Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Un’idea di società

por andrea em domingo, 19 de setembro de 2010 às 19:29

 

Siamo entrati in una fare politica nuova e molto delicata che può riaprire la strada a una svolta democratica ma può anche spingere le forze più reazionaria all’avventura. E’ in gioco la speranza che l’Italia resti una Repubblica unita e una democrazia parlamentare mentre dal fondo limaccioso dal paese tornano ad emergere tentazioni di tipo peronista. Io non so come andrà a finire. So, però (e di ciò scrivo) che è troppo grande lo scarto tra i rischi di disgregazione della compagine italiana giunta ormai a fenomeni di corrompimento di tanta parte del suo tessuto economico e sociale e la debolezza della politica. La incapacità di questo sistema politico di dirigere il paese nel mondo nuovo che ci sfida. Pesa non poco la vanità e l’inconcludenza di tanta parte delle polemiche che lacerano la sinistra.

Su che cosa ci dividiamo? Sulle ambizioni personali? Queste esistono ma io non credo che spiegano tutto. Ritengo molto più utile chiedersi che cosa ha reso e tuttora rende così difficile fare del partito democratico il perno di una reale alternativa. La risposta a questa domanda che da tempo ci assilla credo vada cercata nel fatto che la crisi della democrazia italiana è giunta a un punto tale per cui è impossibile costruire una grande forza di governo (come di opposizione) sulla base di vecchi schemi di schieramento e sul terreno imposto dai media. I guasti del paese sono più profondi. E se lo sviluppo del P.D. sembra bloccato (più o meno il 25 per cento dei voti e grazie soprattutto al vecchio insediamento nelle “regioni rosse”) la ragione è che per occupare lo spazio lasciato vuoto dalla crisi del “berlusconismo” non basta misurarsi con certe degenerazioni. Il fatto è che in questo lungo tempo politico non si è creato soltanto un potere personale ma una realtà di cose che hanno già mutato parecchio il volto dell’Italia. Bisognerebbe, quindi, elaborare una idea nazionale nuova.

Mi sembra questo il problema cruciale che vorrei proporre alla discussione. Che Italia abbiamo di fronte? Al di là delle grandi analisi di più lungo periodo la mia domanda si riferisce al fatto che tra le ragioni per cui una forza politica rischia di essere irrilevante c’è la sostanziale incomprensione del fatto che, dopotutto, il governo lungo della destra (unito al “leghismo” da oltre un decennio) ha molto cambiato il terreno del conflitto e della lotta. Vecchi equilibri e compromessi anche sociali si sono ormai rotti e hanno dato vita ad assetti di governo reale del paese molto diversi da quelli di una normale democrazia parlamentare. Perciò rischiamo l’irrilevanza. Perché non stiamo affrontando la nuova realtà. Accenno solo al fatto che gran parte dei poteri di fatto si sono ormai sottratti al controllo politico, e che se il fossato tra Nord e Sud diventa sempre più profondo questo accade a causa anche di un sistema economico dominato da grandi consorterie affaristico-politiche e dove aumenta il peso delle rendite e dell’economia illegale. Siamo passati dal “sottogoverno” al “sotto-Stato”. E’ anche per questo che diventano abissali le ingiustizie sociali e le distorsioni nella distribuzione del reddito. E’ vero che c’è anche un’Italia che funziona e sta al passo con l’Europa. Guai a non vederlo. Ma questo accentua la crisi della nazione come senso di un destino comune. Mi fermo qui, solo per dire quanto il terreno della lotta politica sia cambiato. E per cercare di misurare lo spiazzamento di una forza che sembra parlare d’altro.

La domanda difficile è come si esce da una situazione del genere, cioè da un sistema ormai fallimentare (e perciò impotente) il quale però, ha dietro di sè un insieme di forze, di interessi e di culture che non spariranno con Berlusconi. Del resto, -paradossalmente- è proprio questo che continua a dare un senso alla creazione di un nuovo partito. Il quale si è detto “democratico”, non per abbassare con questa parola il tiro, ma in base alla consapevolezza che l’agenda del Paese è più ampia,per cui i vecchi simboli di destra e di sinistra non dicono tutto e occorre ridefinire il con chi e contro chi lottiamo. Ma se questo è il punto, dobbiamo cominciare a dire quali correnti più profonde, più interne alla società moderna noi pensiamo di mettere in moto e di rappresentare. Se c’è, insomma, oltre le vecchie classi una nuova soggettività su cui far leva.

