Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Così il Cav. Prepara il match con Ilda

por andrea em segunda-feira, 7 de março de 2011 às 9:34

 

Retroscena. Il premier annuncia il testo per giovedì ma il guardasigilli teme per l’impatto sugli opinion maker. Maroni irritato. E la «legge bavaglio» è sempre in salita.

Dicono che sulla scelta di Silvio Berlusconi di presentarsi davanti ai magistrati di Milano abbia pesato, e non poco, l’accorato appello lanciato da Giuliano Ferrara tre settimane fa, a Milano. «Basta con queste cose ingessate, in cui Berlusconi sembra Breznev. Lo rivoglio com’era nel ’94, libertario, creativo», aveva detto il direttore del Foglio di fronte alla platea del teatro Dal Verme.
Adesso non è dato sapere con certezza se «l’ingessatura» evocata da Ferrara, come in realtà sospetta un ministro del governo dietro la garanzia dell’anonimato, rimandi «a quel modo di fare dell’“imputato Berlusconi” che piace tanto all’avvocato Ghedini». Sta di fatto che, mentre il suo avvocato di fiducia ha continuato a suggerigli fino all’ultimo di stare alla larga dalle stanze del Tribunale milanese, il Cavaliere ha fatto l’esatto contrario. Imprimendo al dibattito “vado, non vado”, una svolta che lui stesso aveva già messo nel novero delle ipotesi. Come due settimane fa, quando davanti al consiglio dei ministri riunito per il decreto sulla festività del 17 marzo, aveva scandito: «Il capo dello Stato vuole che mi difenda davanti ai giudici. Non è detto che non lo faccia, eh?».
Confortato da sondaggi che avvalorano la sua decisione di sfidare i magistrati a viso aperto, il Cavaliere si prepara a usare le aule del tribunale milanese come ring della campagna elettorale per le amministrative. Un test decisivo. Una partita che, se tutto va storto, potrebbe segnare l’inizio del suo declino. Basti pensare ai dirigenti della Lega Nord che nelle ultime settimane convivono con l’incubo di perdere nientemeno che il Comune di Milano. Un malumore che emerge anche dalle parole che Roberto Maroni ha consegnato ai commensali della cena per i 25 anni del Carroccio, andata in scena ieri sera a Bergamo. La corsa in solitaria delle camice verdi in alcuni comuni? «Non è Berlusconi che lo concede», ha detto testualmente il titolare del Viminale. «È la Lega che decide». E ancora, a mo’ di nota a pie’ pagina: «Forse non mi sono spiegato bene. Noi prima decidiamo e poi facciamo».
Prima di presentarsi davanti ai giudici, Berlusconi ha bisogno di preparare il terreno. E anche fuori casa, come vorrebbe veder fare al suo Milan, punterà a giocare con tre punte più il trequartista. Ieri, intervenendo telefonicamente alla Conferenza delle donne del PdL, il premier ha aperto le danze: «La sinistra vuole ottenere con scorciatoie mediatico-giudiziarie quello che non riesce a ottenere con le urne», «chi cerca di strumentalizzare politicamente le donne non le offende, le mortifica». Quindi, tra la difesa del nucleare e il bonus per le scuole private, il presidente del Consiglio infilato l’uno-due sul mastodontico pacchetto giustizia che ha in mente. «Presenteremo la riforma della giustizia giovedì prossimo. E sarà una riforma epocale», ha scandito sempre al telefono, stavolta con una manifestazione del Pdl ad Avezzano. Poi, sulla stretta alle intercettazioni telefoniche, un altro rilancio: «Riprenderemo la legge bloccata da Fini».
Ma, a vederlo da dietro le quinte, lo spettacolo che Berlusconi sta portando in scena assume ben altri contorni. Sulla riforma della giustizia, ad esempio. Alcuni colleghi di partito e di governo, che ne hanno raccolto le confidenze, giurano che Angelino Alfano sia tutt’altro che sereno rispetto all’appuntamento col varo del «testo» in consiglio dei ministri. Il guardasigilli, che sa di essere in pole position per il dopo Silvio, ha paura di come la riforma possa essere recepita «dagli opinion maker». Roberto Rao, il braccio di Pier Ferdinando Casini, solitamente molto attento a quel che succede nel “Palazzo”, l’ha detto senza giri di parole: «Dalle parole del ministro Alfano emerge con chiarezza il fatto che neanche lui crede che questo disegno possa davvero andare in porto. Serve solo a mostrare la faccia feroce ai magistrati e alle opposizioni».
E non è tutto. Oltre alle presunte perplessità di Alfano sulla sua stessa riforma in gestazione, ci sono quelle (molto meno presunte) di Roberto Maroni sulla «legge bavaglio», perché potrebbe ridurre la sfera d’intervento di magistrati e forze dell’ordine nella lotta alla criminalità. Un guardasigilli perplesso, un ministro dell’Interno sempre più contrariato. Tanto basta per scommettere, come fanno molti ministri dell’esecutivo, «che almeno il ritorno alla prima versione della legge sulle intercettazioni rimarrà nel cassetto». Ancora una volta. Anche se, stavolta, Fini non c’entra.

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