ninguna garantía. En definitiva, tenemos en mente una izquierda moderna, que hace reformas, que no tiene miedo del cambio. Totalmente distinta de una izquierda conservadora que sí le tiene miedo. </p>
<p><strong>La posición refiere más a la posición del Partido frente al mercado de trabajo que a sus alianzas con los sindicatos.</strong></p>
<p> En los sindicatos hay una discusión abierta sobre el tema del mercado de trabajo. También hay tratativas con el gobierno&#8230; Estoy convencido de que se llegará a una mediación. Porque nadie tiene interés en comenzar con meses de huelgas y de conflictos sociales. Según la mediación a la que se llegue, seguramente se disociarán algunos sectores del sindicalismo, pero hay que tener paciencia. El grueso del mundo sindical va a encontrar un acuerdo, incluída CGIL (ndr: Confederación General Italiana del Trabajo), la central de izquierda. </p>
<p><strong>¿Piensa que, a nivel europeo, se debería haber actuado de otro modo frente a la crisis? Esta Europa guiada por dos líderes derechistas como Angela Merkel y Nicolas Sarkozy, ¿sigue siendo una referencia política para el progresismo italiano?</strong> </p>
<p>Pienso que Europa es el faro político de Italia. Hay que tener en cuenta los límites que tiene un recorrido tan difícil, del que participan ya veintisiete países y pronto serán más y que, como todo gran proceso histórico, tiene momentos de aceleración y momentos de freno. Ahora estamos constreñidos a avanzar a través de tratados, en vez de poder transferir más poderes a la Unión Europea como tal. Son momentos complicados y difíciles que, en particular, son consecuencia de la ausencia de grandes líderes. Helmut Kohl y François Mitterand hicieron la opción por Europa y no tomaron decisiones sabiendo el impacto que tenían sobre los sondeos de opinión. Pensaron en las próximas generaciones. Tomaron decisiones que hoy no tomaría nadie. Así hace un verdadero líder. Conducir un proceso tan ambicioso sin grandes líderes es realmente un problema. </p>
<p><strong>¿Entonces?</strong> </p>
<p>El proceso de integración europea es inexorable, necesario, indispensable, porque en el mundo global el horizonte inevitable es, al menos, una dimensión regional. Europa largó antes, pero todo esto sucederá también en otras regiones. La medida ya no puede ser la del Estado nacional, aunque sea grande, porque para los problemas ya no existen las fronteras. Ni para los mercados, las finanzas, el terrorismo, el medioambiente o la infraestructura. Para que sea considerada grande, una empresa debe tener una dimensión europea. Lo mismo, para los bancos y de las políticas. Sobre este tema o respecto de otros, las opiniones públicas están mucho más adelantadas que los Estados. Sobre todo, la de los jóvenes. A esta altura, para un muchacho, Barcelona, Milán, Berlín o París son intercambiables. Estoy seguro de que la próxima generación se identificará como europea, no sólo como italiana o francesa. Por lo tanto, cuando se habla de “cesión de soberanía” se cae en un error. No se trata de un país que cede soberanía. Se trata de Europa que, finalmente, gana una porción más de soberanía. </p>
<p><strong>De todas maneras, ¿no cree que la Europa contemporánea limita las posibilidades de un país como Italia de competir en el mundo?</strong> </p>
<p>Si Italia estuviera hoy fuera del euro sería un país desesperado. Crear el euro ha sido una decisión estratégica y previsora. Pero también ahí nos hemos quedado a mitad de camino, ya que faltó la voluntad política de realizar los pasos sucesivos. Es difícil hacer una política monetaria común y políticas fiscales y económicas distintas. No tiene sentido. Pero como el proceso del euro es irreversible, terminará arrastrando las demás políticas. Nosotros quisiéramos que esto sucediera rápidamente. Pero en los grandes procesos históricos las cosas pueden ser más lentas o más veloces. </p>
<p><strong>¿No hay un déficit democrático en la toma de estas decisiones que luego le son impuestas a los Estados?</strong> </p>
<p>Por ahora, las decisiones europeas parecen más el fruto de acuerdos entre Estados que decisiones surgidas de las reglas comunitarias que todavía son frágiles. Pero no dudo de que se irá en la dirección de una mayor democratización. Si se eligiera al presidente de la Comisión Europea junto con las elecciones al Parlamento Europeo, se le daría al presidente electo una fuerza extraordinaria. Pienso que la finalización de este proceso son los Estados Unidos de Europa y, por lo tanto, un Parlamento Europeo que exprese un gobierno europeo. O sea, que se trata de un recorrido absolutamente democrático. Y lograremos verlo completo en poco tiempo. </p>
<p><strong>América Latina, Europa y el neoliberalismo</strong></p>
<p> <strong>¿Cómo piensa que puede dialogar su espacio político con los gobiernos populares de la América Latina contemporánea?</strong> </p>
<p>En comparación con los otros partidos europeos progresistas, el PD se asemeja un poco más a los grandes partidos progresistas latinoamericanos. En los otros países, tienen una fuerte identidad socialista. El PD no es sólo eso. Hay gente que viene de la tradición socialista, pero es un espacio más amplio. Yo vengo de la experiencia democrático-cristiana y soy la prueba de que el PD es una síntesis de estas dos trayectorias. En Europa estamos hablando con otras fuerzas progresistas porque, en un mundo globalizado como éste, las fuerzas que están del mismo lado deben elaborar reflexiones comunes sobre los grandes temas globales como el comercio, las finanzas, el ambiente o la tasa Tobin. Hace falta tener algo más que el clásico encuentro anual de la vieja internacional socialista, sino vínculos estables. </p>
<p><strong>La ruptura clara con el neoliberalismo que hizo América Latina, ¿no sirve de lección para los progresismos europeos?</strong> </p>
<p>Ahí, claramente, la ruptura con el neoliberalismo era necesaria para construir un Estado social. En Europa no. Porque, objetivamente, el sistema del Estado de Bienestar europeo es respetado también cuando gobiernan las derechas. Cuando gobernaron los democristianos alemanes, los populares españoles, o Nicolas Sarkozy, en Francia, no se desarmaron los Estados sociales. Tal vez tomaron decisiones políticas que no compartimos, pero no es lo mismo. Por lo tanto, es difícil hablar de ruptura con el neoliberalismo del modo que se realizó en América Latina.</p>
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		<title>Entrevista &#8211; Göran Therborn: A esquerda após a crise de 2008</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 15:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Para o sociólogo Göran Therborn, que vem ao Brasil para lançar &#8220;Do Marxismo ao Pós-Marxismo?&#8221;, movimentos como o Occupy e os indignados espanhóis se caracterizam (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/entrevista-goran-therborn-a-esquerda-apos-a-crise-de-2008/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Para o sociólogo Göran Therborn, que vem ao Brasil para lançar &#8220;Do Marxismo ao Pós-Marxismo?&#8221;, movimentos como o Occupy e os indignados espanhóis se caracterizam como defensivos, sem virar o jogo político. Aqui, ele analisa economia e política na Europa e nos EUA</em>. </p>
<p><em>Eleonora de Lucena</em></p>
<p>A crise financeira não tirou a esquerda da defensiva; a direita derrotou a social-democracia na Europa. Mas a falta de saídas neoliberais deve fazer o pêndulo do ciclo eleitoral mudar de tendência. A avaliação é do sociólogo marxista Göran Therborn, professor emérito aposentado da universidade de Cambridge. Nesta entrevista, concedida por e-mail, Therborn, 70, fala das principais eleições no mundo neste ano, do declínio dos EUA e do individualismo. </p>