I cambiamenti sono stati davvero radicali. Ne ho già accennato. Secondo la commissione parlamentare antimafia sono ormai una decina di milioni gli italiani –tra Campania, Calabria, Sicilia e Puglia- che convivono con un potere che non è quello dello Stato: le mafie. Si tratta di un potere vero, non solo economico, una forza che non fa solo affari e clientelismo ma contribuisce in modo determinante alla selezione del personale politico. E’ a suo modo un “regime”. Il quale governa, di fatto, un pezzo del Paese e ha in Parlamento i suoi uomini di fiducia il cui volto non è più nemmeno tanto coperto. Anche la ripartizione della ricchezza è completamente cambiata rispetto alla prima Repubblica. Basti il fatto che, secondo i calcolo di Mediobanca la quota del lavoro sul valore aggiunto è passata dal 70 al 53 per cento mentre quella dei dividendi è salita dal 2 all’8 per cento. Si tratta di un cambiamento strutturale, reso possibile dal fatto che la finanza (il credito facile) è stata usata per far quadrare il cerchio tra redditi da lavoro sempre più sperequati, la trasformazione in senso regressivo dei sistemi fiscali, lo smantellamento delle istituzioni di welfare e il consenso delle classi medie. Senza i “miracoli” promessi dalla finanza, il paradigma neoliberista non si sarebbe potuto affermare in un contesto democratico. Così tanta parte del paese si è spostata a destra e a questo punto il compito del P.D. diventa quello di ricostruire le condizioni politiche ed istituzionali della democrazia di massa, oltre il vecchio Welfare State e in un contesto economico globale. Altrimenti un vacuo riformismo continuerà a consegnare le classi medie spaventate alla destra d’avventura.

Arrivo così a quello che considero il problema politico centrale. Temo che il P.D. non avrà un futuro se non parte da più lontano rispetto alla infinita chiacchiera sugli schieramenti. Se, cioè non torna a mettere in campo una “idea di società”. Il che comporta un salto nel modo di essere di un Partito il cui guaio non è il pluralismo delle correnti ideali ma il fatto che queste non esistono se non come cordate elettorali. Si discute molto sulle incertezze della “linea politica”. Giusto. Ma io non credo che si tratti solo di un problema di “linea politica”. Certo anche. E’ molto di più e di più profondo. E’ la difficoltà di darsi una nuova rappresentanza a fronte di cambiamenti di natura tale che hanno rimesso in discussione le condizioni stesse del vivere e del lavorare umano. Non è per caso se non riusciamo a elaborare un nuovo gruppo intellettuale e una nuova idea nazionale. E, dopotutto, la destra ha vinto perché a suo modo si è collocata su un terreno che stava oltre il discorso politico contingente e ha dato voce a paure, bisogno e desideri creati da un gigantesco sommovimento anche sociale: crisi delle garanzie dello Stato-nazione e dei vecchi diritti di cittadinanza, apertura delle economie domestiche, emigrazioni, scontro e incontro tra culture.

Ricordando questi fenomeni non scopro nulla di inedito ma è alla luce di essi che emerge chiaramente il tragico errore di aver pensato che dopo il crollo del comunismo e delle vecchie culture marxiste e dopo la fine del secolo socialdemocratico, un partito nuovo non doveva più avere una idea di società. Non pochi a sinistra hanno di fatto pensato (come la Thacher) che la società in questo organismo determinato aveva cessato di esistere e che al suo posto esistevano solo gli individui e che per difendere gli individui bastava garantire ad essi “le pari opportunità”. Noi eravamo progressisti e “liberal”, e quindi -ovviamente- eravamo impegnati a difendere i più deboli. Quindi, non negavamo affatto i problemi sociali, ma questi si riducevano a problemi di persone, al massimo di categorie sociali, quindi non tali da riaprire un discorso su una qualche idea di società. Così negli anni in cui una economia sempre più finanziaria rompeva ogni idea di patto sociale e di compromesso con la democrazia è accaduto che la sinistra facesse l’errore clamoroso di separare la questione sociale dalla politica, la grande politica.

