Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Fini rilancia: ‘Fli non muore’

por andrea em sábado, 26 de fevereiro de 2011 às 11:40

 

I ritorni nel Pdl? «Un delirio, frutto di allucinazioni o malafede» Berlusconi? «Vuole uno stato di conflitto perenne, un’ordalia infinita». Futuro e Libertà? « Andiamo avanti verso una destra liberale: sarà una traversata nel deserto ma c’è in gioco un grande progetto politico». Parla il presidente della Camera. d 

No, non mi sento uno sconfitto. Mi sento in battaglia, fermamente intenzionato a combattere per un’altra idea di centrodestra. Saranno gli elettori a dire alla fine se questa idea ha cittadinanza. O se l’unico centrodestra possibile in Italia è quello di Berlusconi e di Bossi”. Si scioglie il gruppo di Futuro e Libertà al Senato, continua il transito di ex fedelissimi verso Palazzo Grazioli, ma visto da vicino il presidente della Camera non sembra affatto il politico finito di cui sghignazzano i peones del Pdl alla buvette di Montecitorio. Calma zen, determinato, in un lungo colloquio Gianfranco Fini ripercorre il suo anno più burrascoso, dalla nascita di Fli fino al travaglio di questi giorni. Gelide considerazioni su chi se ne va: “Un delirio: frutto di allucinazione collettiva, o di malafede”. E la consapevolezza che la strada è ancora molto lunga: “Una traversata nel deserto a piedi, l’esito è tutt’altro che scontato. In gioco c’è molto di più di un gruppo parlamentare: c’è un progetto politico ambizioso e, banalità, il futuro della persona che anima il progetto. Comunque Fli non vuole partecipare allo scontro quotidiano tra berlusconiani e anti-berlusconiani: sono due facce della stessa medaglia”.

Un progetto che per Fini viene da lontano: “Non c’è nessuna improvvisazione, come qualcuno pensa: prima di essere brutalmente estromesso dal Pdl, con la fondazione Farefuturo avevo cercato di proporre un centrodestra sensibile ai diritti civili, rispettoso delle istituzioni, innovativo sull’integrazione degli stranieri”. Nessuna volontà di rottura, all’inizio. Neppure nella direzione Pdl dello scontro pubblico con Berlusconi, quello del “che fai mi cacci?”, finito sulle magliette dei giovani finiani: “Non sapevo cosa avrebbe detto Berlusconi quella mattina, quel che è successo è stata una sorpresa anche per me. La verità è che sono stato messo alla porta: Berlusconi è talmente l’opposto dei valori liberali che sbandiera da non poter tollerare alcun tipo di dissenso”. 

La traversata nel deserto parte da lì. Insieme al mix di attacchi contro chi non si piega e di lusinghe verso chi torna indietro che fanno parlare al fondatore di Fli di “armi seduttive del potere finanziario e mediatico”. Mai si è visto un presidente della Camera denunciare l’esistenza di deputati disposti alla campagna acquisti, ma Fini puntualizza: “Mi sono meravigliato a vedere le mie frasi così tradotte: deputati comprati. Il mio ragionamento è più ampio: il conflitto di interessi esiste, lo sa bene anche la sinistra che quando ha governato ha ignorato la questione, in una fase in cui la messa all’indice di chi si oppone diventa il tratto distintivo, contrastare il gigante comporta gravi rischi. Ma la nuova anima del berlusconismo non è il conflitto di interessi, è l’oggettivo interesse al conflitto. C’è un interesse al conflitto permanente per creare uno stato di tensione, una perenne ordalia in cui si fa vivere agli italiani sempre l’ultima ora della campagna elettorale decisiva. Berlusconi alza muri per far dimenticare i suoi fallimenti, scava fossati contro i nemici: i comunisti, i giornalisti, i magistrati, gli alleati infedeli, Santoro, Fini… Va ben oltre il conflitto politico: come ha sottolineato il capo dello Stato, il pericolo è scatenare un conflitto istituzionale. Berlusconi ha delle istituzioni la stessa idea che ha del Pdl: una concezione proprietaria che lo porta ad attaccare i giudici, la Consulta, la Camera, fino a lambire il Quirinale”.