<p>Ele estará no Brasil nesta semana para o lançamento de seu livro &#8220;Do Marxismo ao Pós-Marxismo?&#8221; [trad. Rodrigo Nobile, Boitempo, 160 págs., R$ 39]: na terça (10), fala no Tucarena, em São Paulo; na quarta (11), em Porto Alegre, e na sexta (13) em Belém.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Folha &#8211; No seu livro &#8220;Do Marxismo ao Pós-Marxismo&#8221;, de 2008, o sr. diz que a esquerda está na defensiva. Ainda está?</strong> </p>
<p><strong>Göran Therborn -</strong> No conjunto, sim. O crash financeiro e a aceleração da desigualdade econômica não colocaram a esquerda na ofensiva social em lugar nenhum. Existiram, e ainda existem, alguns movimentos inovadores, como a Democracia Real Ya! e o 15-M, na Espanha, e o Occupy Wall Street. Mas eles não foram capazes de mudar os parâmetros básicos do jogo político nacional. Os grandes protestos na Grécia têm sido claramente lutas defensivas. O movimento estudantil chileno, contra a mercantilização do ensino superior, é uma exceção. Ele foi capaz de se conectar com outras forças sociais e empurrou o arrogante governo Piñera para a defensiva. </p>
<p><strong>Muita coisa mudou de 2008 para 2012: a crise financeira global, a Primavera Árabe. As mudanças o surpreenderam? O seu livro ficou desatualizado por causa delas?</strong> </p>
<p>Crises em economias capitalistas não surpreendem um cientista social ou um historiador social, embora prever as datas dos seus surtos seja tão difícil como prever as datas dos verões europeus. Os problemas sociais estavam se acumulando sob as envelhecidas ditaduras e oligarquias árabes, como indico em meu livro. Os incipientes movimentos de protestos foram colocados em um livro que publiquei depois, em dezembro de 2010 &#8211; &#8220;The World&#8221; (ed. Polity). Mas eu não esperava a primavera de revoltas. </p>
<p><strong>É possível dizer que, com essas mudanças, o neoliberalismo está perdendo a hegemonia?</strong> </p>
<p>Muitas mudanças estão acontecendo sem uma causa em comum. O crash financeiro do Atlântico Norte não estava conectado com a Primavera Árabe, por exemplo. O crash sacudiu as próprias bases do sistema bancário anglo-saxônico. A crise de 2011 na Eurozona mostrou a capacidade de autodestruição das bolhas de fluxo de capital. </p>
<p>A Primavera Árabe também destacou que a liberalização das economias árabes nada havia conseguido de significativo em relação ao desemprego e às perspectivas sociais dos grandes grupos de jovens. Por enquanto, nenhuma força política está argumentando que a única via para um futuro melhor são mais privatizações e desregulamentações. Por outro lado, nos países mais ricos nenhuma alternativa articulada apareceu. </p>
<p><strong>Alguns pensam que a crise põe a democracia em perigo, como nos anos 1930. O sr. concorda?</strong> </p>
<p>A democracia, no seu sentido mais limitado, de eleições livres e competitivas, não está em perigo. O amplo e diversificado estabelecimento do Estado de bem-estar social capitalista significa que os efeitos sociais dos choques econômicos hoje são incomparáveis com a miséria e o desespero criados pela depressão dos anos 1930.Na Europa Ocidental não há movimentos fascistas com algum significado. O que há são xenófobos, principalmente islamofóbicos. Mas eles não ameaçam a democracia. Na Europa Ocidental, a ameaça à democracia vem da tecnocracia. A crise na Eurozona levou à suspensão de governos democráticos, eleitos, na Grécia e na Itália. Na Europa Oriental a situação é mais incerta. </p>
<p><strong>A social-democracia perdeu credibilidade ao ser parceira do neoliberalismo europeu?</strong> </p>
<p>Sim, foi claramente o que aconteceu nas derrotas social-democratas na Grã-Bretanha, na Hungria, em Portugal e na Espanha. Mas, como não há solução liberal, o pêndulo do ciclo eleitoral tende a mudar. A social-democracia alemã está crescendo em pesquisas e nas eleições provinciais, e a vitória do socialista François Hollande na França é ainda uma boa aposta. </p>
<p><strong>Como o sr. analisa as eleições na França, na Grécia e no México?</strong> </p>
<p>Hollande está à frente em questões sociais e econômicas. A guerra na Líbia não impulsionou a posição precária de Sarkozy, mas ele agora está ganhando força entre a direita xenófoba. A França é o único grande país capitalista com significativas correntes de extrema esquerda, que ganham entre 10% e 20% dos votos.A Grécia tem uma esquerda com organização bem mais forte do que a Espanha. Tem chance de se tornar a maior força eleitoral no país. Mas está dividida entre três partidos e outras correntes que não convivem bem entre si. O conservador Nova Democracia pode ganhar por causa da divisão da esquerda. Os social-democratas, que se renderam às pressões da crise, serão os grandes perdedores.O México tem um habilidoso porta-bandeira da esquerda, López Obrador, que organizou um vasto movimento com raízes nacionais. Mas tem a oposição da mídia e das máquinas do clientelismo. Não é provável que vença. </p>
<p><strong>Qual sua previsão para os EUA?</strong> </p>
<p>Obama se revelou um presidente fraco, moderadamente conservador, completamente subserviente aos interesses imperiais dos EUA, o que eu esperava. Está enfrentando uma notável reação da direita. O movimento Tea Party logrou explorar a crise financeira com uma linha de extrema direita, que habilmente deixou de lado questões da crise e da desigualdade econômica. Comparativamente, o movimento Occupy Wall Street é pequeno e pobre. Como as primárias têm demonstrado, o Tea Party e os cristãos fundamentalistas moveram o Partido Republicano de volta para uma era [Barry] Goldwater. Com a incipiente recuperação econômica, é provável que Obama vença, mas certamente não de forma esmagadora como a de Lyndon Johnson em 1964. </p>
<p><strong>Por que o sr. considera a influência dos EUA decadente?</strong> </p>
<p>Não considero &#8220;decadente&#8221;, que é um termo moralista, mas em declínio, enfraquecida. O declínio é óbvio. No Egito, os EUA nada puderam fazer para preservar o seu segundo cliente mais caro do mundo (depois de Israel), nem foram capazes de impor um novo regime satélite. Em dezembro, Hugo Chávez lançou uma nova organização latino-americana fora da influência dos EUA, a Celac. Antes de 2000, isso seria impensável.O declínio da influência norte-americana é acima de tudo geopolítico e ideológico. Suas bases são a ascensão de novos e grandes agentes econômicos (China, Índia, Brasil). Há perda de significado da liderança ideológica dos EUA após o fim da Guerra Fria e a óbvia incapacidade das receitas neoliberais anglo-saxônicas para a nova economia mundial.A tentativa de substituir a Guerra Fria por uma caçada em grande escala, a guerra ao Terror, nunca foi levada a sério por ninguém fora dos EUA. Cada vez menos pessoas e políticos enxergam os seus interesses como coincidentes com os dos EUA. O risco de ignorar os interesses norte-americanos também diminuiu.É preciso enfatizar onde não há declínio ou onde ele é muito pequeno. Enquanto a relativa predominância econômica dos EUA decai significativamente, não se deve esquecer que boa parte da vanguarda da economia mundial ainda é norte-americana: Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, Boeing. Os EUA ainda são o centro do entretenimento de massa e da pesquisa científica. São a única superpotência militar, e seus gastos militares são mais do que o dobro dos gastos de China, Reino Unido, França, Rússia e Japão juntos. </p>
<p><strong>Como analisa o marxismo hoje?</strong> </p>
