Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

La tratta delle transessuali business da 20 milioni al mese

por andrea em sexta-feira, 10 de setembro de 2010 às 13:08 La tratta delle transessuali business da 20 milioni al mese

Si comincia con le promesse nel paese d’origine e con un biglietto aereo pagato. La piazzola dove lavorare si vende a caro prezzo: da 4mila a 10mila euro. E poi sulla strada ad estinguere il debito

ROMA – Leila oggi è libera. Vive alle porte di Torino, col suo fidanzato. Fa la parrucchiera. Leila è una trans di nazionalità brasiliana. A Recife lavorava in un salone di bellezza. Il suo sogno? La riattribuzione chirurgica di sesso: “Volevo diventare donna”. Per questo nel 2006 è venuta in Italia. A Torino si è prostituita per anni su strada. A sfruttarla la sua “cafetina”: un’altra trans brasiliana, che le ha prestato i soldi per il viaggio in Italia e per i primi interventi estetici, ma soprattutto le ha “venduto” per 6mila euro la piazzola dove prostituirsi. “Ero in suo potere e non riuscivo a estinguere il mio debito”. Leila alla fine ha trovato la forza di denunciare e di uscire dal giro. Oggi è salva: ha un permesso di soggiorno in regola ed è in lista d’attesa per l’operazione chirurgica. La sua è una storia di sfruttamento e di violenza: è la tratta delle trans, un fenomeno poco conosciuto, che assicura un business fiorente alle “cafetinas” di casa nostra. Ma come si entra nel giro? Quanto è difficile uscirne? E chi ci guadagna davvero?

La “pappone”
Oggi in Italia i transessuali sono 40mila e circa 10mila vivono prostituendosi: di questi, il 60% è di origine sudamericana (nell’ordine vengono da Brasile, Colombia, Perù, Argentina ed Ecuador), il 30% italiana e il 10% asiatica (dati dell’associazione Free Woman). Il giro d’affari della prostituzione transessuale supera in Italia i 20 milioni di euro al mese. Gran parte di loro è vittima di sfruttamento. A inchiodarle è la catena del debito, contratto già nel Paese d’origine. Nella prostituzione delle trans straniere, infatti, tutto ha un costo: dal viaggio in Italia, alla piazzola sul marciapiede; dagli interventi chirurgici, al trasporto sul posto di lavoro. La tratta delle trans – soprattutto brasiliane – ricalca quella delle ragazze nigeriane. Se queste ultime sono in mano alle maman, ex prostitute diventate sfruttatrici, le trans brasiliane dipendono in tutto e per tutto dalle cafetinas: trans più anziane, che lucrano sul lavoro delle loro “figliole”. Come? Strozzandole con i debiti.
“Tutto ha origine nel Paese d’origine – spiega Francesca Rufino, psicologa dell’associazione “Libellula” – dove le trans vengono contattate anche attraverso apposite chat dedicate. Le cafetinas raccontano loro dell’incredibile generosità dei clienti italiani, della chirurgia estetica a basso costo, della possibilità di sfondare nel mondo dello spettacolo. Sono delle sirene, alle quali è difficile resistere, anche perché si rivolgono a trans che vivono spesso in una situazione di degrado e povertà e che sono alle primissime fasi di trasformazione del loro corpo. Così molte si convincono e partono per l’Italia”. Da quel momento comincia la catena dello sfruttamento. La trans infatti contrae con la sua cafetina un debito, che difficilmente riuscirà a saldare. Il primo prestito è per pagarsi il viaggio: “Al costo del biglietto aereo, intorno ai 1.200 euro – racconta la Rufino – si aggiunge il compenso per il “traghettatore”: 500 euro. Sarà lui ad accogliere la trans all’aeroporto d’arrivo, solitamente in un Paese del Nord o Est Europa, e a portarla in Italia clandestinamente. Qui la trans viene presa in consegna dalla cafetina, che le vende la piazzola dove lavorare. Il costo? Circa 4mila euro, che possono arrivare a 10mila se la cafetina a sua volta deve comprare la piazzola da un’altra sfruttatrice”. Non è tutto. Le spese infatti non si fermano qui: un posto letto, in un appartamento con altre trans, costa mediamente 300 euro a settimana; altre 100 euro a settimana se ne vanno per il vitto e 40 euro al giorno servono a pagare il passaggio da casa al marciapiede.

