Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

«Nuovi contratti se riparte il dialogo»

por andrea em quinta-feira, 26 de agosto de 2010 às 17:05 «Nuovi contratti se riparte il dialogo»

Epifani: «Bisogna scendere da 400 a poche decine
di accordi nazionali»

Il leader Cgil | «Ha ragione napolitano ma serve un segnale di distensione dal Lingotto»

«Nuovi contratti se riparte il dialogo»

Epifani: «Bisogna scendere da 400 a poche decine
di accordi nazionali»

ROMA — Gli occhi di Guglielmo Epifani saranno oggi puntati sul meeting di Rimini, dove interverrà l’amministratore delegato della Fiat. «Se da Sergio Marchionne arrivasse un segnale di distensione, magari accogliendo le parole del presidente della Repubblica sul reintegro dei tre operai licenziati a Melfi, questo sarebbe accolto dalla Cgil e dalla Fiom, che hanno già detto di essere pronte a riprendere il dialogo», assicura il segretario generale del più grande sindacato italiano.

La Fiom ha però depositato un’altra istanza al tribunale di Melfi. Ormai sembra affidarsi solo alle sentenze mentre Napolitano invita tutti a riprendere un «confronto pacato» sulle «relazioni industriali nel contesto di un’aspra competizione sul mercato globale».
«Io sono d’accordo col presidente. Sono il primo ad essere contrario a questo braccio di ferro e lo dico da due mesi. Non capisco perché la Fiat insista. A chi conviene continuare con questo muro contro muro? Noi non vogliamo affidarci solo alla via giudiziaria, anche perché una volta si può aver ragione e un’altra torto, ma vogliamo fare sindacato. Si guardi a cosa accade in tante aziende manifatturiere, comprese quelle metalmeccaniche, che, proprio grazie a relazioni industriali governate anche dalla Fiom, hanno saputo cogliere i primi timidi segnali di ripresa».

Insomma è colpa della Fiat? Il presidente della Confindustria dice piuttosto che bisogna cambiare le relazioni industriali e che non si può guardare a un mondo che non c’è più.
«Giusto, ma per cambiare bisogna trovare un compromesso tra le esigenze delle aziende nella competizione globale e la tutela dei diritti delle persone. A Emma Marcegaglia dico: perché non si può fare come nel tessile, nella chimica, nella siderurgia e in tante singole aziende, dove si sono trovate le soluzioni per governare la crisi e migliorare la competitività senza intaccare i diritti fondamentali definiti dalle leggi e dai contratti?»

Dovrebbe chiederlo alla Fiom e quindi alla Cgil che lei guida. Gli altri sindacati hanno fatto l’accordo su Pomigliano convinti che nessun diritto fondamentale sia leso e hanno vinto pure il referendum tra i lavoratori. La Fiom ha perso e i suoi scioperi hanno uno scarso seguito.
«Non sfugge a nessuno che si è creato un clima di paura che indebolisce la protesta. Nonostante ciò quasi il 40% degli operai ha detto no all’accordo su Pomigliano perché un conto sono i sacrifici, e noi siamo disposti a farli, un altro i diritti».

Il sindacato americano ha accettato di sospendere gli scioperi fino al 2014.
«Si dimentica che lì i lavoratori hanno la maggioranza della proprietà della Chrysler e quindi anche il rapporto con Marchionne è diverso. Non mi si può proporre quel modello, dimenticando questo “piccolo” particolare».

Il modello americano non va bene, quello sottoscritto nel 2009 da Confindustria, Cisl e Uil neppure: qual è il suo modello?
«Quando non abbiamo firmato il nuovo modello contrattuale è perché sapevamo che avrebbe portato alla messa in discussione dei diritti e non avrebbe retto alla prova dei fatti, come dimostra proprio la vicenda di Pomigliano».

Resta il fatto che il vecchio modello era inadeguato e che, come suggerisce Napolitano, servono relazioni industriali per mercati globali. La Cgil è pronta a fare questo salto?
«Non c’è dubbio che noi vogliamo trovare un compromesso tra le ragioni del mercato e la condizione e i diritti dei lavoratori. Ma questo lo si fa attraverso un contratto nazionale più largo e generale e un secondo livello effettivamente più diffuso, mentre oggi si chiedono contratti più piccoli — è il caso dell’auto — e non si allarga la contrattazione aziendale e territoriale, cosa che invece in molti contratti da noi firmati siamo riusciti a raggiungere: uno per tutti quello degli edili».

Che cosa significa un contratto nazionale più largo e generale?
«Passare da circa 400 a qualche decina di contratti nazionali, che, in modo particolare sulle questioni degli inquadramenti e degli orari, abbiano norme meno specifiche, favorendo la gestione del secondo livello di contrattazione. Fermi restando l’universalità dei diritti fondamentali e la necessità di trovare un’intesa e poi una legge per far votare i lavoratori e misurare la effettiva rappresentanza dei sindacati».

Sta proponendo di azzerare tutto, cancellare la riforma del modello contrattuale dello scorso anno e aprire una nuova trattativa?
«Dico che questa è la strada del futuro, se non si vuole tornare a mille contratti di settore o di gruppo, con la relativa balcanizzazione delle normative e dei diritti o con un uso improprio delle deroghe contrattuali. E aggiungo che la vera resistenza a questa riforma viene più dalle burocrazie delle associazioni che dai processi reali».

Non crede che un ostacolo sia rappresentato anche da una resistenza culturale della Cgil e in particolare della Fiom ad accettare relazioni dialoganti? Per voi la via maestra per migliorare le condizioni del lavoro resta il conflitto.
«No, c’è una vulgata sulla Cgil che non corrisponde alla realtà. E mi riferisco anche a quanto ha detto il ministro Gelmini nell’intervista al Corriere («per la Fiom e la Cgil gli imprenditori andrebbero messi tutti al rogo», ndr) e per la quale credo che andrà querelata. La Fiom ha una sua identità, una sua radicalità: da sempre ha rappresentato la sinistra del sindacato. Ma anche per i metalmeccanici il conflitto serve per arrivare all’accordo».

Anche in questo caso?
«Ripeto: se da Marchionne arrivasse un segnale di disponibilità, la Cgil e la Fiom lo coglierebbero e il dialogo potrebbe ripartire».

Anche per arrivare a un nuovo modello di relazioni industriali condiviso da tutti, come sembra suggerire Napolitano?
«Noi abbiamo sempre puntato a questo, ma non ci siamo riusciti».

Anche per colpa vostra o no?
«Io ho le mie idee sulle responsabilità, ma in ogni caso credo che una parte decisiva l’abbia giocata il governo, che ha puntato fin dall’inizio sulla divisione del sindacato».

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