Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

D’Alema sfida Berlusconi “Se perde il 16 maggio vada a casa”

por andrea em quinta-feira, 28 de abril de 2011 às 10:09

 

“Opposizioni unite ai ballottaggi senza se e senza ma”. L’unica svolta possibile è una modifica dei rapporti di forza nel Paese. Non faccio pronostici, ma mai come oggi il premier è in difficoltà e si può battere. Sarebbe devastante se il Cavaliere fosse eletto al Quirinale. Ma è bene che si sappia: alle prossime amministrative la posta in gioco è anche questa di

ROMA – “Berlusconi avrebbe già dovuto dimettersi da un pezzo. Non ha più la maggioranza parlamentare: se l’è dovuta comprare. Ma ora siamo alla resa dei conti: se le elezioni amministrative dimostreranno che la maggioranza politica che vinse le elezioni, oltre a non esistere in Parlamento, non c’è più neanche nel Paese, allora il premier ne dovrà trarre le logiche conseguenze”. Massimo D’Alema dà il preavviso di “sfratto” al Cavaliere. A pochi giorni da un voto sui sindaci che porterà alle urne 12 milioni di italiani, il presidente del Copasir avverte: “Ormai non è più il tempo di finti sondaggi. Ci sono i voti veri. Berlusconi si è messo in gioco, chiedendo un voto di fiducia al governo. Se viene bocciato non ha più alibi…”.

Presidente D’Alema, come può illudersi che Berlusconi faccia un passo indietro?
“Guardiamo i fatti. Nella maggioranza c’è uno stato di confusione imbarazzante. Il discredito del nostro premier non ha precedenti. Persino un presidente francese in forte difficoltà come Sarkozy si può permettere di venir qui a svillaneggiare il governo. L’Opa di Lactalis su Parmalat, lanciata proprio nel giorno del bilaterale Italia-Francia, è ai limiti dello sfregio. Ma è ovvio che questo accada: il Paese è privo di un governo. Berlusconi paga un drammatico deficit di prestigio internazionale, e galleggia tra furbizie e prepotenze in una logica di pura sopravvivenza.

Prendiamo l’operazione sul nucleare: lo scippo di democrazia tentato sul referendum è vergognoso. Tanto più perché non nasce da una riflessione vera sulla nostra politica energetica, ma dalla bieca necessità di far fallire il referendum sul legittimo impedimento. La stessa cosa si può dire sulla Libia, dove la condotta del governo è confusa e contraddittoria e la Lega si smarca per opportunismo propagandistico.

Anche il centrosinistra è diviso sulla Libia. E il Pdl vi risponde che siete divisi oggi come lo foste ai tempi della guerra in Kosovo. Cosa risponde?
“Sono bugie. AI tempi della guerra in Kosovo Bertinotti non faceva parte della maggioranza di governo, che allora era del tutto autosufficiente. La verità è che questo centrodestra naviga a vista. L’unica bussola sono gli interessi personali di Berlusconi: i processi, gli affari, le donne. Al di fuori di questo, non c’è più una politica. Non ci sono scelte, non ci sono contenuti. C’è il nulla”.

Ma la maggioranza regge, nonostante tutto. E il governo, quando si tratta di votare questioni decisive in Parlamento, i numeri continua ad averli. Non vede che anche la Lega ha in parte ridimensionato lo strappo sulla Libia?
“Purtroppo “l’intendenza” segue il premier, nel suo dissennato e dannoso galleggiamento. La Lega ormai è un partito addomesticato, non più “libero e selvaggio” com’era alcuni anni fa. Anche sulla Libia, al di là dei mal di pancia pre-elettorali, Bossi non romperà. E quanto agli altri, il Pdl si regge su un patto fideistico, nel quale ciascuno si sente vincolato al premier da un rapporto di fedeltà, a-critico e quasi a-politico. E anche questo è il segno di un’inquietante regressione del nostro sistema, che ormai si basa su un equilibrio di tipo privatistico.

Ma ora proprio questo “equilibrio” produce danni incalcolabili per il Paese”.
L’avete detto tante volte. Avete scommesso sulle elezioni anticipate, che invece non sono arrivate. E adesso?
“Adesso l’unica leva che può scardinare questo disastroso equilibrio sono le elezioni amministrative, e poi i referendum. Io non vedo complotti, mosse tattiche o imboscate parlamentari in vista. L’unica svolta possibile è un effettivo spostamento dei rapporti di forza nel Paese. Sono convinto che anche nell’elettorato il governo rappresenti ormai una minoranza sbandata. Si tratta solo di aspettare che lo certifichino le urne, il 15 e 16 maggio”.

È vero che i sondaggi gli sono sfavorevoli, ma com’è ormai noto in campagna elettorale Berlusconi da il meglio di sé. Lei è così sicuro che vincerete?
“Io non faccio pronostici, Ma mai come oggi Berlusconi è in clamorosa difficoltà e si può battere. Anche per l’impresentabilità dei suoi candidati e il fallimento delle sue amministrazioni locali. A Milano basta giudicare il modo in cui hanno gestito l’Expo per mandarli a casa. A Napoli lo scandalo dei rifiuti ha raggiunto livelli intollerabili, alla faccia dei proclami del premier”.

