Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Questo Cav. non deve salvarsi

por andrea em terça-feira, 18 de janeiro de 2011 às 20:05 Questo Cav. non deve salvarsi

Può Silvio Berlusconi restare presidente del Consiglio dopo questa nuova puntata del sexgate? Per provare a dare una risposta, cercando di farlo al di là delle letture partigiane e degli interessi di bottega. Può Silvio Berlusconi restare presidente del Consiglio dopo questa nuova puntata del sexgate? Per provare a dare una risposta, cercando di farlo al di là delle letture partigiane e degli interessi di bottega, bisogna porsi tre domande. La prima riguarda l’aspetto penale: Silvio Berlusconi ha fatto sesso con una prostituta minorenne? La seconda è una questione etica: è accettabile che «un vecchio porco» (la definizione non è nostra, è del direttore di Libero Maurizio Belpietro) continui a guidare il paese rappresentandone l’immagine dentro e fuori i confini? La terza è prettamente politica: un presidente del Consiglio la cui agenda sarà verosimilmente monopolizzata nei prossimi mesi dalle grane giudiziarie è nelle condizioni di continuare a governare? Oppure, anziché di riforme, lavoro, crisi economica dovrà occuparsi di bunga bunga, rivelazioni sentimentali, comunicati?
Naturalmente, esiste un modo di rispondere in un colpo solo ai tre quesiti. È l’operazione tentata dal premier e dai suoi sostenitori, i quali spiegano che, essendo l’azione della magistratura una montatura, tutte le conseguenze che ne derivano sono da considerare figlie del complotto politico. E dunque da respingere in blocco.
Il problema è che, paradossalmente, l’aspetto penale è l’unico dal quale Berlusconi non esce ancora inchiodato. Dall’orgia di intercettazioni, verbali di interrogatorio, ricostruzioni giudiziarie non sembra emergere la prova provata che si sia consumato sesso tra la diciassettenne Ruby e Berlusconi. Il presidente del Consiglio nega. La ragazza, pur tra molte ambiguità, pure. Non basta la logica in questi casi, toccherà ai pm dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il rapporto c’è stato. Fino a quel momento, la presunzione d’innocenza gioca a favore di Berlusconi. Tutto il resto, invece, gli gioca contro.
Obiettano i berlusconiani: tutto il resto – cioè le implicazioni etiche e politiche – nascono comunque dall’azione dei pm e dall’applicazione dei loro «teoremi». Falso. Il caso Noemi, la vicenda D’Addario, l’affaire Ruby non nascono sulla scrivania dei pm. Sono storie – e quindi scandali – che diventano di pubblico dominio solo e soltanto a causa delle abitudini del premier. Una cronista si accorge che nella sua agenda è finita una festa privata in quel di Casoria. E il paese scopre l’esistenza di Noemi e di Papi. La D’Addario, frustrata per non aver ricevuto gli aiuti personali che attendeva in cambio delle sue prestazioni, rilascia una intervista a un quotidiano. Ruby finisce in Questura per una storia che nulla a che fare con Arcore e il bunga bunga, ma la solerzia con cui il presidente del Consiglio si mette in contatto con la Questura di Milano per occuparsi del caso apre subito una scenario diverso per quella che pareva una bassa vicenda di sottobosco meneghino. Berlusconi non deve rimproverare le Procure se il suo privato è finito al centro del dibattito nazionale, ma solo se stesso.
Dice Berlusconi: il mio privato non è violabile. Ma a chiunque è evidente che il capo di un governo non può alzare una muraglia impenetrabile sui propri comportamenti privati, rivendicandoli come una zona franca nel quale tutto è possibile. Non si tratta qui di individuare reati o spulciare il codice penale a caccia di articoli buoni per incriminarlo, e nemmeno di ergersi ad arbitri della morale altrui. Il problema è l’incompatibilità assoluta tra alcuni comportamenti e la carica di presidente del Consiglio: il premier non può esporsi al continuo ricatto di chi, partecipando ai suoi convegni, lo fa spesso con lo scopo esplicito di trarne vantaggi minacciando rivelazioni. È una questione di sicurezza nazionale, di immagine del paese, di decoro delle istituzioni. Le autogiustificazioni di Berlusconi non bastano a mettere una toppa. E poi – anche qui a proposito di danni autoprocurati – a quale Berlusconi bisogna dare retta? A quello che spavaldamente rivendica la propria licenziosità, con battute che è inutile ricordare tanto se ne è parlato, o a quello che nel videomessaggio dell’altroieri presenta i propri svaghi serali come innocue cene con insospettabile fidanzata e amiche?
Infine, c’è il dato politico. Questo governo è di fatto fermo da quasi due anni, cioè proprio da quando il caso Noemi ha stravolto l’agenda, paralizzato l’esecutivo e fratturato la maggioranza. Nemmeno il più ottimista degli ultras del Cavaliere può sperare, date le condizioni, in una ripartenza. Di questioni urgenti per il paese Berlusconi non ha più il tempo, e probabilmente nemmeno la voglia, di occuparsi. Volendo trovare un passaggio simbolico, il segno peggiore della sua inadeguatezza è nel contrasto tra una vicenda Fiat che si è aperta e chiusa nella latitanza assoluta della politica, chiamata a gran voce a riscrivere nuove regole e nuovo welfare, e un premier che nel videomessaggio sciorinava «orgoglioso» il suo welfare personale fatto di regalìe e soldi in busta, di questuanti e casi umani, rappresentando uno spettacolo degradante al cui confronto persino le vecchie clientele democristiane paiono un invidiabile vetta di civiltà.

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