<p>O marxismo é uma original unidade entre filosofia, análise social e política. Muito dessa unidade foi quebrada. Os políticos comunistas se desvincularam de Marx. Foi decisiva a transformação do capitalismo, com desindustrialização, revolução eletrônica e emergência do capital financeiro.Tudo isso parou e inverteu a tendência de longo prazo anterior: propriedade coletiva, regulação pública e fortalecimento da classe trabalhadora. A queda da URSS foi um propulsor político, mas, sob uma perspectiva histórica de longo prazo, os impasses do socialismo soviético e da social democracia europeia tiveram as mesmas raízes. O marxismo como identidade coletiva foi seriamente enfraquecido e é improvável que torne a ter a sua força anterior. </p>
<p><strong>Como o sr. analisa a questão do individualismo hoje?</strong> </p>
<p>É crucial distinguir entre o individualismo egoísta, fundamentado, do individualismo econômico, do solidário, essencialmente um individualismo existencial. O individualismo egoísta econômico existe no Tea Party. Exemplo. Uma apresentadora de TV protesta contra uma abordagem coletiva para a crise: por que ela deveria pagar a hipoteca do vizinho? É um individualismo burguês na sua forma extrema, e tanto hoje como historicamente é coabitado com familismo patriarcal. O polo oposto está em movimentos juvenis mais progressistas. É um individualismo existencial, que afirma o direito a um estilo de vida individual, ter cabelo verde, ser bissexual, vegan, punk etc. Mas é capaz de ter empatia com os outros, dando apoio e solidariedade.</p>
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		<title>Una lettera per la Camusso che viene da lontano</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 01:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso contoQuando il sindacato mette al primo posto (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/una-lettera-per-la-camusso-che-viene-da-lontano/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso contoQuando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.<br />
 che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri oQuando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.<br />
biettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.</p>
<p>Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.<br />
obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l&#8217;obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.</p>
<p>La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d&#8217;una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.<br />
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un&#8217;economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall&#8217;altra.<br />
Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell&#8217;occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l&#8217;assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.</p>
<p>Alla base di tutto però c&#8217;è il problema dello sviluppo. Se l&#8217;economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio &#8220;particulare&#8221; in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un&#8217;alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell&#8217;avviare un&#8217;intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.</p>
<p>Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.</p>
<p>* * *<br />
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l&#8217;ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d&#8217;una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.</p>
<p>Lama parlava in quell&#8217;intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.<br />
Quella stessa Federazione fu poi l&#8217;elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei &#8220;servizi deviati&#8221; che facevano capo a Gladio e alla P2.</p>
<p>Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l&#8217;altra politica.<br />
Chiedevano, e nell&#8217;intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.</p>
<p>Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell&#8217;82 e nell&#8217;84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell&#8217;84 la Federazione si ruppe. D&#8217;altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l&#8217;urto delle nuove tecnologie produttive e dell&#8217;economia globalizzata e finanziarizzata.</p>
<p>Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo   &#8211;   già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani   &#8211;   di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall&#8217;emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d&#8217;interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L&#8217;emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l&#8217;interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell&#8217;intervista sopracitata) che anteponga l&#8217;interesse generale del Paese al &#8220;particulare&#8221; delle singole categorie.</p>
<p>Perciò l&#8217;intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d&#8217;interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.</p>
<p>Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell&#8217;economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. &#8220;No taxation without representation&#8221;, questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d&#8217;una società come la nostra dove l&#8217;85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell&#8217;Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.</p>
<p>I principali interessati al rinnovamento del Paese  &#8211;  ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato  &#8211;  sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l&#8217;interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l&#8217;equità impedisca la macelleria sociale.</p>
<p>* * *<br />
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l&#8217;agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l&#8217;avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l&#8217;Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l&#8217;Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch&#8217;essi inesistenti dell&#8217;immensa platea dei migranti. Ecco perché l&#8217;agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall&#8217;emergenza e dalla necessità di farvi fronte.</p>
<p>Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell&#8217;economia italiana. Dipende dall&#8217;Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.</p>
<p>La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d&#8217;un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.<br />
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l&#8217;avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l&#8217;ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.</p>
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		<title>I diritti dei nuovi figli d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 00:41:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[GLI OPPOSTI populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/i-diritti-dei-nuovi-figli-ditalia/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>GLI OPPOSTI populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, di alto rango: è la proposta di introdurre anche nel Paese dello &#8220;ius sanguinis&#8221; il principio dello &#8220;ius soli&#8221;, concedendo la cittadinanza ai bambini che sono nati in Italia da genitori stranieri.</p>
