Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Fini, D’Alema e la nuova destra

por andrea em domingo, 19 de setembro de 2010 às 19:09

 

Liberali, riformisti, centristi, moderati, conservatori, progressisti: oggi tutti dovrebbero contribuire a eliminare quella suburra fatta governo chiamata berlusconismo. Per confrontarsi dopo sulla via migliore per ottenere il bene comune

(10 settembre 2010)

iMassimo D’Alema ha sempre sostenuto che la sinistra e perfino il centrosinistra sono sempre stati in minoranza in Italia. Il nostro è un Paese il cui cuore batte a destra, perciò bisogna praticare l’acrobazia per portare la sinistra al governo.

Ha torto o ha ragione? La questione, non nascondiamocelo, è piuttosto complicata ed è diventata più attuale che mai dopo il discorso di Gianfranco Fini, il 5 settembre a Mirabello. Quel discorso è stato molto importante sia dal punto di vista dei contenuti sia per il linguaggio. L’ho ascoltato in diretta televisiva e mi ha ricordato l’arringa di Cicerone, quella che comincia con la famosa frase dell’”usque tandem”. “Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?”, fino a quando abuserai della nostra pazienza? Perciò sono rimasto perplesso leggendo su un giornale che uno dei finiani più combattivi, mi pare fosse Granata, voleva regalare ai militanti convenuti a Mirabello il discorso tenuto da Catilina ai suoi seguaci la vigilia della battaglia di Fiesole, dove lo stesso leader ribelle trovò la morte e i suoi compagni furono massacrati dalle legioni romane. Non il discorso di Catilina doveva regalare, ma l’”usque tandem” di Cicerone. Ciò detto torniamo al tema.

Fini si propone di dar vita ad una destra nuova di zecca: un partito liberale di massa. Repubblicano. Nazionale. Costituzionale. Ma poi, continuando a specificare sempre meglio l’oggetto del suo sogno politico, ha aggiunto altri aggettivi. Esattamente questi: riformista, sociale, federalista ma fortemente unitario, liberista ma con interventi robusti dello Stato in politica industriale, europeista e favorevole all’Unione economica e politica dell’Europa. Infine: cattolico ma coraggiosamente laico.
Si può definire di destra un partito con queste caratteristiche? La questione è ardua. Per quanto mi riguarda ne dubito. Il primo dubbio mi sorge dalla definizione del nuovo movimento-partito: liberale di massa. L’Italia sarà pure, come dice D’Alema, strutturalmente di destra, ma liberale certamente no. Il grosso degli italiani non è mai stato liberale se per liberale si intende chi capisce la necessità di darsi delle regole che tutelino l’interesse generale e la necessità di rispettarle. La necessità che il fisco sia equo ma che le tasse siano pagate. La necessità che la legge sia veramente eguale per tutti. La necessità che vinca il merito e non la furbizia, che le raccomandazioni siano un demerito, che le clientele vengano sciolte e le corporazioni contenute, che i deboli siano messi in condizione di competere con i forti con pari opportunità. C’è perfino un ministero di questo nome ma si è sempre occupato di questioni marginali mentre dovrebbe essere il ministero più importante di tutti. Perciò un partito liberale di massa non è mai esistito. Non solo in Italia ma in tutta Europa, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, in Spagna, in Scandinavia. Minoranze liberali sì, maggioranze mai, almeno da quando esiste il suffragio universale.
Faccio queste riflessioni non già per criticare la sortita di Fini e neppure le opinioni in proposito di D’Alema, ma per inquadrarle in una cornice realistica. Una destra costituzionale, nazionale, democratica come quella tratteggiata da Fini sarebbe (sarà, io spero) un importante passo avanti per il nostro Paese e la fine dell’anomalia berlusconiana che ci blocca da quindici anni, ma non potrà certo aspirare alla conquista della maggioranza degli italiani.

Analogo discorso – e su questo D’Alema ha ragione – si può fare per la sinistra e per il centrosinistra. Il bipolarismo visto coerentemente come bipartitismo, è dunque impossibile? Credo di sì, credo che sia impossibile. Non è impossibile invece assumere il riformismo come elemento politico e culturale discriminante all’interno di un quadro che abbia la costituzione e le regole come valori condivisi. Esiste un riformismo con connotati di sinistra e un riformismo con connotati moderati. Il riformismo non è un partito ma un elemento dominante, un fatto culturale. Prendete i partiti americani. I democratici sono strutturalmente riformisti ma ospitano anche una minoranza di conservatori; i repubblicani sono conservatori ma ospitano una minoranza di riformisti. Il mondo globale è complesso e la geometria euclidea ha fatto il suo tempo.
Non si scoraggi D’Alema: il riformismo di sinistra può competere ed anche vincere la sfida. Ed anche la nuova destra costituzionale di Fini o il centrismo di Casini o una loro alleanza possono competere e vincere. L’importante è scrivere insieme le regole del gioco avendo di mira il bene comune. Al primo punto del bene comune c’è oggi l’eliminazione dell’anomalia berlusconiana. Dell’impunità fatta legge. Della suburra fatta governo. Tutto il resto viene dopo.

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