Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

L’Italia di mezzo: c’è ma non si vede

por andrea em quarta-feira, 8 de setembro de 2010 às 21:58

 

Perché politici, analisti (ultimo in ordine di tempo Ernesto Galli della Loggia, «Quell’unità da ritrovare», Corriere della sera, 29 agosto) e persino la gente comune, quando parlano di problemi italiani, dell’unità del paese, della sua «modernizzazione» e del suo sviluppo, chiamano in causa soltanto due dei soggetti possibili, e cioè il Nord e il Sud? Le Italie non sono due: le Italie sono tre.

Fra il Nord e il Sud s’interpone infatti la corposa realtà di quella che i linguisti chiamano per l’appunto l’Italia mediana, e cioè Toscana, Umbria e Marche (con l’esclusione, da questo punto di vista, dell’Emila-Romagna): alludendo al fatto che le parlate di questa zona del paese hanno strette parentele fra loro, mentre si distinguono nettamente sia da quelle settentrionali sia da quelle meridionali.

Se poi affrontiamo la questione dal punto di vista della «memoria storica», e cioè di storia, oltre che linguistica anche culturale, letteraria e artistica, sarebbe fin troppo semplice arrivare alla conclusione che senza l’Italia mediana non ci sarebbe immagine dell’Italia in grado di competere con le immagini che di sé hanno dato nel corso dei secoli, e nonostante tutto continuano a cercare di dare, le altre grandi nazioni europee moderne. Il resto lo hanno fatto ovviamente, per quanto ci riguarda, per motivi geopolitici comprensibili, alcune grandi città supernazionali e superstato come Venezia e Roma, e, in misura minore, e temporalmente più circoscritta, Napoli e Palermo. Ma l’apporto identitario complessivo della Italia mediana alla costruzione del livello identitario complessivo dell’Italia-Nazione non è stato mai raggiunto da nessun’altra parte o sezione (e regione) del nostro paese (neanche dal Piemonte, che pure dal punto di vista politico e militare è all’origine della sua riunificazione).

A questo nocciolo duro, di carattere culturale, artistico e linguistico, la cui genesi risale a più di mille anni fa, si è poi sovrapposta una complessa storia politica e istituzionale, che, al di là di talune apparenze, ha contribuito lentamente, e talvolta contraddittoriamente, a rafforzarne i principali caratteri unitari e identitari. Il governo pontificio, salendo da Roma e dal Lazio, s’è spinto fino oltre gli Appennini e ha inglobato quella che gli storici della cultura e della letteratura chiamano correttamente la Padania, e cioè l’Emilia-Romagna, l’unica regione italiana degna di questo nome (perché le altre regioni settentrionali sono un’altra cosa). E ha associato da allora anche la storia di questa regione italiana alla storia dell’Italia mediana.

Un altro elemento unificante è stato in questa zona italiana – e qui ne parliamo nella maniera più allargata, comprendendovi tutti gli elementi che la compongono – la prevalenza molto a lungo di un’economia agricola e contadina (nonostante la presenza di grande isole capitalistico-industriali, destinate però a restare caratteristicamente tali). E’ a questa preminenza dell’elemento agricolo e contadino che va ricondotto anche il carattere dominante del comunismo di quei luoghi.

Un particolare comunismo ( con i suoi addentellati e successivi aggiustamenti) che ha governato queste terre pressoché ininterrottamente (altro elemento forte, anzi decisivo, di unità identitaria) negli ultimi sessant’anni. E’ dalla mezzadria, e dalla sua crisi, che trae origine questa singolare prevalenza politico-culturale. Paradossalmente, l’«ordine nuovo» gramsciano è sopravvissuto più a lungo nelle campagne senesi che alla Fiat Mirafiori:e questo ce ne fa comprendere i molti limiti, ma anche qualche pregio. Il «riformismo comunista» nasce da queste parti, e per l’intreccio di questi motivi; e il «riformismo piddino» attuale ne discende (più o meno bene).

Non c’è spazio ora per sviluppare fino in fondo questo ragionamento (sarebbe interessante chiedersi, ad esempio, da che parte stia Roma in questo schema: ma lo vedremo un’altra volta). In ogni caso, direi, si può innegabilmente parlare per il gruppo di regioni che formano l’Italia mediana più Emilia-Romagna, di un’innegabile identità storica, culturale, politica e persino antropologica.

Un cittadino di Fidenza è molto più simile ad un cittadino di Cecina che ad uno di Busto Arsizio; e un cittadino di Cecina è molto più simile a un cittadino di Fidenza che ad uno di Castelvolturno. Persino da un punto di vista geopolitico-militare (sto un po’ scherzando) l’Italia mediana risulterebbe vitale, anzi, indispensabile, all’esistenza dell’Italia-Nazione: se decidesse un giorno di sfilarsene, il Nord e il Sud diventerebbero immediatamente monconi di stato, senza più rapporti fra loro.