<p>L&#8217;idea era stata sollevata dal segretario del Pd Bersani alle Camere, al momento della fiducia per il governo Monti; poi, rilanciata con forza dal presidente della Repubblica Napolitano, secondo il quale &#8220;negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati sarebbe una vera assurdità&#8221;. Oggi anche il presidente della Camera Fini e il ministro della Cooperazione Riccardi riprendono il tema, come il presidente della Cei Bagnasco, e lo ripropongono all&#8217;attenzione delle forze politiche e del Parlamento: dove sono state presentate proposte di legge in questo senso, mentre nel Paese diverse organizzazioni stanno raccogliendo le firme per abolire la normativa del 1991. Stiamo parlando di un milione di bambini, i figli degli stranieri residenti in Italia. Poco più della metà, 650 mila, sono nati nelle strutture del servizio sanitario nazionale.</p>
<p>Venuti al mondo, dunque, nel nostro Paese, in ospedali italiani, figli di immigrati che hanno scelto di vivere e lavorare qui e che iscriveranno questi bambini agli asili comunali e alle scuole italiane, perché crescano con la lingua, l&#8217;istruzione e la cultura del Paese che li ospita.<br />
 Ora, come vogliamo pensare al rapporto tra il nostro Stato e quei ragazzi che sono nati nel suo territorio, spesso dopo una fuga dei genitori dalla fame, dalla miseria e dalla dittatura? Nella storia delle loro famiglie questo Paese rappresenta una sponda di civiltà e di sicurezza, dove appoggiare un futuro di libertà e di speranza: e dove &#8211; proprio per queste ragioni &#8211; poter investire per la crescita dei proprio figli, la prima generazione che nasce e vive nell&#8217;Europa dei diritti e della democrazia, l&#8217;Europa dei cittadini e delle istituzioni, in quell&#8217;Occidente che racconta se stesso &#8211; e noi vogliamo crederci &#8211; come la patria delle libertà, dello sviluppo, dell&#8217;uguaglianza delle opportunità, addirittura della fraternità.</p>
<p>Quei bambini venuti a nascere in Italia, sanno di essere nati in un Paese libero, come uomini finalmente liberi. Ma sanno che non saranno cittadini, non diventeranno italiani. Studieranno la nostra storia, l&#8217;epopea del Risorgimento, le radici di Roma e dei Cesari, la Costituzione repubblicana, parleranno la nostra lingua con gli accenti dei nostri dialetti, lavoreranno nelle fabbriche e negli uffici, sposeranno magari italiani e italiane. Ma resteranno stranieri, qualunque cosa facciano anno dopo anno, comunque la facciano, soltanto perché sono figli di stranieri.<br />
È l&#8217;ultima, nuovissima forma del peccato originale: una sorta di &#8220;peccato d&#8217;origine&#8221;, incancellabile, in un Paese che ha paura della diversità perché ha incertezza d&#8217;identità (tanto che persino il dato storico del centocinquantenario dell&#8217;unità viene ridotto a polemica politica contingente), e teme la perdita della vecchia uniformità vissuta più come un mito della tradizione che come una realtà. Come può spaventare la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia? Come non capire che la stessa identità nazionale, oggi, è in movimento continuo esposta com&#8217;è al contagio di culture diverse, alla complessità del sociale, alla pluralità dei soggetti con cui dobbiamo non solo convivere, ma scambiare e interagire?</p>
<p>La paura della cittadinanza separa queste identità ed esalta le differenze, riduce gli individui ai gruppi di origine, ripropone di fatto il modello distintivo delle tribù dentro il contesto dilatato e avvolgente della globalizzazione. Col peccato d&#8217;origine, gli steccati sono per sempre e le culture vengono concepite come strutture statiche, che non possono evolvere o mettersi in movimento, ma devono rimanere immobili e soprattutto chiuse. È il disegno di una società spaventata in un Paese che vede l&#8217;immigrazione altrui solo come un problema, mentre esalta le proprie radici magari mentre nega la sua storia.</p>
<p>È evidente che l&#8217;immigrazione comporta anche un problema di sicurezza, di spaesamento, a cui bisogna rispondere. Ma proprio per questo, come si può pensare che la risposta sia un modello sociale per cui si vive sullo stesso suolo, sottoposti alla medesima sovranità, formati dalle stesse scuole ma con due livelli diversi di cittadinanza? Tutto ciò comporta differenze non soltanto sociali, ma nei diritti, cioè nella sostanza democratica che è a fondamento del nostro discorso pubblico. Col risultato &#8211; pericoloso &#8211; che la democrazia rischia di non avere sostanza concreta per una categoria di persone che vive in mezzo a noi, noi per i quali soltanto vale il concetto pieno e realizzato di società democratica.</p>
<p>Ma dal punto di vista delle generazioni future, persino dal punto di vista della sicurezza, domandiamoci che Paese prepariamo se c&#8217;è tra noi chi considera la democrazia come un concetto non assoluto ma relativo, addirittura un privilegio di alcuni, che contempla gradi minori e persino esclusioni. Dunque un concetto per nulla universale e nemmeno neutrale, ma strumentale, perché avvantaggia alcuni a danno di altri. E infatti, per gli altri non usiamo ormai nemmeno più il termine &#8220;straniero&#8221;, che presuppone una dimensione culturale, una scoperta, un viaggio o un percorso, ma li riduciamo alla categoria geometrica, spaziale e binaria di &#8220;extra&#8221;, dove conta solo l&#8217;esito finale: dentro o fuori. Se guardiamo avanti, ai prossimi anni, l&#8217;idea di Paese che il rifiuto della cittadinanza propone è quella di uno Stato-armadio, dove è previsto che le diverse culture si vivano semplicemente accanto, separate ed appese ognuna alla sua presunta radice: culture condannate a riprodursi nella separazione, magari ostili, certamente diffidenti, per definizione impermeabili. Come se la libertà e la democrazia non avessero fiducia in sé e nella loro capacità di far crescere, di contagiare, di seminare valori in chi le frequenta, le pratica e ne beneficia.</p>
<p>Dicendo questo non penso alla cittadinanza come strumento di assimilazione e riduzione delle diversità. Penso che l&#8217;Italia può offrire a chi sceglie di vivere e lavorare qui dei valori come la democrazia e l&#8217;uguaglianza e un metodo per valorizzarli nella vita sociale, che è proprio la cittadinanza. Il nostro modo di vivere è una cultura, e come tale sarà per forza di cose influenzato dalla convivenza e dal confronto con gli altri, non è un modello, come ogni cultura è mobile e negoziabile, un sistema in movimento insieme con gli altri, nel gioco del dialogo, dello scambio, del confronto. Ma la democrazia non è una cultura, è un valore di fondamento, su cui si regge lo Stato e la sua convivenza. Uno Stato neutro rispetto alle culture diverse, non rispetto ai principi democratici.</p>
<p>Questo Stato non può dunque non preoccuparsi del rischio che livelli diversi di democrazia e di partecipazione ai diritti facciano crescere fenomeni pericolosi di marginalità, di alterità, di ghettizzazione (e autoghettizzazione). Solo l&#8217;emancipazione attraverso il lavoro e la cittadinanza è la possibile salvaguardia, è la vera inclusione. Solo così, può valere fino in fondo il richiamo alle nostre leggi, alla regola democratica in cui crediamo. Leggi che devono essere pienamente rispettate da uomini pienamente liberi, perché diventati finalmente &#8211; grazie al nostro Paese &#8211; compiutamente cittadini.</p>