La domanda che a questo punto io pongo (credo ad di là delle vecchie passioni e dei vecchi ideologismi) è se una nuova “idea di società” non sia diventato un compito ineludibile a fronte degli effetti provocati da questa forma nuova di capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Ma è così? Mi addentro in un campo molto minato per affrontare il quale occorrerebbe un lavoro collettivo serio. Spero però che non mi si dica che “la politica è un’altra cosa”.

Provo soltanto a buttare giù qualche nota. Intanto bisognerebbe smetterla di parlare sempre di noi stessi e cominciare sul serio a partire dalle cose. Quali cose? Il cambiamento? Sono tanti i cambiamenti. A quale cambiamento si dovrebbe riferire una nuova forza progressista? Del capitalismo? Ovviamente. Io però non credo che basti dire che siamo di fronte a una nuova fase del capitalismo. Si tratta certamente anche di questo. Ma ciò che vorrei discutere è se, in realtà, siamo di fronte a un cambiamento che richiederebbe una analisi più ampia in senso storico. A me sembra che di questo si tratti. E’ la “storia” lunga che ha cambiato pagina dopo molti secoli, mi sembra.

Ricordo a me stesso che quello che noi chiamiamo capitalismo non è solo un fenomeno economico. E’ stato ed è una civiltà, ed è stato anche, sia pure nelle forme più crudeli, un processo di emancipazione dell’uomo da vecchi vincoli. Marx ci ha spiegato che cose come l’uguaglianza giuridica e i diritti di cittadinanza erano diritti formali, ma formali fin che si vuole essi rappresentavano pur sempre una bella differenza dalla servitù della gleba. Voglio solo ricordare che –di fatto- la cosidetta economia sociale di mercato è cresciuta in simbiosi con la civiltà europea e questa ha dominato il mondo non solo grazie al mercato (che peraltro esisteva da millenni) ma per il fatto che il potere politico dettava al mercato quelle regole che lo rendevano, certamente, non il luogo dell’uguaglianza ma nemmeno della lotta tra belve. E’ ciò che un economista e uno storico come Paolo Prodi chiama il “dualismo”. Un “dualismo” (cito le sue parole) come non coincidenza del potere politico con quello economico e come compresenza e concorrenza di norme etiche e norme di diritto positivo che ha rappresentato quel fattore che ha via via portato allo sviluppo dell’uomo moderno, e quindi alla creazione dello Stato sociale.

Dunque, ecco perché parlo di una cesura storica. Perché ciò che noi abbiamo conosciuto finora come civiltà capitalistica è questo dualismo. Il quale è anch’esso un fatto storico. Reso possibile dall’esistenza di grandi “contenitore” (Stati, leggi, culture, sistemi) che garantivano un determinato rapporto tra politica ed economia. Gli “spiriti animali” dell’avidità si legittimavano in quanto venivano costretti a misurarsi con diritti, conquiste di libertà, diffusione del benessere, perfino con le spinte verso una certa equità sociale. Perciò si potrebbe anche dire che la civiltà occidentale è consistita in una sorta di difficile compromesso tra il capitalismo e un processo sia pure tormentato di democratizzazione.

Sono cose note e non pretendo di semplificare la complessità e la diversità di questi processi. Sento però sempre di più la necessità di guardare aldilà dei fenomeni strettamente economici e finanziari per cominciare a capire che cosa hanno significato le rotture di certi “contenitori” che l’avvento delle successive mondializzazioni hanno via, via determinato. E, quindi, per aver almeno il senso della novità di questa mondializzazione e di quali problemi -tuttora insoluti- si sono creati. Problemi non soltanto economici ma in qualche modo antropologici, cioè tali da cambiare il cammino di quelle che furono le moderne società industriali. Del resto che cosa si sta dicendo agli operai della Fiat? E’ dalla loro vita come persone che si sta parlando. Si propone un “patto sociale” davvero curioso. Il quale dovrebbe consistere nell’accettare una regressione storica: una riduzione dei diritti del lavoro e dei livelli salariali per consentire al capitale industriale di sopravvivere ai nuovi feroci livelli della competitività imposti dalle logiche del capitale finanziario a livello mondiale.