La chirurgia fai da te
Poi ci sono le spese per silicone e interventi estetici. “Per fianchi, glutei e seno – spiega la Rufino – si ricorre alla chirurgia clandestina delle “bomabeire” o si va in Ecuador, dove i prezzi sono molto bassi”. Spesa media per un intervento al seno? 3.500 euro. E chi intende fare l’operazione chirurgica di cambio del sesso, la rinvia, “visto che questa comporta l’espulsione automatica dal mercato della prostituzione”. Quella della chirurgia fai da te è una pratica non priva di rischi. “Le “bomabeire” – racconta Mirella Izzo, trasgender non operata e presidente dell’associazione Crisalide Pangender – sono transessuali che ti iniettano, a basso costo, il silicone liquido nei fianchi e nei glutei, in modo da avere dei sederi super-femminili. Ma questi interventi sono estremamente pericolosi. Il silicone liquido col tempo, infatti, tende a scendere. Io stessa ho conosciuto una transessuale brasiliana disperata: il silicone le era calato fin nei piedi, gonfiandoli, ed era impossibile da rimuovere, perché ormai troppo infiltrato nei tessuti”.
Insomma, coi prestiti per viaggio, piazzola e chirurgia, le sfruttatrici tengono in pugno le loro “figliole”. “Le trans – conferma la Rufino – contraggono un debito con le cafetinas, che riusciranno ad estinguere solo con 2/3 anni di lavoro”. Ma cosa succede a chi non riesce più a pagare? Spesso viene minacciata di tagli al volto e di ritorsioni sui familiari rimasti in Brasile. Non solo. C’è anche la beffa finale. Una volta estinto il debito, la trans deve alla sua sfruttatrice un regalo finale: solitamente un gioiello o un orologio di valore.

Gli arresti
Le frequenti notizie di cronaca confermano questo meccanismo. A Roma, nel luglio del 2008, i carabinieri hanno sgominato un’organizzazione di transessuali che sfruttavano proprie connazionali fatte arrivare dalle favelas del Brasile. Le prostitute pagavano alle cafetinas tutto: dal marciapiede dove lavorare, al Viagra; dagli anabolizzanti, al posto letto. A Piacenza, nel luglio scorso, la polizia municipale ha arrestato Costa Wagner, trans brasiliana 45enne: era lei che selezionava e gestiva le varie trans (dieci, tutte in Italia clandestinamente), obbligandole a versare, oltre a una cifra iniziale, una somma mensile, compresa tra 500 e mille euro. E ancora: a Roma, il 26 agosto scorso, una transessuale brasiliana di 19 anni è stata arrestata dai carabinieri per riduzione in schiavitù. Vittima della 19enne, un’altra brasiliana di 34 anni, che ha trovato il coraggio di denunciare la sua aguzzina. La trans era stata adescata su internet. Giunta a Roma, la 34enne è stata costretta a prostituirsi e a dare buona parte dei suoi guadagni alla sfruttatrice.

Non è tutto. A legare trans e cafetinas non sono solo i debiti. “In alcune grandi città, a partire da Roma – spiega Mirella Izzo – c’è una clientela ricca, fatta di politici e imprenditori, che oltre alla prestazione sessuale, chiede anche la cocaina. Questo fa sì che molte trans entrino facilmente anche nel meccanismo dello spaccio, dal quale difficilmente usciranno”. Sia ben chiaro. Il mondo trans non va confuso con quello della prostituzione. A vendersi è infatti una netta minoranza dei tanti transessuali che vivono e lavorano – non senza difficoltà – in Italia. E anche tra chi si prostituisce, le differenze non mancano. “Le transessuali italiane che si prostituiscono – chiarisce Giò Sensation, ex trans abruzzese, che ha fatto la riattribuzione chirurgica di sesso – non sono vittima di sfruttamento. Sono state spinte sul marciapiede, non tanto da una scelta libera, quanto dalla difficoltà di trovare un qualunque posto di lavoro normale, ma non hanno pappone. La maggioranza delle prostitute transessuali – aggiunge Giò, che in Abruzzo organizza il concorso Miss Italia Trans – vengono però dal Sud America e loro sì che sono in mano alle loro padrone”.

