Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Intervista a D’Alema: «Casini deve scegliere»

por andrea em domingo, 9 de janeiro de 2011 às 11:35 Intervista a D’Alema: «Casini deve scegliere»

Intervista. «Il premier prepara il voto. L’appello di Bersani a tutte le opposizioni è l’unica seria proposta in campo. Voglio vedere fino a che punto lui e Fini saranno coerenti. Serve un governo costituente»

Massimo D’Alema, vogliamo partire dalla politica o dalle sue vacanze a Sankt Moritz?
Io non sono andato in vacanza a Sankt Moritz. Non che sia un crimine andarci… Sono andato in vacanza in un paesino dell’Engadina, meno costoso. A Sankt Moritz sono stato in gita. Non c’ero mai stato.
Berlusconi l’ha definita «comunista in cachemire»?
La sciarpa che indossavo non era di cachemire, posso fargliela vedere. Il giaccone è un vecchio giaccone. Le scarpe le ho comprate da Decathlon, pagandole ventinove euro, possono testimoniarlo le tante persone che hanno fatto la fila con me. Ma il punto non è la campagna qualunquista. Questo attacco non è casuale. È il segnale che Berlusconi pensa alle elezioni. Ma dice anche molto sul nostro sistema di informazione. Lui riesce a dominarlo. In parte perché muove con estrema spregiudicatezza una rete mediatica squadristica che colpisce i suoi avversari: quello che hanno fatto a me è nulla in confronto a quanto subito da Fini. In parte perché sa per certo che, non appena colpisce uno dei suoi oppositori, ce n’è almeno una metà – tra gli stessi oppositori – che ne gode. Ma è mai possibile che, su giornali non vicini al premier, si debba aprire un dibattito se sia lecito per un esponente della sinistra trascorrere tre giorni sulla neve con la propria moglie in un albergo a quattro stelle? A Berlusconi, comunque, non è rimasta che la forza di imporre queste mascalzonate. Per il resto, è finito, ha trascinato il paese al disastro.
L’opposizione a Berlusconi non pare meno disastrata.
In questo momento il campo dell’opposizione appare impreparato e su questo dobbiamo riflettere. Tutti quanti. Non riesco a capire bene dove possa condurre la tattica dell’Udc che non vuole andare con Berlusconi ma non vuole lo scontro. Si tratta di una posizione ambigua e logorante. Farsi carico della governabilità senza far parte del governo. Così i moderati si indeboliscono.
Non sarà mica dell’Udc la colpa se l’opposizione non è pronta.
Il Pd ha avanzato l’unica proposta seria e realistica intorno alla quale costruire una prospettiva per il paese: una coalizione democratica ampia, che indichi una via d’uscita da Berlusconi e dal livello di decadenza che rischia di travolgere il paese. Io non ne vedo un’altra. Fatica ad affermarsi. Ci sono resistenze, reticenze, ma è l’unica.
Dopo che Fini e Casini hanno detto no, non è una strategia già fallita?
Questa è una lettura superficiale e sbagliata. La politica è mettere in movimento delle forze, indicare una prospettiva. Al paese, innanzitutto. Quanto a Fini e Casini, bisogna capire fino a che punto vorranno essere coerenti. Oggi c’è una larga maggioranza che pensa che con Berlusconi bisogna finirla. In dieci anni che governa il paese non ha fatto nulla. Siamo arretrati in ricchezza e produttività. C’è il dramma di una intera generazione esclusa dal lavoro, come dimostrano gli ultimi dati. Aggiungo il degrado morale, che è l’ultima vera eredità berlusconiana. Questa opinione è condivisa da oltre il 60 per cento degli italiani. Bersani parla a questa maggioranza. E il Pd dovrebbe unirsi e sostenerlo. L’obiettivo è costruire un governo ampiamente rappresentativo, capace di raccogliere forze di sinistra, di centro, e altre che si sono distaccate dal berlusconismo con un programma costituente. La priorità è sciogliere il nodo costituzionale.
Programma suggestivo. Ma poi basta parlare di modelli e soluzioni concrete perché cominci la solita babele di voci.
Io preferisco il modello tedesco, che è una forma di bipolarismo flessibile, che in certe fasi consente una collaborazione maggiore tra le forze politiche. Ma non mi spaventa nemmeno una discussione aperta sul modello presidenziale francese. L’importante è uscire da questa Seconda repubblica che non ha fondamento costituzionale. Un sistema che accumula il peggio del presidenzialismo, cioè il massimo del potere personale, come nel caso del Capo che si nomina il Parlamento, e il peggio del parlamentarismo nero, fatto di corruzione personale, di svendita dei deputati, di annunci quotidiani sui “numeri”. Poi ci stupiamo se all’estero non ci valutano bene. Ma come altro ci dovrebbero giudicare?
