Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Così Berlusconi si è inchinato ai tiranni

por andrea em sábado, 26 de fevereiro de 2011 às 11:25

 

Gheddafi. Mubarak. Ben Alì. Tutti assecondati nei loro capricci. A volte fino all’umiliazione. E neanche una parola sui diritti umani nei loro Paesi. Dai nuovi cablo di Wikileaks emerge la sudditanza del governo italiano ai Rais del Nordafrica.

Mubarak e Berlusconi sono allegri. Alla fine della cena scherzano, “si scambiano i racconti dei loro incontri con quel pazzerello di Gheddafi e ridono”. Chissà, forse avranno parlato anche del bunga bunga, inventato proprio dal leader libico. E c’era grande allegria pure durante l’ultimo pranzo privato tra il Cavaliere e il presidente tunisino Ben Ali, nella residenza hollywoodiana di Cartagine: “Vecchi amici, nuovi affari”, commenta l’ambasciata statunitense. Ma quando si tratta del Mediterraneo la nostra politica estera ha sempre due binari: il premier si occupa del “sexier portfolio”, ossia “le relazioni più sexy”, e scarica su Frattini la parte più noiosa. I documenti della diplomazia americana – ottenuti da WikiLeaks e che “L’espresso” continua a pubblicare in esclusiva – mostrano come i regimi di Egitto, Libia, Tunisia fossero una questione personale di Silvio Berlusconi. Uno che abbraccia tutti i dittatori del pianeta, da Putin a Lukashenko, da Chávez ad Assad ignorando gli avvertimenti di ministri ed alleati. E che plaude all’irruzione del capitale libico “senza trasparenza”in Unicredit. Con il rischio che adesso quelle relazioni molto private e altrettanto avventate siano pagate a caro prezzo da tutti gli italiani.

Mentre il Maghreb viene sconvolto da cambiamenti drammatici che condizioneranno il nostro futuro – tra ondate di profughi, choc energetici e traumi in Borsa – il governo sembra incapace di dare una risposta. E i cablo di WikiLeaks mostrano quanto il nostro esecutivo sia spaccato: i ministri sempre pronti a farsi lo sgambetto, l’incapacità di trovare una posizione unica sui grandi problemi, le liti trasversali, gli scontri con Bankitalia e con il Quirinale. Da mesi l’ambasciatore David Thorne descrive a Washington il tutti contro tutti nella maggioranza, “in attesa di capire chi prenderà il potere dopo Berlusconi”.  

VECCHI AMICI, NUOVI AFFARI
Quale interesse nazionale, il Cavaliere sembra mettere sempre in primo piano gli affari suoi. Lo sintetizzano gli americani nel titolo del rapporto sul summit con Ben Alì, il dittatore tunisino primo a cadere per le proteste popolari: “Vecchi amici, nuovi business”. L’incontro prima doveva avvenire a Villa Certosa, poi viene spostato nella sfarzosa dimora di Cartagine, quella dove un mese fa il presidente si è asserragliato con i suoi pretoriani prima di fuggire all’estero. Ma nel caldo agosto 2009 si discuteva d’altro, con l’istrione Silvio che dispensava “barzellette su Barack Obama e sul papa”. “Una visita così privata che nessuno dei due ministeri degli Esteri è stato coinvolto o informato dei dettagli”. Ad accompagnare il Cavaliere c’è una sola persona: Tarak Ben Ammar, “socio d’affari e consigliere da lunga data, nipote dell’ex capo di Stato Bourghiba. Nel 2001 il premier italiano lo ha nominato suo consigliere per il Nord Africa e il Medio Oriente. Oltre alla sua amicizia con Ben Ali, gli interessi di Berlusconi in Tunisia comprendono studi cinematografici, società di distribuzione e il 50 per cento delle quote di Nessma tv che condivide con Tarak Ben Ammar”. Accora più surreale la versione ufficiale per giustificare il summit: “Secondo la stampa locale hanno firmato un accordo per produrre energia in Tunisia e portarla in Italia con un cavo sottomarino. In realtà quell’accordo è stato firmato nel luglio 2003″. Una balla, per coprire chissà quali contratti privatissimi.

LA DEMOCRAZIA IGNORATA

Dai cable non emergono quasi mai scontri tra il premier e gli interlocutori più imbarazzanti. “Berlusconi ha riconfermato che preferisce evitare frizioni nei suoi rapporti con i leader stranieri, anche se questo gli richiede di trascurare delle verità scomode”. Gli americani si interrogano sulla sua passione “per i leader molto assertivi”, eufemismo per indicare i dittatori. Franco Frattini cerca sempre di mettere in ottima luce il suo capo, fornendo sintesi “buoniste” dei colloqui. Come con Hugo Chávez, il signore bolivariano del Venezuela, a cui – sostiene Frattini – “il premier ha fatto presente l’esigenza di rispettare i diritti umani e politici”. Ma si capisce che l’ambasciata Usa crede poco ai resoconti del ministro, spesso tagliato fuori dai colloqui chiave. Il dossier del 2004 sulla visita a Roma di Mubarak esplicita l’abitudine a smussare i toni pur di compiacere. Tra uno scherzo e una battuta, il premier cita solo indirettamente il tema delle libere elezioni. “Mubarak era di umore scettico ma a pranzo appena lo ha sentito si è rilassato. E gli ha detto che l’Egitto come altri Paesi arabi deve affrontare una situazione difficile nel rapporto con l’opinione pubblica: indire subito elezioni completamente libere servirebbe solo a portare al potere un governo estremista”. Non risultano repliche del premier. Invece quando lo stesso discorso viene fatto dal Faraone a Carlo Azeglio Ciampi, il presidente della Repubblica ribatte: “Ho sempre sottolineato la necessità di riforme democratiche ed economiche in tutti i paesi che ho visitato: Tunisia, Marocco, Algeria”.