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		<title>Negozi sempre aperti, l&#8217;ultima frontiera del capitale</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 16:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[« Scriveva Marx che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/negozi-sempre-aperti-lultima-frontiera-del-capitale/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div>« Scriveva Marx che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi. Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg , come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare , si distinguevano dagli Usa e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico &#8211; che nell&#8217;ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura &#8211; lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto. Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro , come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono. La proposta del governo italiano in carica di prolungare l&#8217;orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all&#8217;opera nelle &#8220;società più avanzate&#8221;. Sembra una semplice iniziativa volta a facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e naturalmente cova la speranza di innalzare il ritmo dei consumi. Ma essa contiene molto altro, costituisce il tassello di un processo, in atto da tempo, di distruzione di un modello di civiltà. Si fa presto a scoprirlo. È sufficiente andare a vedere che cosa è accaduto là dove gli orari dei negozi sono stati deregolamentati per tempo. Negli Usa, che sono oggi il punto più avanzato dello sviluppo, è possibile scoprire la trappola in cui sono caduti i cittadini americani, trascinati da decenni in una bolla consumistica che alla fine è esplosa con immenso fragore. I fondatori del gruppo Take Back Your Time, riprenditi il tuo tempo, hanno compreso, e denunciano da anni, che la spinta all&#8217;iperconsumo cui sono stati spinti i cittadini americani è stato un surrogato della riduzione dell&#8217;orario di lavoro. I guadagni di produttività oraria realizzati nell&#8217;industria e nei servizi Usa non sono stati utilizzati, come era accaduto sino ad allora, per accrescere il tempo libero. Qui si è interrotto un antico percorso delle società industriali contemporanee. Gli incrementi produttivi sono stati monetizzati, tradotti in salario, grazie all&#8217;esca lucente di consumi sempre più abbondanti. Dove non bastava il salario, naturalmente, il credito bancario veniva amorevolmente in aiuto dei bisognosi di acquisto. Il risultato, dopo oltre un trentennio di questa gioiosa modernità, è che i lavoratori americani si sono trovati a lavorare in media 50 ore alla settimana e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Non c&#8217;è di che stupirsi. Come si fa a rinunciare ai sontuosi beni offerti da una smisurata macchina produttiva, a prezzi sempre più economici, resi sempre più indispensabili da una pubblicità senza quartiere? Come si fa rinunciare, se bastano un paio d&#8217;ore di straordinario al giorno per avere i dollari necessari a comprare l&#8217;ultima consolle, la macchina nuova, una pelliccia da sogno? Negli Usa la deregolamentazione degli orari dei negozi ha accompagnato in parallelo l&#8217;aumento della giornata lavorativa e la cosa non stupisce. Questo è il modello che il capitale va imponendo: una giornata completamente occupata dal lavoro, che impone l&#8217;utilizzo di tempo supplementare, oltre l&#8217;orario diurno, per svolgere il proprio compito di consumatore. I supermercati e i negozi aperti anche di notte, di domenica, nei giorni festivi devono offrire la possibilità di consumare anche a chi non possiede più tempo per se stesso. Certo, il tempo speso nelle compere serali o festive è sottratto alle relazioni sociali, alla famiglia, al dialogo fra persone, alla partecipazione alla vita civile. Ma un pover&#8217;uomo o una povera donna, che lavora dalla mattina alla sera, ha bisogno di un risarcimento, ha una necessità vitale di dare sfogo al proprio desidero di acquisto, di soddisfare il proprio ethos infantile &#8211; come lo chiama Benjamin Barber nel suo Consumati &#8211; vagando tra le meraviglie merceologiche di un centro commerciale e portarsi a casa qualcosa. Ecco il grande successo conseguito dal capitalismo, quello a cui aspira di trascinarci la grande maggioranza degli economisti, sempre dietro qualche riforma da proporci. In questo modo si è completato il circuito di assoggettamento totalitario dell&#8217;individuo al processo di valorizzazione del capitale, che chiede sempre più tempo per la produzione e per i servizi, e ora sempre più tempo per i consumi. L&#8217;uomo a una dimensione è bello e fatto. Nel punto più alto dello sviluppo, al culmine della modernità, gli uomini sono ridotti alla loro funzione primordiale: produrre e consumare, consumare e produrre. In tale ottica, la notte, naturalmente, costituisce una fase parassitaria nella vita delle società avanzate, durante la quale il Pil scende rovinosamente. Ce ne rendiamo conto. Per fortuna i turni lavorativi riescono a mantenere attiva la produzione in tanti settori e il commercio notturno può educare ad avere una idea meno pigra di questa fase della giornata in cui il sole conserva la cattiva abitudine di illuminare l&#8217;altra faccia della Terra. Questa cultura della deregolamentazione, che ha scatenato le furie dei poteri finanziari, frantumato il potere sindacale e precarizzato il lavoro, demonizzato tutto ciò che era pubblico e fatto trionfare anche l&#8217;abiezione, purché fosse privata, freme tuttora come un animale ferito per azzannare qualcosa che ancora resiste indenne. Ora tocca al commercio, anche in Italia. E mi chiedo e chiedo che cosa pensa al riguardo la Chiesa, che cosa ne pensano i cattolici, anche quei tanti che stanno nell&#8217;attuale governo. Negozi aperti anche di domenica, il giorno del Signore? Perché la proposta recente rientra in quella tendenza del capitale che già abbiamo visto all&#8217;opera, e che non vuole fermarsi. In Italia si manifesta, ad esempio, nella sorda pressione, più volte espressa da Confindustria, di ridurre le feste comandate, che frenano l&#8217;ascesa altrimenti trionfante del nostro Pil. Se fosse per tanti imprenditori, ma anche per tanti economisti che scrivono sui giornali, l&#8217;intero calendario gregoriano dovrebbe essere reso più &#8220;flessibile&#8221;, occorrerebbe togliere ogni residua solennità ai santi ancora festeggiati, rendere laicamente lavorativi tutti i giorni dell&#8217;anno, perché siano trascinati nella macchina insonne della crescita. Per nostra fortuna i sindacati, anche quelli di categoria, hanno alzato gli scudi contro la proposta e meritoriamente molti cittadini hanno manifestato la loro contrarietà. Esempio di civismo, maturità, spirito di una civiltà che ancora resiste e dovrebbe fare arrossire tanti zelanti riformatori che ci assordano quotidianamente. È tutta da verificare, infatti, l&#8217;economicità anche per i grandi supemercati e per i centri commerciali, a tenere le luci accese sino a mezzanotte o oltre. Ma, ricordiamo, se tale vantaggio dovesse verificarsi, non è evidente che una simile novità metterebbe in grave difficoltà i piccoli negozi di zona, accentuerebbe la crisi in cui versano, ne costringerebbe molti a chiudere favorendo il processo di desertificazione dei quartieri? E nessuno pensa a quanta economia è nascosta, quanto benessere collettivo, in un quartiere vitale, ben servito da piccoli esercenti, che limita gli spostamenti dei cittadini su lunga distanza, favorisce le mutue relazioni quotidiane, accresce la sicurezza senza bisogno di costose vigilanze e repressioni sicuritarie? Questa è una dinamica sociale ormai ben nota, ma tanti economisti, e soprattutto gli uomini che si trovano di volta in volta a governare, se ne dimenticano facilmente, pur di lanciare i prodotti del loro marketing politico. Degli esiti sociali di lungo periodo delle cosiddette riforme nessuno si cura, pur di vendere al pubblico un qualche kit , un dispositivo economico che promette di imprimere dinamismo al sistema. È l&#8217;analfabetismo politico della nostra epoca, lo conosciamo da tempo, e non possiamo far altro che additarlo nel suo quotidiano squallore. Ma la proposta di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali ha un valore paradigmatico molto più ampio e generale di quanto fin qui detto. Perché essa, sotto l&#8217;aria di voler rilanciare i consumi in una fase di crisi in cui effettivamente la ripresa della domanda svolgerebbe un ruolo equilibratore, instilla nell&#8217;immaginario pubblico il veleno del consumismo illimitato, ci mostra l&#8217;avvenire di una crescita continua e senza confine dell&#8217;acquisto di merci e servizi. Mentre la popolazione mondiale continua a crescere, centinaia di milioni di nuovi ricchi approdono ogni anno ai nostri stessi standard di consumo, i cicli di rigenerazione delle risorse della Terra si vanno arrestando per eccesso di sfruttamento, nella piccola Italia, facciamo la nostra parte simbolica. Mostriamo che si può comprare senza limiti di tempo, giorno e notte. Chiedersi quel che succede alle limitate risorse del nostro pianeta è naturalmente una preoccupazione stonata e fuori posto. I problemi son ben altri e del resto, in questo momento, siamo in emergenza. Come è noto da decenni. www.amigi.org</div>