Un partito che fa fatica esprimere un punto di vista chiaro e unitario sulla vicenda Fiat può avere ambizioni di governo?
Il Pd ha preso una posizione netta. È sbagliato il presupposto secondo cui una posizione netta si ha solo se ci si schiera con Marchionne o con la Fiom. Invece da questa contrapposizione ideologica il Pd deve stare fuori. Mi permetto di non essere d’accordo con la Fiom quando decide di abbandonare il negoziato. E mi permetto di non essere d’accordo con la pretesa autoritaria di Marchionne di escludere il dissenso. La nostra è una posizione difficile, ma chiara.
Somiglia tanto a un «ma anche» veltroniano.
Nemmeno per idea. La Fiat è una azienda in difficoltà. Marchionne sembra più bravo nella comunicazione che a fare le automobili. I dati di vendita sono quelli che sono. In una azienda in difficoltà il sindacato negozia le soluzioni possibili. Non è bello per i sindacati negoziare gli esuberi, ma quante volte lo hanno dovuto fare…Alcune delle cose che si chiedono di fare a Mirafiori, a Melfi si sono fatte dal primo giorno. Non dico che sia una prospettiva positiva. Al contrario. Ma si cerca di negoziare il meno peggio in una condizione di crisi e di fronte a un rischio di caduta aziendale. Ha ragione la Cgil a chiedere che la Fiom non si metta in una posizione di isolamento.
Il Pd non tifa. Il governo, invece, lo fa eccome.
L’assenza di una guida politica è il vero dramma del caso Fiat. Abbiamo un governo debole, incapace di indicare una direzione. L’unica cosa che sa fare Sacconi è usare Marchionne per colpire la sinistra. E Marchionne finisce per fare – e male – un mestiere che non è il suo, dando la risposta peggiore, quella della rottura sociale. Un vero patto sociale non si fa solo tra sindacati e imprenditori. Non si tratta soltanto di far funzionare le aziende. Ci vuole una politica, uno scambio. Dov’è qui lo scambio? Si può chiedere ai lavoratori di fare un sacrificio, anche rinunciando a qualche condizione acquisita, che non tocchi però i diritti fondamentali, ma in cambio di prospettive per loro e i loro figli. In Germania hanno guadagnato competitività investendo sulla produttività, l’innovazione, la qualità dei prodotti. E i lavoratori hanno avuto in cambio alti salari e la partecipazione al governo delle aziende. Qui, invece, una Fiat con le spalle al muro rovescia sui lavoratori i suoi problemi, in uno scontro che diventa il simbolo della debolezza politica del paese, non della sua forza e modernizzazione.
Chiamparino e Veltroni spiegano che moderno è chi si schiera con Marchionne. Lei deve essere dunque tra i conservatori.
Non mi pare che Veltroni abbia detto questo. Rifiuto la logica per cui siamo moderni se ci schieriamo con Marchionne. Noi non siamo chiamati a fare nessun referendum. Il referendum lo fanno i lavoratori.
È stato Fassino a dire che, fosse stato operaio, avrebbe votato sì.
È del tutto ragionevole che il candidato sindaco di Torino difenda le prospettive di lavoro della più grande azienda della sua città. Il suo non era un comunicato Pd. Aggiungo che Fassino si è preso una responsabilità, facendo un atto di generosità che avrebbe meritato ben altra solidarietà da parte del gruppo dirigente del partito.
Claudio Velardi, suo ex collaboratore a Palazzo Chigi, ha spiegato al “Fatto” che i suoi piani di riforma da segretario del Pds non erano molti diversi da quelli di Marchionne. E ha ricordato il suo discorso al congresso dell’Eur sulla riforma contrattuale, che scatenò l’ira del sindacato. «D’Alema fu accerchiato dai sindacalisti Cgil, si mise paura e non ne se ne fece più nulla», sostiene Velardi.
Io posi il problema della riforma del sistema contrattuale, nel senso di un decentramento che io credo avrebbe tutelato meglio il salario reale dei lavoratori. Non so se questo è il punto di vista di Marchionne. Ci fu una resistenza da parte del sindacato. Dopo il discorso andai io a salutare Cofferati, che era piuttosto arrabbiato. Arrivato al governo, avrei certamente potuto fare di più, ma in vita mia non mi sono mai fatto intimorire. Ho sempre cercato di modernizzare la sinistra, di resistere alle ventate di radicalismo, come all’epoca del dibattito sul sostegno al governo Dini o come dopo la sconfitta del 2001 e i girotondi. Ogni qual volta abbiamo riportato la barra su una politica riformista, come nel 1996 e nel 2006, abbiamo vinto. Quello che io non condivido di certi modernizzatori è che sono moderni al punto di passare dall’altra parte del campo. Anche perché dall’altra parte del campo non c’è alcuna modernità.