Parla il solito acchiappanuvole? Può darsi. Ma non dimentichiamo quali furono i traumi di altre grandi mondializzazioni. Per esempio, ciò che significò la grande mondializzazione di fine ottocento. Per superare le rotture di allora determinate dallo scontro fra i nascenti imperialismi ci sono volute due guerre mondiali, una grande ondata di innovazioni scientifiche e tecnologiche (l’elettricità, il motore a scoppio, l’aereo, il telefono), c’è voluta la rivoluzione russa, Stalin e i fascismi europei. Finchè l’America inventò con il “new deal” di Roosevelt un nuovo “contenitore” e l’Europa il compromesso socialdemocratico. Ebbene, ciò che noi oggi stiamo vivendo sono i traumi della nuova e molto più ampia mondializzazione: enormi ingiustizie, assurdi paradossi.

Di quali economie di mercato stiamo parlando? Si sono rovesciati i rapporti di forza tra i governi e le multinazionali, tra il capitale e il lavoro, tra la politica e l’economia. E’ diventata abissale la distanza tra chi produce la ricchezza reale e chi specula sui movimenti finanziari. Non pretendo di aggiungere nulla alle tante analisi specifiche degli economisti sui meccanismi che hanno prodotto questa crisi. E non sto a ricordare il peso della grande mutazione degli equilibri geo-politica e geo-economica (Cina, India, Africa). Mi chiedo però se noi abbiamo misurato abbastanza gli effetti dell’enorme squilibrio che è in atto nella distribuzione della ricchezza e quindi nel mondo dei valori e dei significati dell’esistenza. Il più concreto dei problemi politici che abbiamo di fronte è il fatto che l’Europa è destinata a cedere ad altre aree del mondo parte della sua vecchia ricchezza. Sta già avvenendo. Ora se Berlusconi è pessimo non è una piccola cosa che la grande Europa sia governata da una destra la quale ha deciso di rispondere nel modo peggiore: difendere i privilegi dei suoi ceti dominanti abbassando i salari e scaricando come zavorra il suo famoso Stato sociale. Che partito più o meno “maggioritario” vogliamo fare se non affrontiamo un problema come questo?

Ma l’analisi economica non dice tutto. La ricerca senza limiti dei guadagni in conto capitale ha fatto si che valori come lealtà, integrità morale, fiducia, significati delle vita, venissero via via accantonati per fare spazio al conseguimento dei risultati a breve termine. Si è perfino stravolto il nesso tra reddito da lavoro e guadagni da attività speculative. Si è arrivati a far credere a milioni di persone (fu la promessa di Bush) che usando le carte di credito potevano arricchirsi e potevano quindi accettare le riduzioni salariali perché in compenso erano diventati azionisti e quindi proprietari e giocatori di borsa. Di fatto le grandi banche d’affari si sono messe a battere moneta, se è vero che la somma dei crediti, obbligazioni e titoli in circolazione supera di molte volte la somma del prodotto reale.

In che modo e con quali forze la sinistra pensa di tornare in campo e di organizzare le sue risposte? Anch’io parto dalla concretezza della politica. Ma il fatto politico di portata veramente storica, è che una ristretta oligarchia finanziaria, grazie all’assoluta libertà di circolazione dei capitali, si è liberata di ogni controllo politico e si è largamente impadronita di quel potere immenso che consiste nel decidere su come “allocare” le risorse del mondo. E’ la prima volta nella storia. So bene che ciò ha consentito un grande balzo nella modernizzazione di interi continenti. Ma resta in me, un grande dubbio, che poi è in sostanza lo stesso che esprime Paolo Prodi quando contesta la visione della globalizzazione come semplice fatto spaziale. C’è anche questo, naturalmente, ed è fondamentale consistendo nell’ingresso di nuovi popoli nell’area dello sviluppo. Ma ridurre tutto a questo può essere fuorviante e costituisce un modo per nasconderci enormi problemi. Ciò che Prodi sostiene è che “l’egemonia del potere economico planetario su un potere politico in crisi (incapace di superare la forma dello Stato moderno) minaccia direttamente la sopravvivenza stessa del mercato come noi l’abbiamo conosciuto nella sua dialettica secolare. Sembra evidente a qualsiasi osservatore della realtà economica attuale –egli dice- che perfino il confine tra il rubare e il non rubare, tra il furto e il comportamento “onesto” diventa sempre più incerto di giorno in giorno come sempre più incerto appare il confine tra la proprietà privata e il bene comune. Gli scandali più grandi, le grandi truffe finanziarie sono noti ma dobbiamo essere ben coscienti che si tratta soltanto delle vette di un sistema costituito da un’enorme catena di furti impuniti o quasi legalizzati. E Prodi conclude che il prevalere dell’economia finanziaria sull’economia reale, lo sviluppo delle false privatizzazioni nelle quali la proprietà diviene privata ma di fatto rimane un monopolio o quasi monopolio; l’aumento incredibile delle rendite rispetto ai redditi di lavoro e la sperequazione del “giusto salario” sono questi i fenomeni che hanno messo oggettivamente in crisi l’ordine democratico.