Oggi, però, imprevedibilmente il principale nemico dell’uomo di Arcore è diventato il leader della destra italiana, ieri delfino in pectore, ora accusato di ogni nefandezza, compresa quella di aver stretto un patto occulto con le toghe per bloccare ogni riforma sulla giustizia. “Risibile”, reagisce Fini: “Io vado fiero di aver esercitato, nella fase in cui ero determinante nel Pdl, un notevole potere di interdizione per bloccare presunte riforme che non avevano nulla a che fare con l’interesse generale”. Sul caso Ruby il presidente della Camera sgombra il campo dai sospetti: “Non è né saggio né giusto auspicare che Berlusconi possa essere costretto a rassegnare le dimissioni per via giudiziaria. Berlusconi va sconfitto politicamente, con le elezioni”. E ripete quello che dichiarò a vicenda appena scoppiata, quattro mesi fa: “Se quella telefonata c’è stata, ci sarebbe un uso privato di incarico pubblico”. “Nulla da aggiungere oggi, se non che sottoscrivo in pieno quanto ha detto il capo dello Stato: l’imputato ha diritto di difendersi nel processo, non dal processo. Ed è un’ipocrisia dire: il giudice naturale è il Tribunale dei ministri. Se fosse davvero così basterebbe che il Pdl chiedesse alla Camera l’autorizzazione a procedere in tal senso. Altrimenti è tutto un infingimento. Un gioco degli specchi”. Eppure sul processo Ruby il presidente della Camera potrebbe essere chiamato a schierarsi in prima persona. Se il Pdl decidesse di sollevare il conflitto di attribuzione con il tribunale di Milano l’ufficio di presidenza della Camera sarebbe chiamato a votare sulla questione e il parere di Fini sarebbe determinante. Il presidente pesa le parole una a una: “Si tratta di una questione molto delicata per una semplice ragione: non ci sono precedenti. Se si porrà la questione la affronterò. Bisognerà condurre un’istruttoria molto attenta, ascoltando il parere della Giunta del regolamento. D’altronde, non mi sembra che ci siano le idee molto chiare neppure tra i legali del presidente del Consiglio…”. Ma di una cosa Fini è convinto: “Prendiamo l’immunità parlamentare: non ci sarebbe nulla di eretico a discuterne, i padri costituenti l’avevano prevista, in assemblee come il Parlamento europeo ci sono prerogative analoghe. Ma oggi in Italia parlare di ritorno all’immunità significa garantire l’impunità. Non è così? E allora sfido il Pdl: prevediamo per l’autorizzazione a procedere una maggioranza qualificata, i due terzi dei votanti della Camera, in modo che siano bloccate solo quelle inchieste dove è evidente il fumus persecutionis e non ci sia invece il rischio di garantire l’impunità a colpi di maggioranza. So già che anche questa elementare proposta sarà considerata una provocazione. Perché il Pdl è solo alla ricerca di una corazza per Berlusconi contro i giudici”.

Un rilancio che dimostra come Fini non abbia nessuna intenzione di togliere il disturbo e di lasciare il piano nobile di Montecitorio. Ecco il nuovo paradosso: un presidente della Camera extraparlamentare, pasoliniano, che invita a distogliere l’attenzione dal Palazzo per guardare a quello che si muove nella società. Un anno fa Fini rifiutò di partecipare alle iniziative del Pdl per le regionali, cosa farà per le amministrative? “Confermo: non farò campagna elettorale. E non è ostacolo al progetto di Fli che io sia presidente della Camera, perché si può parlare al Paese in molti modi. Attenti a non cadere nel politicismo: Berlusconi avrà anche i numeri, 315 o 320, per far passare la legge sulle intercettazioni o sul processo breve, anche se non credo che sarà così facile, ma pensa davvero che un successo a Montecitorio possa rappresentare un successo nel Paese? Che le sue priorità siano le stesse del cittadino comune?”. E Fini nega che la riuscita di Fli sia legata al numero dei parlamentari: “A Milano ero soddisfatto, avevo tolto dal campo l’equivoco di un’alleanza con la sinistra, senza ambiguità. E Bocchino, Urso e Viespoli avevano usato le stesse parole. Ora andremo avanti più spediti di prima. Voltiamo pagina, guardiamo al futuro e non al passato. Cosa sarà del Pdl dipenderà dall’epilogo della stagione di Berlusconi. E l’epilogo saranno le prossime elezioni, tra due mesi o due anni, è lì che vedremo se abbiamo vinto o perso”. Prima di arrivare all’appuntamento, però, c’è un “tragitto a piedi”, non è una novità per l’erede di Giorgio Almirante. Quando sciolse An Fini, citando Marco Tarchi, ricordò che essere di destra nella prima Repubblica significava essere “esuli in patria”, un destino di minoranza. Anche oggi Fini, con la sua idea di destra liberale, sembra uno straniero nell’Italia berlusconiana: “Ne valeva la pena?, mi sono chiesto spesso. Ma di fronte a quello che vedevo mi sono detto: non è per questo che ho deciso di fare politica da giovane. A quasi sessant’anni non è più una questione politica. È qualcosa di più profondo: una questione di dignità”.

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