Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Ma ora il premier dà il via al mese degli ambasciatori

por andrea em sábado, 7 de agosto de 2010 às 12:12 Ma ora il premier dà il via al mese degli ambasciatori

La pausa estiva servirà per riaprire le trattative con i finiani.

Anche se molti animi sono ancora esacerbati nel Pdl, dopo la settimana che ha sancito la separazione tra i due cofondatori e l’apparizione del governo alla Camera per la prima volta in minoranza, nel giro di un paio di giorni il premier ha operato un drastico cambio di strategia. E punta ora sul serio a rimettere insieme i cocci della sua (ex) maggioranza, se possibile allargandola.

E’ una marcia indietro difficile da accettare, visto che a volere la rottura, sia pure dopo tre mesi esasperanti in cui i finiani lo avevano messo alle strette, è stato proprio il presidente del Consiglio. Ma chi lo ha visto in queste ore giura che, se non si dichiara apertamente pentito del colpo di testa che lo ha portato all’espulsione dei seguaci del presidente della Camera, ha chiaramente dipinto sul volto un ripensamento, cominciato nel momento in cui i numeri della votazione sulla sfiducia a Caliendo sono apparsi sul tabellone dell’aula di Montecitorio, e corroborato da una serie di sondaggi arrivati sul suo tavolo.

Non è tanto la consistenza potenziale del terzo polo inaugurato da Fini, Casini e Rutelli a preoccuparlo, visto che la somma in termini di voti di tre leader con tre storie così diverse non è affatto chiara né prevedibile. Ma gli effetti sull’opinione pubblica della loro confluenza occasionale, che ha diffuso la convinzione che una via d’uscita all’inconcludente bipolarismo italiano esista e possa essere tentata. In altre parole, il naufragio di una maggioranza che solo due anni fa si era presentata come una delle più forti nella storia della Repubblica, e l’aspetto personale, caratteriale dello scontro tra i cofondatori, ha rivelato anche nell’elettorato di centrodestra una forte disillusione, simile a quella che negli ultimi tempi, dopo l’affondamento del governo Prodi nel 2008, ha penalizzato il centrosinistra.

Di qui il timore che le differenze politiche, ideologiche e di posizionamento sulle tematiche «sensibili» in una prossima campagna elettorale possano contare meno, o non contare del tutto, rispetto all’offerta di una terza opzione che darebbe un’alternativa agli elettori in fuga dal centrodestra e dal centrosinistra. Vero è che, alla prova dei fatti, la nascita, o la rinascita, del Centro, in tutti i Paesi europei in cui è stata tentata di recente, è sempre risultata di molto inferiore alle aspettative. Berlusconi ha avuto sotto gli occhi le elaborazioni statistiche su Francia e Inghilterra: due diversi esempi di come il Centro sia riuscito a condizionare le elezioni presidenziali e le politiche. Ma alla fine, anche se Bayrou nel primo turno sembrava poter puntare a un ballottaggio con Sarkozy, e Cameron ha dovuto adattarsi a un governo di coalizione con Clegg, la scelta preferita dagli elettori rimane quella bipolare. E come s’è visto di recente a Londra, il partito di centro non può che allearsi con il vincitore.

Resta il fatto che, partendo da una situazione in cui Berlusconi non ha più la maggioranza alla Camera e ne ha una risicata al Senato, il ricorso alle elezioni, per poi magari ritrovarsi, sì, vincente, ma grazie al meccanismo dei resti suddivisi per regione senza la maggioranza al Senato, non servirebbe proprio a niente. Meglio rimettere mano al restauro del malconcio governo attuale, che ha tuttavia quasi tre anni davanti a sé, piuttosto che lanciarsi in un’avventura elettorale piena di incognite.

Berlusconi non è affatto sicuro che questo obiettivo sia realizzabile, né crede che il via libera, dato a malincuore, all’«agosto degli ambasciatori», com’è stata ribattezzata subito all’interno del centrodestra la ripresa delle trattative con i finiani, possa portare risultati chiari. Eppure, suo malgrado, ha dovuto prendere atto della realtà: il Parlamento resterà chiuso fino all’8 settembre, anche i tempi più rapidi per una verifica dell’esistenza della maggioranza e per l’eventuale apertura della crisi che dovrebbe portare allo scioglimento non consentirebbero di aprire i seggi entro novembre. E far slittare tutto a dicembre, con le scadenze della sessione di bilancio che potrebbero saltare, metterebbe l’Italia nel mirino di manovre speculative come quelle che hanno già colpito Grecia, Portogallo e Spagna.

Berlusconi è convinto che le rivalità tra vecchi e nuovi alleati siano l’ostacolo principale a un effettivo rilancio del governo, ma anche che le loro debolezze possano favorirne il riavvicinamento, e forse perfino un allargamento della maggioranza. Bossi, è chiaro, punta a lasciare le cose come stanno per diventare unico arbitro della maggioranza e dell’eventuale ricorso alle urne. Ma non potrebbe dir di no a un’offerta seria sul federalismo, che consentisse di tirar fuori la riforma dalle secche su cui s’è arenata e segnasse per di più un ripensamento di Casini e dell’Udc, che finora su questa materia hanno votato contro. Quanto a Fini, ha scelto il tema della legalità come cavallo di battaglia elettorale, ma le difficoltà personali in cui si trova per la storia della casa di Montecarlo sottratta al patrimonio del suo ex partito potrebbero ritorcerglisi contro, spingendolo a più miti consigli e a una maggiore apertura sulla riforma della giustizia, Proprio la vicenda della legge sulle intercettazioni, accantonata quando era stato definito un compromesso accettabile da tutte le anime del centrodestra, dimostra come sia possibile alla fine ritrovare un accordo.

E’ con questo spirito – va detto, però, senza grande entusiasmo -, che Berlusconi s’è rassegnato a riaprire la trattativa. Sapendo che se andrà in porto, gli toccherà anche rimettere mano al partito e al governo e procedere a una consistente redistribuzione del potere. A partire, ad esempio, dagli ex colonnelli di An, che occupano posti importanti e sono stati i più risoluti a spingere per la rottura. E dai suoi uomini più logorati, che pensavano già di aver salvata la pelle e adesso ricominciano a preoccuparsi. Le cicatrici lasciate dalla rottura dei giorni scorsi non si cancellano tanto facilmente. E la strada per rimettersi in piedi – anche questo il premier lo sa bene – è lastricata di scelte difficili. Il governo che dovrebbe nascere, o rinascere, in autunno, dovrebbe essere di legislatura. Ma chi può dire che a primavera non si ritrovi di nuovo nei guai?

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