Quindi, secondo lei, se perde in queste città il Cavaliere deve sloggiare da Palazzo Chigi? Un po’ come fece D’Alema dopo la sconfitta alle regionali del 2000?
“Lasciamo perdere i paragoni. Noi siamo una classe dirigente che ha manifestato tutt’altra sensibilità democratica e istituzionale. Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi già da tempo: la coalizione che ha vinto le elezioni non c’è più, e il premier ha dovuto assoldare altri parlamentari che ora è costretto a ripagare con i posti da sottosegretario. Insomma: le condizioni politiche per le dimissioni sarebbero maturate da tempo. Ma è chiaro che se ora Pdl e Lega perdono, soprattutto al Nord, lo scenario cambia radicalmente. Se i cittadini ribadiscono con il voto ciò che il Parlamento ha già certificato, Berlusconi dovrà prenderne atto. Per questo mi appello a tutte le opposizioni: concentriamo i nostri sforzi su questa campagna elettorale, riduciamo al minimo le polemiche. E stabiliamo una vera e propria “disciplina repubblicana”: ai ballottaggi si marcia uniti, senza se e senza ma”.

Ma qual è l’alternativa a Berlusconi? Di ipotesi ne avete formulate tante. L’Alleanza democratica con chi ci sta? Il patto tra Pd, Terzo Polo e sinistre?
“Questa è un’impostazione datata e controproducente, che non ci aiuta a risolvere il problema. Abbiamo di fronte una sfida di portata costituente. Dobbiamo dare una prospettiva di ricostruzione futura del Paese. Le macerie del berlusconismo sono enormi: regole democratiche devastate, principi di legalità calpestati, istituzioni svilite. Dobbiamo mettere in campo un progetto di rilancio dell’economia e della crescita, dopo gli ultimi dieci anni sprecati dal berlusconismo. Spetta a noi del Pd fare tutto questo, con una proposta che deve essere rivolta innanzi tutto ai cittadini italiani e che miri ad unire il più ampio schieramento democratico possibile. Quando si andrà a votare per il governo del Paese la nostra proposta politica mostrerà tutta la sua forza, e con essa dovranno misurarsi tutti gli altri partiti”.

E il “governo di decantazione” proposto da Veltroni e Pisanu come lo giudica?
“È stata una proposta positiva. Ed è lodevole che il senatore Pisanu abbia condiviso la proposta di Veltroni. Ma purtroppo mi pare che le repliche siano state durissime: possiamo proporre qualunque soluzione, ma finché Berlusconi dimostrerà di non volersene andare e continuerà ad imprigionare la sua maggioranza asservendola ai suoi interessi, sarà tutto inutile. Per questo, insisto, per noi non c’è altro spazio politico se non quello di batterlo alle elezioni”.

Sarà anche il momento sbagliato per discuterne, ma il mito dell’autosufficienza del Pd è già stato sfatato una volta. Di alleanze dovrete pur ragionare, prima o poi…
“È evidente che il nodo che dobbiamo sciogliere è gigantesco: qui non si tratta solo di liberarsi di Berlusconi, ma di uscire dal berlusconismo, e da una certa idea di bipolarismo malato che ha condizionato la storia repubblicana di questi anni. Ed è altrettanto evidente che un compito di questa portata richiede il contributo di forze diverse, moderati e progressisti. Il centrosinistra da solo non basta, anche se ora forse sarebbe in grado di vincere le elezioni. Ormai ci è richiesto uno sforzo più ampio, e un progetto-Paese che guardi a un orizzonte più largo”.

Vi manca solo un dettaglio: il nuovo leader…
“Non ricadiamo nel solito errore, anche questo figlio del berlusconismo, che ci ha precipitato in una sorta di presidenzialismo di fatto, con tutti i suoi riti e i suoi miti. Noi non stiamo cercando un candidato per le presidenziali. Non dobbiamo scegliere un altro “uomo della provvidenza”, da contrapporre al Cavaliere. Per fortuna viviamo in una repubblica parlamentare. Il nostro leader è Bersani. Come lui stesso ha detto, la scelta del candidato alla guida al Paese dovrà essere coerente con la prospettiva politica che sottoporremo agli elettori e condivisa da tutte le forze che la sosterranno”.

È vero che avete già offerto la candidatura a Casini?
“Io non ho offerto niente a nessuno, e questa visione mercantilistica della politica non mi appartiene”.

C’è un ultimo problema. E se per “liberarsi di Berlusconi” lo si eleggesse al Quirinale? A destra e a sinistra c’è chi ha proposto addirittura questo. Lei che ne pensa?
“Per me è una prospettiva ancora più impensabile e nefasta del suo permanere alla guida del governo. Come ha dimostrato in questi mesi Giorgio Napolitano, la presidenza della Repubblica è un ruolo ancora più essenziale nel nostro sistema, per la tenuta della coesione nazionale e per il rapporto tra cittadini e istituzioni. Se a quella carica dovesse assurgere chi non gode della fiducia della stragrande maggioranza degli italiani, l’effetto sarebbe devastante. Chi pensa a uno scenario simile, in realtà, prospetta un’ipotesi che porterebbe a un conflitto politico-istituzionale insostenibile. È giusto che si sappia: anche questo è uno degli elementi della posta in gioco delle prossime elezioni”.

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