Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

L’Italia guida la battaglia salva-Europa

por andrea em domingo, 8 de janeiro de 2012 às 19:52

 

Abbiamo più volte osservato che Mario Monti non è un tecnico ma un uomo politico di grande livello, attento alle relazioni con la società civile, con le organizzazioni sindacali e con le forze politiche. Ma sta rivelando un’insolita capacità nella politica estera, applicata principalmente ai temi che riguardano l’economia e agli strumenti finanziari che ne costituiscono la leva; ma non soltanto.

La politica estera di Monti mira più in alto. L’obiettivo finale, se riuscirà nel suo intento, si propone di rafforzare un potere federale europeo che, pur mantenendo in vita i governi nazionali, ne restringa la sovranità e modifichi la distribuzione dei poteri all’interno delle istituzioni europee, accrescendo quelli del Parlamento di Strasburgo, della Commissione di Bruxelles e della Banca centrale.

Questo disegno appare ormai chiaro e passa per l’attenzione che il nostro “premier” sta dedicando alle alleanze politiche all’interno dell’Unione con gli altri Paesi dell’eurozona ma anche al di fuori di essa a cominciare dalla Gran Bretagna. Questa rete diplomatica non ha come finalità quella di stringere e di costringere la Germania a piegarsi – obiettivo impensabile – ma di rassicurarla e convincerla che un’Europa forte coincide con una Germania forte, economicamente e politicamente.

Questo è il motivo del prezzo che l’Italia ha salatamente pagato nelle scorse settimane con la legge “salva Italia” di marca rigorista.

Era necessaria per salvare il nostro Paese dal baratro, ma anche per procurarsi un biglietto d’ingresso al vertice dell’Europa. Quella legge potrebbe a buon diritto chiamarsi “salva Europa” poiché il peso del nostro Paese nel concerto dei 27 Stati dell’Unione non è mai stato così determinante come oggi, specie se abbinato alle capacità di Monti, politiche ed economiche, che non hanno riscontro negli altri leader europei.

La durezza rigorista della Merkel aveva l’obiettivo di rassicurare l’opinione pubblica tedesca che la Germania non avrebbe pagato il conto dei Paesi spendaccioni. Ci è riuscita recuperando una popolarità che supera il 60 per cento, preziosa in una fase di elezioni regionali che culminerà nel 2013 nelle elezioni politiche generali.

Ma la Cancelliera non ignora che il rigore dei bilanci è parola vana se non è abbinato a politiche di crescita in tutta l’Unione, poiché da quella politica dipendono le esportazioni tedesche, gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro che ne sono il corollario.

In alcune riunioni informali ma informalmente rese note la Merkel ha più d’una volta manifestato la sua consapevolezza di queste realtà e ne è tanto più convinta a causa del rischioso intreccio che mette in pericolo alcune banche tedesche imbottite di titoli tossici. Ma ha trovato in Sarkozy un partner inutilmente impulsivo e anche lui condizionato dalle imminenti elezioni presidenziali.

La scommessa di Monti consiste nella necessità di un terzo protagonista che non ha condizionamenti pre-elettorali e per di più superiore ai due partner per le sue specifiche competenze, a patto che l’appoggio parlamentare delle forze politiche italiane, delle organizzazioni sindacali e della pubblica opinione sia il più compatto possibile. La sua autorevolezza si fonda sulla fiducia degli italiani e sulla distanza dall’appuntamento elettorale. Un anno scarso perché con l’inizio del semestre bianco (gennaio 2013) anche qui da noi la campagna elettorale avrà inizio e le prerogative del Quirinale saranno affievolite. Ecco perché Monti deve agire con la massima velocità ed ecco perché, se gli italiani saranno consapevoli della posta in gioco, il loro appoggio non può essergli lesinato.

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La settimana che si chiude oggi è stata purtroppo funestata da alcuni fatti non prevedibili ed altri al di fuori dal controllo del nostro governo: l’Sos del “premier” greco per un rischio di default del debito che sembrava superato ma è tornato a manifestarsi con virulenza (anche per una improvvisa diminuzione delle entrate tributarie che desta il fondato sospetto d’uno sciopero dei contribuenti e d’un consapevole lassismo del governo); l’incidente (chiamiamolo così) ungherese, il crollo della sua moneta e del suo debito sovrano; la prolungata attesa delle banche europee e italiane ad utilizzare la massiccia iniezione di liquidità della Bce; le perdite in Borsa registrate dal titolo Unicredit in occasione dell’aumento di capitale da sette miliardi imposto dall’autorità bancaria europea (Eba).

L’andamento borsistico di Unicredit denuncia una situazione cui bisognerebbe porre rapido rimedio: le grandi banche italiane dipendono dal controllo delle Fondazioni che sono strutturalmente inadatte ad adempiere a questo delicatissimo compito. Occorre sostituirle al più presto riportandole alle loro attività statutarie e affidando la proprietà di banche ad un azionariato più idoneo.