</div>
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		<title>Alfano: premier preparato e arguto, ma batta i pugni sul tavolo in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 14:21:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il leader pdl lunedì per la prima volta a pranzo da Monti con Bersani e Casini. Liberalizzazioni «Siamo tutti d&#8217;accordo. ROMA &#8211; Tutti a pranzo (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/artigos/alfano-premier-preparato-e-arguto-ma-batta-i-pugni-sul-tavolo-in-europa/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il leader pdl lunedì per la prima volta a pranzo da Monti con Bersani e Casini. Liberalizzazioni «Siamo tutti d&#8217;accordo. </em></p>
<p>ROMA &#8211; Tutti a pranzo da Monti domani, «a parlare di Europa». Per la prima volta Alfano andrà a palazzo Chigi per sedere a fianco di Bersani e Casini. È la fine degli incontri nel tunnel per i tre leader politici, ma non è l&#8217;inizio di una «grande coalizione», come vorrebbe il premier. Perché il segretario del Pdl continua a confinare l&#8217;attuale maggioranza nel recinto delle virgolette: «Con Casini il rapporto è di antica frequentazione. Con Bersani invece è circoscritto a questa fase, durante la quale sono già emersi &#8211; a partire dalla manovra finanziaria &#8211; approcci e opinioni differenti. Sostenere lo stesso esecutivo non ci ha fatto cambiare idea».<br />
La divergenza più evidente è nell&#8217;analisi della crisi e nel primo consuntivo sull&#8217;operato del gabinetto tecnico: «Siamo al secondo mese della gestione Monti &#8211; dice Alfano &#8211; e dopo due mesi la borsa continua ad andar giù e lo spread a restare su. È la prova che il problema non era il governo Berlusconi, così come la colpa non può essere oggi ascritta al suo successore. Tuttavia è evidente che la credibilità di Monti sui mercati internazionali e in Europa non è stata sufficiente a evitare il declassamento dell&#8217;Italia. L&#8217;auspicio di ogni persona responsabile è che il governo riesca a centrare dei risultati. Perché è su questo che verrà misurato, sulla capacità cioè di raggiungere gli obiettivi che si era prefisso: arginare la crisi e favorire la crescita».<br />
<strong>Berlusconi sostiene che «finora i risultati sono stati nulli» e che «la durata della legislatura dipenderà dall&#8217;andamento dell&#8217;economia»: c&#8217;è dunque il rischio di elezioni anticipate? </strong><br />
«Un esecutivo che non è stato eletto dai cittadini si regge sugli obiettivi che intende conseguire. All&#8217;atto di nascita del governo Monti, il Pdl non ha posto scadenze. Ritenevamo e riteniamo più serio e responsabile ancorare il senso di questa esperienza ai risultati».<br />
<strong>Il ministro Fornero ritiene che «la sberla» sul rating di Standard &amp; Poor&#8217;s «rallenta il recupero». Insomma, dovrete essere comprensivi&#8230; </strong><br />
«Lo siamo da tempo. Perché siamo in presenza di un problema che si verificava quando c&#8217;era Berlusconi a palazzo Chigi. Solo che allora non si poteva dire ciò che oggi il ministro Fornero può dire. Però, piuttosto che recriminare, guardiamo avanti. Chiediamo a Monti di agire, di battere i pugni sul tavolo in Europa, di far valere la posizione italiana, di non accontentarsi di gentili e affettuose dichiarazioni di stima che purtroppo non ci risparmiano il downgrading».<br />
<strong>Si riferisce a Merkel e Sarkozy? </strong><br />
«Il presidente francese mi pare abbia smesso di ridere e forse ha iniziato a piangere di sé. Quanto al cancelliere tedesco, ricordo che ha la responsabilità di guidare un Paese fondatore dell&#8217;Unione, e che deve prendere una decisione: può favorire il processo di unificazione europeo o asfissiarlo con un egoismo nazionale che sarebbe legittimo, ma che non le darebbe un profilo da statista internazionale. Ecco perché Monti &#8211; che ha il compito di rappresentare l&#8217;Italia &#8211; deve preoccuparsi relativamente dei sacrifici che gli vengono chiesti da quanti pensano al proprio tornaconto nazionale. Lui deve puntare a fare gli interessi italiani, provando a farli coincidere con gli interessi europei, non con quelli di Merkel e Sarkozy».<br />
<strong>Com&#8217;è il rapporto con il presidente del Consiglio? </strong><br />
«Ottimo. È persona preparata e arguta».<br />
<strong>Anche tagliente con Berlusconi, visto le recenti stilettate. A proposito: secondo lei, le «mani in tasca agli italiani» sono messe dal governo con le tasse, o dagli evasori che le tasse non le pagano? </strong><br />
«Sull&#8217;evasione fiscale, vorrei prima smentire una falsità, sorreggendomi su fatti e non su battute. Nel 2008 &#8211; quando il governo di centrodestra entrò in carica &#8211; il dato del riscosso è stato la metà di quanto raccolto quando Berlusconi se n&#8217;è andato. In tre anni, insomma, abbiamo raddoppiato l&#8217;incasso. Chiaro? Poi, a voler essere precisi, è il governo a mettere direttamente le mani in tasca ai cittadini. Gli evasori lo costringono a farlo. Certo, un governo può scegliere di aumentare le tasse o tagliare la spesa inutile. Noi riteniamo si debba puntare sulla crescita, scegliendo &#8211; ove possibile &#8211; la strada dei tagli piuttosto che quella delle tasse».<br />
<strong>Il rapporto con Monti sarà anche «ottimo», ma avete capito se il suo resterà un governo di tecnici, o ci sono dei tecnici che si preparano a diventare politici? </strong><br />
«Noi abbiamo votato un esecutivo di tecnici. Se qualcuno, dopo soli due mesi, invece di badare all&#8217;interesse generale si è già messo a caccia di poltrone, andiamo bene&#8230; Comunque, non temiamo la competizione politica. Se qualcuno ha queste mire lo dica, e se ne assuma la responsabilità confrontandosi alla luce del sole. In modo che i partiti che sostengono il governo possano liberamente decidere se continuare a sostenere un governo che si propone di diventare partito, oppure no».<br />
<strong>Se è vero che Monti ha già fatto sapere di non volersi candidare, chi si cela dietro quel «qualcuno» che ha ripetuto con tanta insistenza: il superministro Passera, per caso? </strong><br />
«È una questione di etica comportamentale che non riguarda un singolo. Ricordo solo che i ministri tecnici stanno al governo grazie ai nostri voti in Parlamento. I target dell&#8217;esecutivo sono prestabiliti e ci attendiamo provvedimenti che servano a raggiungerli. Aspettiamo, per esempio, che Monti presenti un piano per l&#8217;abbattimento del debito. E su questo tema il Pdl contribuirà con una propria proposta».<br />
<strong>Intanto si parte con le liberalizzazioni</strong>.<br />