Ecco perché sostengo che la discussione sulla “linea politica” non può più essere separata dalla necessità di ridefinire i termini nuovi del conflitto tra progresso e reazione, e quindi le figure stesse delle forze in campo. Siamo ben oltre il vecchio conflitto tra profitto e salario. Il Novecento è lontano. In questo ha ragione la Fiat. Ma anche questi signori dovrebbero cominciare a capire che in realtà il mercato sempre meno si autogoverna poichè si sta verificando quella “grande trasformazione” di cui parlava Karl Polany, cioè quella crescente contraddizione tra la logica del capitale finanziario che tende a invadere non più solo i mercati delle merci, ma i significati e i valori della vita: i bisogni, le culture, i modi di pensare e di vivere, perfino le logiche delle imprese produttive (vale il suo prodotto oppure il suo valore di borsa?). Questo da un lato. Ma dall’altro il fatto che inesorabilmente lo sviluppo umano avanza e tenderà sempre più a far valere la sua autonomia. E quindi a condizionare a sua volta l’economia al punto di sovvertire i suoi meccanismi. Con la conseguenza che in una economia dell’immateriale il mercato che sembra così potente è in realtà sempre meno in grado di sovradeterminare lo sviluppo degli altri sistemi sociali. Non a caso, da tutte le parti si torna a invocare l’intervento dello Stato.

Dunque, la questione sociale, questa questione di cui da anni la sinistra si occupa poco, è giunta davvero a una svolta. Stiamo attenti a non sbagliare. Il cuore del conflitto non è tra l’impresa e gli operai. E l’insieme del mondo dei produttori cioè delle persone che creano, pensano, lavorano e fanno impresa che sta subendo una forma nuova di sfruttamento. Se è così, ci sono le condizioni per alleanze più larghe. L’economia di carta (l’alluvione dei titoli e dei crediti) è arrivata al punto da raggiungere nel primo decennio di questo secolo, l’incredibile rapporto di quattro a uno rispetto al prodotto reale. Il che in pratica significa che pesa sui produttori delle merci e sui beni pubblici l’onere di stringere la cinta per garantire i guadagni e i lussi del mondo della rendita finanziaria (e pagare le tasse anche al posto di essa essendo costei quasi del tutto esentata). Sta avvenendo qualcosa che cambia le ragioni dello stare insieme e il senso della convivenza civile. Perciò io penso che noi, invece di oscillare tra ignoranza, accettazione rassegnata o semplice lamento dovremmo aprire una riflessione sulle ragioni di fondo di un partito nuovo partendo dal fatto che il conflitto si sposta parecchio oltre la sfera economica e distributiva, per investire i modelli di vita, la qualità dell’organizzazione sociale, l’auto affermazione dell’individuo. In realtà siamo di fronte a un allargamento del conflitto e di conseguenza a una domanda di progettualità che non può più essere separata dalla politica.