GHEDDAFI È MERITO NOSTRO
Sul condottiero della Jamahiriya “Italia ed Egitto condividono lo stesso pensiero. Ritengono che la Libia abbia fatto passi avanti importanti e che i due Paesi si meritino il più grande credito per avere ammorbidito Gheddafi”. Che l’atteggiamento del colonnello sia cambiato, lo testimonia anche il file sulla prima trasferta di Silvio a Tripoli nel 2002, “accolto con calore”. Ben altra sorte – recita il cablo – era toccata a Massimo D’Alema “obbligato nel 1999 a visitare per oltre tre ore il Museo nazionale prima di venire ricevuto”. Il Cavaliere sperava di chiudere il contenzioso sulla dominazione coloniale cavandosela con la costruzione di un ospedale, ma i libici lo hanno “spiazzato resuscitando la richiesta di un’autostrada da 60 milioni di euro”. Però sotto la tenda beduina scatta il colpo di fulmine e si ritrovano per due lunghi colloqui. Degli immigrati che salpano verso Lampedusa “discutono solo in termini generici”. In compenso “si sono scambiati doni carini”: Silvio “ha promesso di restituire la statua della Venere di Cirene”, Gheddafi con il solito stile provocatorio “gli ha regalato un moschetto dell’occupazione italiana”. Risultati concreti zero, grande però la simpatia reciproca. Il Cavaliere ha lodato “l’esperienza” del dittatore e “le opportunità di business”, perché “Italia dipende dalla Libia per il 25 per cento del suo fabbisogno energetico, quota che salirà al 30 dal prossimo anno”. Ma è vero – chiede l’ambasciatore – che “Berlusconi ha offerto a Gheddafi i suoi buoni uffici con gli Usa?”. “È un’invenzione della stampa”, taglia corto il responsabile per il Maghreb della Farnesina.
Non tutti si sono fatti illudere dal colonnello. Nel 2006 l’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato parla con chiarezza al senatore Allen, governatore della Virginia, in un colloquio riservato: “Non bisogna dare fiducia a Gheddafi: è un sopravvissuto che ha capito come il terrorismo islamico minacci anche il suo regime e per questo ha deciso di riallacciare i rapporti con la comunità internazionale”. Il senatore aggiunge: “Certo, ha visto cosa è accaduto a Saddam Hussein e quando ha capito che gli americani avevano abbastanza prove sul suo programma di armi chimiche e nucleari, ha deciso di farla finita”. Un’opportunista scaltro che – come sottolinea Amato – “non vuole risolvere il problema degli imbarchi di immigrati ma solo ottenere legittimazione internazionale sfruttando la situazione”. 

GALEOTTA FU LA DACIA
L’energia è la motivazione ufficiale che spinge invece l’attuale presidente del Consiglio a fraternizzare con i peggiori statisti del mondo. Due documenti storici del 2002 descrivono la nascita dell’amicizia con Putin: dal Cremlino volano insieme nella dacia di Soci sul mar Nero. Il feeling è immediato, esplosivo. “Putin ha telefonato a Bush alla presenza di Silvio per chiedergli di accelerare le trattative in modo da firmare il trattato Nato-Russia durante il summit di Pratica di Mare”. Giovanni Castellaneta, l’influente consigliere diplomatico del premier, riferisce: “È stato il più importante vertice di sempre”. Gli americani sono stupiti e imbarazzati per questa rapida infatuazione. Poche ore dopo il rientro a Roma Berlusconi incontra in pubblico l’ambasciatore Mel Sembler, “lo prende da parte e gli domanda di inoltrare “una richiesta personale” al presidente Bush. Il premier ha detto che Putin ha bisogno dell’aiuto statunitense per costruire il sostegno dell’opinione pubblica russa all’allargamento della Nato a Est. Ha sottolineato che Bush deve comprendere le esigenze interne di Putin. “Vladimir deve essere visto come parte della famiglia della Nato”". L’obiettivo è organizzare un incontro tra i capi delle due superpotenze a Roma. “Ma non capiamo se la cosa interessa più a Putin o più a Berlusconi”. Galeotta fu la dacia, perché da allora la Russia è entrata in quel “portfolio più sexy” tra piscine, cene, dopocene e balletti. Durante i quali l’Italia, tramite l’Eni, si è trasformata nella quinta colonna di Mosca, che usa le forniture di gas come “un’arma per minacciare l’Europa” e riesce a penetrare nei giacimenti di Algeria e Libia. Davanti alle contestazioni statunitensi, alcuni manager dell’Eni ammettono che le relazioni con Mosca “sono pericolose”, ma nessuno riesce a scalfire l’intesa tra i due leader.

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