Nonostante smentite e frenate, nel Pd si riparla di congresso…
Non ci sono né piattaforme né congressi in arrivo. Mi sembra la stessa storia delle mie vacanze a Sankt Mortiz…
I veltroniani invocano la perduta «vocazione maggioritaria».
Se certe ricette parevano così convincenti, potevano essere messe alla prova. Aprire ora uno scontro ora sarebbe un’operazione totalmente contraddittoria. Non si può sostenere che si vuole rafforzare la centralità del Pd, come se fossimo divisi tra chi ne vuole più voti e chi ne vuole meno, e poi aprire un conflitto interno che ci renderebbe molto più deboli, e non più forti e centrali. Ma ho l’impressione che se ne siano resi conto tutti.
Vendola non ha alcuna intenzione di rinunciare al conflitto per la premiership.
Bersani ha fatto una proposta politica. Non gli si può rispondere “io voglio fare il candidato premier”. Smettiamo di parlare di procedure e persone.
Vendola vuole le primarie.
Ma se ancora non ci sono neanche le elezioni! Questa è una discussione totalmente strumentale. Io non sono contro le primarie. Ma questo strumento di democrazia e partecipazione rischia di essere svilito a metodo di resa dei conti tra apparati di partito. A Milano hanno votato 10 mila persone in meno che al congresso del Pd. Altro che andare oltre i partiti. Le primarie di coalizione non sono previste da nessuna parte del mondo. La competizione avviene tra gli elettori, non tra gli attivisti. Se Sel vuole l’egemonia nel centrosinistra, se la giochi alle elezioni, non con gli Orazi e i Curiazi. È come pretendere di vincere i campionato di calcio giocando a calcetto. E no, allora giochiamocela all’Olimpico. Basta un po’ di buon senso per capire che è un discorso culturalmente sbagliato.
Il Pd abolisce le primarie perché ha paura di perderle, dicono i critici.
Questa è una sciocchezza. Semmai dovremmo aver paura di perdere le elezioni. E le elezioni da vincere sono le secondarie, che invece nella testa di una parte della sinistra sono diventate secondarie in tutti i sensi. Quando si insinua questa mentalità, è la fine.
I giovani rottamatori di Renzi sono tornati alla carica.
A parte che non mi sembrano più così tanto giovani, i giovani hanno venti anni… Per il resto, il nostro partito è aperto ai giovani. Gran parte dell’attuale gruppo dirigente è formato da persone molto più giovani di me e questo mi fa piacere. Le nuove generazioni che hanno cambiato non hanno mai teorizzato la rottamazione degli anziani. Hanno sempre detto “avanti noi perché siamo più bravi”. Una nuova classe dirigente si forma affrontando i problemi del paese.
I rottamatori saranno pure deboli e sedicenti giovani, ma è innegabile che l’attuale classe dirigente del centrosinistra, longevità a parte, ha accumulato una serie di errori e sconfitte.
La crisi del berlusconismo è una crisi di sistema. Dentro questo tipo di sistema di bipolarismo anche la sinistra ha avuto una parte di responsabilità nell’averlo condiviso. È qualcosa che va al di là di Berlusconi, è una visione estrema di personalizzazione della politica, una deriva plebiscitaria. Bisognava uscirne. Non abbiamo affrontato con la sufficiente energia la questione democratica. Cosa che all’epoca avrebbe consentito di allargare lo schieramento democratico.
Tutta qui l’autocritica?
Non possiamo metterci sempre nella condizione di flagellarci per i nostri errori. Specie di fronte agli orrori degli altri.
Tra gli orrori mette anche il pasticcio diplomatico che ha portato alla mancata estradizione di Battisti?
Lula ha commesso un grave errore. Mi dispiace perché è un grande leader ed è stato un grande presidente. Spero che si possa trovare un rimedio sul piano giuridico. Anche se in Brasile Battisti è ancora in prigione, mentre molti ex terroristi in Italia sono liberi, resta il pregiudizio inaccettabile contro la giustizia italiana. Ma noi in che condizione possiamo protestare, dato che il principale demolitore della credibilità della nostra giustizia è il capo del governo? Se nelle sue motivazioni Lula avesse preso un discorso testuale di Berlusconi, avrebbe avuto argomenti formidabili. Ci rendiamo conto che è questa la nostra situazione? Se rendono conto le nostre cosiddette classi dirigenti?

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