Ma come si esce dal circuito dello sfruttamento? Esiste una tutela legale per chi trova il coraggio di fare una scelta di vita diversa? “Molte transessuali non sono pienamente consapevoli di essere vittime di tratta, non si sentono schiave – sostiene Vincenzo Castelli, presidente dell’associazione “On the road” – e oltretutto per chi vuole uscire dal giro è difficile trovare una rete di sostegno sociale. Questo spiega la difficoltà di denunciare i propri sfruttatori e di ricorrere all’articolo 18″. L’articolo 18 è quello del Testo unico sull’immigrazione: concede un permesso di soggiorno per protezione sociale a chi denuncia di essere vittima di sfruttamento e fa i nomi dei suoi aguzzini. Ma poche trans vi ricorrono: sugli oltre 13.500 permessi di soggiorno rilasciati per motivi di protezione sociale tra marzo 2000 e maggio 2007, sono solo 270 le transessuali vittime di sfruttamento che hanno ottenuto i benefici previsti dall’articolo 18. Ma qualcosa sta cambiando. “È vero che lo sfruttamento spesso non è esplicito – conferma Porpora Marcasciano, sociologa e vicepresidente del “Movimento identità transessuale” (Mit) – ma sembra piuttosto un favore: ti pago il viaggio, ti trovo un posto e tu mi fai un regalo. Ma la recente crisi della prostituzione di strada e la conseguente difficoltà di pagare i debiti sta portando molte trans a denunciare i loro aguzzini”. Non mancano però gli ostacoli. “Ad oggi in Italia – fa sapere la Marcasciano – c’è solo una piccola casa d’accoglienza per trans, gestita a Roma dall’associazione Ora d’aria. Un’altra struttura verrà aperta a breve a Bologna dal Mit, insieme ad alcuni enti locali, con sette posti letto, per chi denuncia gli sfruttatori e ricorre all’articolo 18. Ma per fortuna le trans possono trovare accoglienza anche nelle case gestite dal gruppo Abele e dal Ceis di Lucca. Per il resto, manca ancora in Italia una vera rete di accoglienza per le prostitute transessuali”.

La casa d’accoglienza
Carmen Bertolazzi è la presidente dell’associazione Ora d’aria. È lei a gestire, a Roma, l’unica casa d’accoglienza per trans aperta oggi in Italia. “Originariamente – ricorda – ospitavamo solo le donne vittime di tratta. Poi, tre anni fa, la questura di Roma ci chiese di dedicare la casa d’accoglienza alle transessuali, perché non sapeva a chi rivolgersi nel caso di trans che decidevano di denunciare le loro sfruttatrici”. Nel corso degli anni l’associazione si è presa cura di circa 25 persone: tutte brasiliane, tranne una argentina. Oggi a essere seguite sono in nove, tra transessuali e omosessuali: “Ospitiamo infatti anche omosessuali particolarmente femminili nell’aspetto – spiega Bertolazzi – che sono stati costretti a travestirsi e a prostituirsi”. Le storie che si incontrano nella casa d’accoglienza sono le più diverse e drammatiche. “Alcune sono vittime di feroci violenze fisiche e psicologiche da parte delle loro sfruttatrici; altre sono state implicate nel mercato nero dello spaccio di ormoni o degli stupefacenti, che servono tanto a loro per tenersi sveglie e lavorare, che ai loro clienti”. Le trans ospitate nella casa d’accoglienza ricorrono all’articolo 18 della legge sull’immigrazione, ma non manca chi negli anni passati ha chiesto lo status di rifugiata, perché oggetto di violenze nel Paese d’origine. “Nel nostro progetto – racconta Bertolazzi – offriamo anche la possibilità dell’operazione chirurgica di cambio del sesso, in una struttura pubblica della città. Operazione riconosciuta dal Sistema sanitario nazionale. Ma sia ben chiaro – aggiunge – alcune delle ragazze che ospitiamo non desiderano operarsi, ma preferiscono rimanere con gli organi genitali maschili. Scelta, questa, che va naturalmente rispettata, senza ingerenze da parte di nessuno”.

Escreva um comentário