«Sullo slogan siamo tutti d&#8217;accordo: viva le liberalizzazioni. A patto però che siano utili alla crescita e ai cittadini, garantendo una migliore qualità dei servizi a minor costo. Eppoi il processo va avviato per ordine di importanza: perciò vengono prima le grandi reti, le autostrade, il sistema bancario. E alla fine i farmacisti e i tassisti. Così saremmo credibili».<br />
<strong>Lei ha incontrato Monti, assieme ai capigruppo del Pdl: lo avete convinto sulle priorità? </strong><br />
«Il presidente del Consiglio ci è parso condividere il nostro approccio. La prossima settimana leggeremo il decreto».<br />
<strong>Allora si ripeterà il copione della manovra: il governo si presenterà in Parlamento, porrà la fiducia sul provvedimento, e ai partiti toccherà prendere o lasciare. </strong><br />
«Intanto, già sulla manovra siamo riusciti a modificare alcune parti del testo. Quanto alle liberalizzazioni, anche in questo caso, gli aspetti che noi del Pdl non condivideremo, proveremo a cambiarli in Parlamento. Con la consapevolezza che i nostri sono i gruppi di maggioranza relativa, tanto alla Camera quanto al Senato».<br />
<strong>Avreste bisogno dell&#8217;appoggio di Pd e Udc per far passare i vostri emendamenti. Questo vuol dire che l&#8217;abc della politica esiste davvero? Che c&#8217;è un asse tra Alfano, Bersani e Casini? Sulla modifica della legge elettorale, per esempio, era parso possibile un accordo. Poi è arrivato Berlusconi e ha detto che il «porcellum» &#8211; magari un po&#8217; ritoccato &#8211; va sempre bene. </strong><br />
«L&#8217;attuale modello ha un grande pregio, perché garantisce la governabilità. Ma ha dei limiti nella modalità di elezione dei candidati e nell&#8217;assenza di un premio di maggioranza nazionale al Senato. Io penso che del sistema vigente dovremmo salvare i pregi ed eliminare i difetti. Perché dietro i vari progetti di riforma vedo sempre il tentativo di rimettere indietro le lancette dell&#8217;orologio, di tornare alla Prima Repubblica, cancellando il diritto dei cittadini a indicare il premier. Il Pdl non è disponibile».<br />
<strong>Quale Pdl? Il partito che si affanna su congressi e primarie, mentre si avvicinano le Amministrative e non si sa ancora se sarà alleato dell&#8217;Udc o della Lega? </strong><br />
«Di sicuro non rimarremo da soli. Troveremo le alleanze sul territorio, in base alle esigenze delle singole comunità. Non ci sono schemi precostituiti a livello locale».<br />
<strong>Questo schema però non potrà valere a livello nazionale: che fine farà l&#8217;alleanza con la Lega? </strong><br />
«È un rapporto che non intendiamo disperdere e che può essere tenuto vivo grazie alle tantissime amministrazioni del Nord dove governiamo insieme».<br />
<strong>Il rapporto sarà con la Lega di Bossi o con quella di Maroni?<br />
</strong>«Non è mia abitudine entrare nelle dinamiche di altri partiti. E comunque mi pare che le tensioni si vadano superando».<br />
<strong>Hanno litigato sul «caso Cosentino», altro deputato del Pdl &#8211; dopo Papa &#8211; per il quale era stato richiesto l&#8217;arresto. </strong><br />
«Il fatto che la Camera abbia respinto la richiesta della procura non ha bloccato il corso della giustizia, poiché l&#8217;inchiesta andrà avanti e alla fine i giudici saranno liberi di assolvere o condannare Cosentino. Il Parlamento non ha negato l&#8217;arresto dopo una sentenza, ma prima di un processo».</p>
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		<title>Quelle verità scomode e le comode bugie</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 13:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[All&#8217;indomani del cosiddetto &#8220;tsunami&#8221; provocato dall&#8217;agenzia di rating Standard&#38;Poor&#8217;s ci sono alcuni fatti certi dai quali bisogna partire. Sono i seguenti: 1. Lo &#8220;tsunami&#8221; non (...) <a href="http://www.forumdemocratico.org.br/destaques/quelle-verita-scomode-e-le-comode-bugie/" rel="bookmark"><strong>Leia mais.</strong></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;indomani del cosiddetto &#8220;tsunami&#8221; provocato dall&#8217;agenzia di rating Standard&amp;Poor&#8217;s ci sono alcuni fatti certi dai quali bisogna partire. Sono i seguenti:<br />
1. Lo &#8220;tsunami&#8221; non c&#8217;è stato. Le Borse hanno registrato modesti ribassi, Piazza Affari ha perso l&#8217;1 per cento, le altre Borse europee hanno oscillato intorno al mezzo per cento di perdita, l&#8217;Austria, colpita anch&#8217;essa dal &#8220;downgrade&#8221;, ha addirittura chiuso in rialzo.<br />
2. Standard&amp;Poor&#8217;s ha declassato nove paesi su diciassette, cioè ha attaccato non un paese specifico ma l&#8217;intera economia europea e quindi, indirettamente, anche la Germania che senza l&#8217;Europa vivrebbe malissimo. Si è trattato dunque d&#8217;un giudizio politico più che economico.<br />
3. Per quanto riguarda l&#8217;Italia questo attacco ha avuto come effetto quello di rafforzare il governo Monti, tanto più che la stessa Standard&amp;Poor&#8217;s ha apprezzato la politica di Monti nel momento stesso in cui declassava di due punti il nostro debito sovrano mandandolo in serie B.<br />
4. I rendimenti dei nostri Bot e dei nostri Btp alle aste di giovedì e di venerdì sono stati ottimi per i Bot e buoni per Btp triennali.<br />
5. La Bce ha confermato che il valore dei &#8220;collaterali&#8221; che le banche danno in garanzia dei prestiti loro accordati dalla Banca centrale non subiranno alcun mutamento; la Bce cioè non terrà in nessun conto i giudizi negativi dell&#8217;agenzia di rating. Le notizie che davano per certo un peggioramento del valore dei collaterali erano dunque sbagliate o false.</p>
<p>Le aste italiane di giovedì e venerdì hanno comunque confermato che la fiducia nel nostro debito sta tornando e dai Bot si sta gradualmente allargando anche sui Btp ed infatti, confrontando i tassi spuntati alle aste di gennaio con quelli delle aste di novembre si hanno i seguenti risultati: Bot a sei mesi dal 6,5 al 3,2; Bot a dodici mesi dal 5,9 al 3,2; Btp a tre anni da 7,9 a 4,8; Btp a dieci anni da 5,7 a 4,9.</p>
<p>È possibile che nella seduta di domani alcuni di questi tassi peggiorino sul mercato secondario che però, per quanto riguarda gli oneri del Tesoro, non hanno alcuna ripercussione. Per quanto riguarda l&#8217;Italia, se ne riparlerà soltanto alle aste di febbraio e marzo che avranno dimensioni imponenti. Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un&#8217;operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità.</p>
<p>La prima conclusione che questi dati suggeriscono nel loro complesso è dunque abbastanza rassicurante. I risparmiatori e le banche hanno ricominciato a investire in titoli italiani di breve scadenza ma anche in Btp di scadenza media. Auspichiamo che questo processo si estenda tenendo presente che il 19 febbraio la Bce aprirà un secondo sportello alle banche europee per prestiti triennali di ammontare illimitato al tasso dell&#8217;1 per cento e con collaterali a valore invariato. Si tratta di fatto di uno schiaffo sulla faccia dei dirigenti di Standard&amp;Poor&#8217;s.</p>
<p>* * *</p>
<p>Il presidente Napolitano ha indirizzato due messaggi pubblici all&#8217;Europa con due principali destinatari: la Merkel e Sarkozy, che saranno a Roma nei prossimi giorni. Un messaggio, il giorno precedente al downgrade di Standard&amp;Poor&#8217;s, puntava sulla necessità di un governo economico europeo e in particolare dei diciassette paesi dell&#8217;Eurozona; il secondo auspicava un ruolo non solo economico ma politico dell&#8217;Unione, esteso dunque non solo all&#8217;economia ma all&#8217;immigrazione, alla giustizia, agli investimenti intraeuropei e a una diversa configurazione della governance.</p>