Per quanto riguarda l’attendismo del sistema bancario italiano dopo l’operazione di liquidità della Bce, ne parleremo tra poco. Quanto agli incidenti greco e ungherese, si tratta di fatti che chiamano in causa l’Europa con pressante insistenza e vanno dunque affrontati nei modi che abbiamo già indicato.

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L’attendismo delle banche era prevedibile e previsto. Durerà ancora per qualche settimana ma dovrebbe cessare o attenuarsi fortemente con l’inizio delle aste di titoli dei debiti sovrani in scadenza. Tra febbraio e marzo scadranno in Europa 500 miliardi di titoli pubblici dei quali 150 riguardano il nostro debito.

Le ragioni dell’attendismo delle nostre banche sono le seguenti:
1. Si è verificato negli ultimi mesi una sensibile diminuzione sia dei depositi sia delle richieste di prestiti.
2. Le sofferenze di crediti non esigibili sono sostanzialmente aumentate fino a rappresentare il 9 per cento dei bilanci.
3. Molte banche europee sono oberate da titoli scadenti o addirittura tossici. Non essendovi un prestatore di ultima istanza questa situazione blocca la reciproca fiducia tra gli istituti di credito europei e li incita a vendere sul mercato i titoli di debiti sovrani ritenuti rischiosi.
4. Malgrado queste difficoltà le banche, ma anche i fondi d’investimento e i risparmiatori, hanno effettuato rilevanti acquisti di titoli pubblici a breve termine. In particolare il rendimento dei nostri Bot a tre mesi è diminuito, tra il 9 novembre e il 5 gennaio, del 70 per cento passando dal 6,60 all’1,95 per cento; per i Bot a sei mesi la diminuzione è stata del 68 per cento passando dall’8,30 al 2,66; per i Bot a dodici mesi diminuzione del 62 per cento (da 9,47 a 3,61); per i Btp a due anni diminuzione del 30 per cento (da 7,26 a 5,09). La diminuzione del Btp quinquennale è stata più bassa: 12 per cento. I decennali sono sostanzialmente stabili attorno al 7 per cento.

Va aggiunto a chiarimento che l’alto rendimento dei decennali è virtuale; ridiventerà attuale con le prossime aste di febbraio. A questo proposito sarebbe opportuno che il Tesoro, anziché portare in asta Btp decennali, abbreviasse i termini di scadenza a un anno o al massimo due. Li collocherebbe a rendimenti molto più bassi superando un appuntamento molto impegnativo senza incidere sulla durata media del nostro debito pubblico che è attualmente di sette anni.

Sarebbe altrettanto opportuno che il Tesoro azzerasse il fabbisogno dello Stato. L’operazione ha un costo di 15 miliardi e non presenta particolari difficoltà.

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La Bce la sua parte l’ha fatta con l’operazione di prestito triennale di 500 miliardi all’1 per cento di tasso. Il 19 febbraio riaprirà lo sportello a richieste di prestiti triennali per importi illimitati. Non porrà condizioni alle banche per quanto riguarda l’utilizzo di quei fondi, ma è facile prevedere una discreta “moral suasion” per erogazioni alla clientela e partecipazione attiva alle aste del Tesoro. Si tratta per di più di operazioni profittevoli anche se il Tesoro abbreviasse le scadenze dei nuovi titoli.

Non credo che nella strategia di Monti ci sia la richiesta di equiparare la Bce alle altre Banche centrali. Se il nostro premier vuole rassicurare la Merkel questa non sarebbe, almeno per ora, la richiesta giusta. Ma in un futuro più lontano, diciamo nel 2015, potrebbe divenire praticabile e bene ha fatto il ministro Passera a metterla in calendario.
Quello che Monti vuole oggi portare a casa con la riunione del Consiglio europeo del 30 gennaio, è il dimezzamento della quota di debito da diminuire per i Paesi che superano il 60 per cento nel rapporto debito-Pil e il defalco degli investimenti strutturali dal calcolo del deficit rispetto al Pil. Sarebbero due passi nella giusta direzione per quanto riguarda la crescita. Messi insieme al contenimento dei rendimenti consentirebbero un quadro di maggiore tranquillità e l’avvio immediato di iniziative per la creazione di posti di lavoro e nuovi meccanismi di ammortizzatori sociali.
Insomma una politica di rilancio a piccoli passi ma con perseverante continuità, purché vi sia l’appoggio degli italiani ed in particolare delle parti sociali.

Da questo punto di vista la Camusso e la Fornero hanno grandi responsabilità. Innovare profondamente il contratto di lavoro tenendo fermo l’articolo 18: questa è la scommessa. Non è impossibile, soprattutto se sapranno guardare la luna e non il dito che la indica.

Post scriptum. Voglio qui inviare i nostri sentiti auguri al professor Befera, presidente dell’Agenzia delle entrate. Non badi alle minacce e agli insulti che le vengono lanciati. Le prime confidiamo siano soltanto sciagurate esibizioni di teste balorde, i secondi, se vengono da personaggi tipo Santanché, sono titoli onorifici

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