E’ così che arrivo alla convinzione che proprio nel lavoro moderno –così disprezzato e reso precario- sta il fattore principale di contraddizione con il dominio di una oligarchia finanziaria che presume di governare il mondo avendo rotto il vecchio compromesso tra capitalismo e democrazia. E’ vero che questa gigantesca trasformazione sociale accentua gli elementi di incertezza, di precarietà, di insicurezza: disoccupazione tecnologica, perdita di professionalità, subalternità. Il fattore umano diventa sempre più una variabile che dipende da fattori esterni. Ma allora ciò che diventa essenziale è la lotta per il controllo sulle scelte strategiche e per la democratizzazione dei processi decisionali. Senza di che la politica diventa un gioco di Palazzo. Si apre, per la sinistra, un vastissimo campo d’azione, che ha come presupposto la conoscenza della realtà e un lavoro di ricostruzione delle potenzialità di lotta.

Bisognerebbe riscoprire questa parola che sembra dimenticata: lotta. Capisco certe diffidenze, vedo il timore che si torni al passato, ai tempi di quello che si chiamava il “movimento operaio”, e quindi all’operaio di fabbrica come soggetto storico e politico principale, allo scontro di classe contro classe, ai tempi in cui esisteva anche quell’altra cosa che non c’è più, la borghesia. Capisco tutti quelli che “non vogliono morire socialisti”. Ma non si tratta affatto di questo. Si tratta di capire che sono le caratteristiche stesse del lavoro contemporaneo che spingono verso una nuova forma di organizzazione della società e dell’economia. E’ la qualità del lavoro che deciderà sulla forza e i destini della nazione, e la cosa è così ovvia che sembra di dire una banalità. Eppure ciò comporta una lotta feroce. Contro chi? Non più con il vecchio capitalismo industriale. Ci siamo riempiti la bocca per anni con la parola “flessibilità”. Ma questa parola ha poco senso dal momento che essa indica sia l’estrema libertà-responsabilità del lavoro dotato di conoscenze rare e di competenze molto qualificate e sia l’estrema marginalizzazione civile e l’orrore dei tuguri in cui vivono i braccianti di colore che raccolgono i pomodori in certi luoghi del Mezzogiorno. Un mondo di nuovi schiavi i quali però non vivono più nel Medioevo ma nel mondo della TV che esibisce lussi più sfrenati. Certo il lavoro non è tutto. Ma ragionare sul lavoro significa più di prima ragionare ben più che sul vecchio conflitto tra le classi (che esiste tuttavia) ma sulla stessa antropologia umana.

Pensiamo solo al potere enorme di condizionamento della vita umana che è insito nella esplosione delle comunicazioni e nella loro perversità. Non so se si è riflettuto abbastanza sul rapporto sempre più intrinseco tra i “media” e questa forma di economia basata in gran parte non sui beni reali non sulle “aspettative”, essendo esse alla base delle speculazioni sul valore del denaro. E’ per questa ragione che si moltiplicano i messaggi che non informano ma investono direttamente la vita quotidiana, le speranze, le attese. Ecco perché il confine tra il vero e il falso, tra il reale e il virtuale è diventato così labile. Non per caso è emerso un nuovo tipo di intellettuale che non scrive libri e non produce opere di cultura ma la cui forza consiste nella “comunicazione”, cioè nella produzione dell’opinionismo. Questa è la novità. Non è l’informazione sulle cose reali ma è la messa in scena del teatro delle opinioni, una chiacchiera che si sottrae a ogni prova, che non esprime concetti né conoscenza, che riduce, di fatto, il confronto delle idee a insensati plebisciti. Qui sta la forza del potere. Essa consiste nel controllo della conoscenza: il potere dei poteri. Per cui dovremmo smetterla di considerare questo tema una chiacchiera per intellettuali perché esattamente questa –come ci ha insegnato Berlusconi- è la politica nell’epoca attuale. La base del potere poggia sempre più sul definire che cosa è la realtà, nell’imporre una visione del mondo e della realtà e per questo mezzo controllare l’azione umana.