<p>La Francia continua ad essere riottosa alla cessione di sovranità dagli Stati nazionali all&#8217;Unione; la Germania lo è altrettanto, ma ambedue cominciano a rendersi conto dell&#8217;urgenza di un nuovo trattato e della necessità di ridurre al minimo i poteri di veto dei singoli Stati. Sullo sfondo ci dovrebbe essere l&#8217;istituzione degli eurobond e i poteri di intervento diretto della Bce anche sui debiti sovrani.<br />
Le dichiarazione della Merkel di ieri non dicono granché su questi obiettivi di sfondo ma finalmente puntano anche sulla necessità della crescita oltreché del rigore. Ma soprattutto vogliono sottoporre le agenzie di rating a una disciplina giuridica che vada al di là di un semplice codice etico peraltro inesistente, almeno finora.</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio che l&#8217;esigenza di disciplinare le agenzie di rating con regole oggettive sia a questo punto una necessità senza tuttavia negare ad esse la libertà di esprimere documentati giudizi. L&#8217;attenzione va posta soprattutto su quell&#8217;aggettivo: documentati. Ma lo spazio pubblico europeo non può esser negato a nessuno. Se le agenzie di rating passano da giudizi strettamente economici a giudizi prevalentemente politici come è avvenuto l&#8217;altro ieri, le regole non valgono più ma in compenso l&#8217;oggettività del giudizio economico diminuisce di altrettanto.<br />
Se l&#8217;onorevole Di Pietro e il senatore Bossi reclamano elezioni a primavera nessuno può né deve metter loro il bavaglio ma ogni persona sensata e consapevole del fatto che durante tutto l&#8217;anno ci saranno in Europa 1200 miliardi di titoli pubblici in scadenza non può che giudicarli demagoghi pericolosi o personaggi fuori di testa. Analogo giudizio daranno i mercati se le agenzie di rating attaccheranno l&#8217;esistenza d&#8217;una moneta e le politiche di un intero continente anziché dimostrare la fragilità dei suoi &#8220;fondamentali&#8221;.<br />
Da questo punto di vista la Merkel è sulla buona strada quando dice  -  come ha dichiarato ieri  -  che il Fondo di intervento sui debiti sovrani opererà comunque, anche se non otterrà la tripla A dalle agenzie di rating e Draghi ha fatto benissimo a mantenere inalterato il valore dei collaterali di garanzia ai prestiti della Bce anche se composti da titoli di debiti svalutati da quelle agenzie.</p>
<p>* * *</p>
<p>Abbiamo già osservato che il downgrade di Standard&amp;Poor&#8217;s ha rafforzato la statura di Monti e del suo governo. Soprattutto gli ha dato ottime carte da giocare nei prossimi incontri trilaterali e alla riunione del vertice europeo di fine gennaio. Ma ha rafforzato il governo anche di fronte alle forze politiche e a quelle sociali.<br />
Il programma di liberalizzazioni sarà varato tra pochissimi giorni. Ha già il pieno favore del Pd e del Terzo Polo. Il Pdl manifesta alcune incertezze e le maschera dietro la distinzione tra poteri forti da liberalizzare e poteri deboli (leggi tassisti ed altri) da risparmiare o postergare. La risposta di Monti è ineccepibile: le liberalizzazioni riguarderanno tutte le categorie, poteri forti e poteri diffusi. Tutti nello stesso decreto.<br />
Osservo dal canto mio che i tassisti sono un potere diffuso ma non un potere debole. Come lo sono i camionisti. Come lo sono gli allevatori di mucche inadempienti alle regole comunitarie. Chiamarli poteri deboli è un errore lessicale e alquanto demagogico. Ci sono certamente alcuni punti sostenuti da queste categorie che vanno risolti con equità a cominciare da quello che riguarda le vecchie licenze dei tassisti. Per il resto, il trasporto urbano è un pubblico servizio e va regolato a vantaggio dei consumatori, altrimenti che servizio pubblico sarebbe?<br />
Farmacie, notai, ordini professionali, vanno tutti ripensati alla luce del concetto di tutela della concorrenza. Così sembra formulato il decreto che sta per essere emesso. Gli ordini non vanno aboliti ma debbono avere un solo e fondamentale obiettivo: essere i custodi del canone etico e deontologico degli associati. Gli ordini non sono un sindacato, perciò non possono occuparsi di tariffe e di altre questioni economiche. Debbono occuparsi dell&#8217;etica e lo debbono fare nell&#8217;interesse della società civile per la quale l&#8217;esistenza degli ordini deve essere una garanzia di professionalità dei loro aderenti.</p>
<p>* * *</p>
<p>Il referendum è stato respinto dalla Corte costituzionale. Era previsto e prevedibile. Una democrazia parlamentare non può restare priva di una legge elettorale neppure per un minuto. Il nostro istituto referendario è abrogativo e non propositivo. I referendum elettorali andrebbero dunque esclusi come lo sono quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta. Questa disposizione non fu messa in costituzione affinché fosse possibile anche un referendum elettorale quando si limiti ad abrogare qualche parola o qualche comma da una legge elettiva esistente trasformandola in una nuova legge attraverso l&#8217;istituto referendario. Nel nostro caso però il secondo quesito effettuava sulla legge esistente un&#8217;operazione chirurgica di tale complessità da non configurare una nuova legge attuabile e per questo è stato respinto come il primo quesito che si limitava alla richiesta di un&#8217;abrogazione pura e semplice.</p>
<p>Si può criticare nel merito la sentenza ma non si può accusare la Corte d&#8217;essere diventata un organo politico e fazioso, per di più alle dipendenze del Capo dello Stato. Da questo punto di vista personaggi come Di Pietro e alcuni editorialisti qualunquisti meritano d&#8217;esser considerati demagoghi e politicamente scorretti. Hanno evidentemente un disperato bisogno di &#8220;audience&#8221; e quindi di avere sempre e comunque un nemico sul quale sparare. Prima avevano Berlusconi, adesso Monti e Napolitano. Ed anche il Partito democratico. Usano un fucile a due canne con il quale dirigono i colpi su un duplice obiettivo nella speranza di mantenere e magari di estendere il consenso di un&#8217;opinione pubblica dominata dall&#8217;emotività e dall&#8217;incostanza.<br />
La parola &#8220;casta&#8221; è così entrata nel lessico qualunquista ed è stata largamente applicata anche per quanto ha riguardato la votazione della Camera sul caso Cosentino. Quella votazione, come hanno detto giustamente Bersani e Casini, è stata una sorta di suicidio parlamentare. Ma chi ha compiuto quel suicidio e ha lavorato per ottenere quel voto? Il Pdl e la Lega di Bossi (non quella di Maroni). Pd e Terzo Polo hanno votato in massa per l&#8217;arresto di Cosentino (285 voti su 295). Dov&#8217;è dunque il voto di casta? Perché blaterano contro la politica invece di individuare i comportamenti dei singoli parlamentari e dei singoli partiti? Questo è l&#8217;opposto della ricerca della verità e come tale va condannato.<br />
Noi siamo favorevoli alle verità scomode ma contrari alle comode bugie. Trentasei anni di storia di questo giornale (l&#8217;anniversario era ieri) lo dimostrano ampiamente.</p>
<p>Post scriptum. Anche se ci hanno messo una pezza a colore nelle ultime ore, la spaccatura tra la Lega di Bossi e quella di Maroni è il fatto di maggiore importanza nella politica dei partiti. È un movimento democratico quello in cui il segretario impedisce con una pubblica deliberazione ad un esponente storico di quel partito di intervenire nel dibattito congressuale? Sembra la Corea del Nord. Ed hanno l&#8217;ardire di ridurre il grande Nord italiano alla loro miserabile Padania?</p>
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