Insomma, domandiamoci: questo consistente conglomerato sovraregionale è Sud? No. E’ Nord? No. Allora è un’altra cosa. Se le cose stanno così, appare legittima la domanda: perché mai alla «questione Italia mediana» si dà, e si continua a dare, un peso insignificante, anzi quasi nullo, anche quando si affronta la grande e oggi attualissima «questione dell’Italia-Nazione»? Io mi do tre risposte, che potrebbero anche essere intese semplicemente come prime osservazioni nel merito:

1) La «questione meridionale» e, più recentemente la «questione settentrionale», sono state agitate da decenni, nel primo caso da più di un secolo, come eventi e fattori drammatici dello sviluppo o, a seconda dei casi, del regresso nazionali. La «questione dell’Italia mediana» si è più lentamente e sotterraneamente sviluppata, nonostante certi passaggi laceranti (si pensi, appunto, alla crisi della mezzadria e della campagne), ricucendo via via gli strappi o per lo meno ponendovi mano più autonomamente, senza ricorrere al forziere nazionale allo scopo di porvi riparo. Questa parte del «sistema Italia» è stata cioè sempre più «normale» delle altre: effetto, tra l’altro, presumibilmente, della lunga durata e stabilità del governo amministrativo e regionale locale, che non ha eguali nel resto del paese. Non si capisce però perché, in nome di questa assenza di traumi, un’entità sovraregionale così significativa e poderosa non possa o addirittura non abbia l’obbligo d’inserirsi con un suo punto di vista e un suo programma nel concerto unitario nazionale, tanto più che è abbastanza certo che, così facendo, non lo indebolirebbe ma lo rafforzerebbe:

2) Il ceto politico di governo locale, comunista-progressista-democratico ha fruito/goduto, come abbiamo già detto, di una lunghissima durata e continuità di governo, il cui lato negativo, in taluni casi e situazioni pesantissimo, sono stati il calo drammatico della capacità innovativa, l’autodifesa a tutti i costi e il contagio di metodi e obiettivi caratteristici della «questione meridionale» (ad esempio la speculazione immobiliare).

La Toscana ha attraversato una fase involutiva di questa natura, da cui, mi pare, sta lentamente uscendo. Per diventare «questione nazionale» la «questione dell’Italia mediana» dovrebbe presentarsi chiaramente come alternativa, nelle soluzioni e nei metodi proposti, sia alla «questione settentrionale» sia alla «questione meridionale». Perché questo avvenga, ci vorrebbe un patto inter-regionale, che contrapponga chiaramente al Nord «nordista» e al Sud «sudista» un Centro (in senso geografico-politico, s’intende), civile, democratico, progressista e riformatore.

3) Non c’è stata, e tuttora non c’è, un’intelligenza politica di rapporti, controlli e processi osmotici fra ceto politico comunista-progressista-democratico locale dell’Italia mediana più Emilia Romagna e ceto politico comunista-progressista-democratico centrale, ovvero nazionale. Può sembrar strano che questa osservazione sia formulata nel momento in cui è Segretario del Pd Pierluigi Bersani, puro prodotto del vivaio emiliano (e bisognerebbe, certo, ricordare anche Prodi, non indegno rappresentante del medesimo ceppo, sul versante cattolico).

Ma io mi riferisco a un processo più complessivo: e cioè a quello che fa del personale politico amministrativo locale il serbatoio consistente e sistematico di quello nazionale. Anche in questo caso, c’è sempre stato un eccesso di delega a Roma nella formazione del ceto dirigente progressista (eredità, non avrei dubbi, del centralismo democratico comunista). Due personalità come D’Alema e Veltroni si spiegano al novanta per cento con il particolare biografico che tutta la loro formazione si è svolta nel perimetro un po’ ristretto che sta fra Via dei Frentani, Piazza Montecitorio e Via delle Botteghe Oscure (con più, per D’Alema, l’avventura pugliese, per lui di certo non inutile). Se si nasce a Roma, si cresce a Roma, si vive e lavora quasi esclusivamente a Roma, la tendenza a guardarsi, invece che a guardare, diventa strutturale, anzi genetica.

Se si stabilisse un organico e sistematico processo di valorizzazione e transfert delle competenze fra periferie e centro, e magari viceversa, forse entrerebbe più aria pura nel Palazzo e la politica tornerebbe a parlare più facilmente il linguaggio della gente (tenendo anche conto del fatto che, parlando sempre per paradossi, se si togliesse alle forze progressiste nazionali la dote di voti che viene loro dall’Italia mediana più Emila-Romagna, la percentuale delle loro consultazioni elettorali scenderebbero ad una cifra).

Insomma, esistono tutti i presupposti storici e culturali perché sia possibile parlare a pieno titolo di una terza Italia, che è quella «mediana»; ed oggi ne esistono anche tutte le condizioni politico-istituzionali, affinché questo sia riconosciuto e soprattutto venga praticato. Perché allora non farlo, se storia e opportunità politica ci spingono a farlo?

Escreva um comentário