Prendere atto di questo non significa affatto arrendersi ma, al contrario, scoprire quali nuovi spazi si aprono alle forze di progresso. Perciò mi appare tragico questo silenzio della sinistra di fronte alla riduzione del lavoro a “residuo” su cui scaricare il peso di tutto, compreso il ladrocinio e l’evasione fiscale. E tragico è soprattutto il fatto che tanta parte delle nuove generazioni è ridotta a precariato, a “mille mestieri” pur di sopravvivere. E’ la più grande tragedia del nostro tempo. Tutti ci spiegano che stiamo assistendo alla fine di quella forma storica del lavoro che si è espressa con l’industrialismo: il lavoro come quella merce ch sta in tutte le merci e ne determina il valore e il cui prezzo si misura in termini di “tempo necessario”: il lavoro salariato che crea il surplus per il capitale. Molto bene. Ma, a parte il fatto che tanta parte del lavoro continua ad essere questo la vera novità è un’altra. E’ che il lavoro tende sempre più a produrre non solo merci ma servizi, relazioni, a entrare in reti sempre più complesse, a rapportarsi in modo attivo con tutto ciò che rappresenta l’ambiente sociale e culturale che circonda il capitale fisico. Si potrebbe perfino dire che questo lavoro moderno non solo crea società ma spinge alla formazione di un nuovo capitale: cognitivo, relazionale, sociale.

Sta qui –io credo- la prova che il problema politico è come dare una rappresentanza politica nuova al lavoro moderno. E’ la necessità di far leva sulla grande contraddizione che si comincia a toccare con mano e che va ben oltre il conflitto tra profitto e salario. E’ il fatto che in un universo di questo tipo in cui il legame sociale è affidato essenzialmente al denaro, ciò a cui si assiste (nonostante l’ideologia dominante esalti il trionfo dell’individuo e della sua libera iniziativa) è in realtà il declino dell’individuo e la sua progressiva estinzione. Il dominio del mercato e delle sue logiche finanziarie è infatti tale che gli uomini sono sempre più posti in relazione tra loro non in quanto persone con la loro originalità e sostanza umana ma in quanto “maschere” misurabili con un solo metro: il denaro.

E’ per tutte queste ragioni che credo non basti la cultura dei diritti. Penso che accanto ai diritti sociali e di cittadinanza bisognerebbe organizzare e mettere in campo un nuovo potere politico. E non penso solo alla discussione –pure importantissima- su quali poteri del vecchio Stato nazione bisognerebbe assegnare a nuove agenzie pubbliche e a strutture regionali tipo la Comunità europea. Penso a un “diritto umano” di base incentrato sulla valorizzazione del lavoro creativo. Quanto può più reggere una democrazia se non si dà ad essa un nuovo fondamento in quel lavoro che non solo crea la ricchezza ma tesse la trama sociale insieme con lo sviluppo delle persona? Non vedo come altrimenti possiamo ritrovare in Italia (con quel problema del parassitismo meridionale e con questo peso enorme delle rendite) le ragioni dello stare insieme e il sentimento di un comune destino. Certo è che non basteranno le manovre politiche per dare risposta a quello che è ormai il maggiore problema del nostro tempo, e certamente dell’Italia: il posto delle energie giovanili nello sviluppo della nazione. Che cos’altro se non il lavoro può rompere il silenzio dei giovani e porre fine alla precarietà che sembra segnare la loro esistenza? Siamo seri. Dove va l’Italia se i giovani non si pongono con il loro lavoro creativo alla sua testa?

Datemi una leva, datemi cioè una nuova soggettività e vi solleverò il mondo sociale: così diceva il vecchio Salvemini, quando era socialista, a proposito del ruolo di progresso che avrebbe potuto assumere il bracciante pugliese. Quel’è oggi questa leva se non ricominciamo a ragionare sul lavoro umano?

Post-scriptum
Con tutta evidenza il limite di queste note è quello di porre soltanto un problema che poi la scrivente non è in grado di sviluppare. Ma che sia chiaro almeno il problema: quello di ricercare le condizioni per la creazione di una soggettività politica e sociale in grado di opporre a questo super-capitalismo mondializzato una idea di società, cioè uno spazio realmente autonomo che consenta all’uomo di affermare la sua autonomia e la sua creatività. Del resto, è un compito perfino ovvio. E’ ciò che accadde dopo gli albori della rivoluzione industriale: la folla cenciosa di contadini inurbati, di fanciulli e di donne che massacravano la loro vita davanti alle prime macchine (si parlava anche allora come oggi alla Fiat di leggi ineluttabili del mercato) che via via si trasforma nel mondo dei sindacati di Bruno Trentin.

Tutto il mio interrogarmi è come si possa riaprire questo cammino di costruzione sociale.

Roma, 30 agosto 2010

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