Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

C’era una volta Fini

por andrea em segunda-feira, 21 de maio de 2012 às 0:26

 

Due anni fa sembrava dovesse ereditare tutta la destra italiana. Adesso il suo partitino, Futuro e Libertà, è a un passo dallo scioglimento. E il casino è totale, tra rigurgiti fascisti e accuse alla ‘lobby ebraica’

Tutto era cominciato con il dito di Gianfranco Fini puntato contro Silvio Berlusconi e una frase consegnata ai libri di storia (e al merchandising di partito): «Che fai, mi cacci?».

Era il 22 aprile 2010, la data che segna l’inizio della fine dell’era berlusconiana. E dell’idillio tra il Cavaliere e l’erede di Almirante, durato sedici anni e tre governi. Il gesto valse a Fini e ai suoi le attenzioni della stampa e sondaggi con percentuali a doppia cifra. Per mesi l’Italia che segue la politica è rimasta attaccata a una dichiarazione di Bocchino, a un’esternazione di Briguglio, a un sospiro di Granata. Dovevano ereditare la destra italiana dopo la fine di Berlusconi, pareva che potessero costruire in Italia quella ‘cosa’ che all’estero si chiamava Cameron, Merkel, Sarkozy.

Poi si sa com’è andata: e dopo il voto delle amministrative, di ‘Futuro e Libertà per l’Italia’ sembrano essere rimaste solo ceneri. E l’avventura rischia di terminare con un rompete le righe: lo scioglimento del partito.

Anche di questo si è discusso nell’animato esecutivo politico del 16 maggio scorso. Da una parte, raccontano alcuni presenti che preferiscono tuttavia mantenere l’anonimato, Italo Bocchino e i suoi, decisi a mantenerlo in vita – anche se all’interno di un progetto che lo vedrebbe confederato ad altri soggetti politici in ottica ‘terzopolista’; dall’altro, l’ala che fa riferimento al capogruppo alla Camera, Benedetto Della Vedova. E allo stesso Fini – peraltro assente. Che, confermano le fonti dell’Espresso, ha preteso che dalla relazione finale dell’incontro fosse eliminata la parte che metteva nero su bianco l’impossibilità di sciogliere Fli.

Bocchino, interpellato al riguardo, minimizza: «L’assemblea al 95 per cento ha votato per non sciogliere il partito». E smentisce: «Se Fini proponesse lo scioglimento di Fli sarebbe per lui stesso un problema. Non è proprio una cosa all’ordine del giorno. Non è possibile, è impensabile».  Ma a microfoni spenti, i presenti raccontano un’altra storia: per Fini l’unica soluzione è il Partito della Nazione, anche a costo di uccidere Futuro e Libertà nella culla. E la parte «molto minoritaria» (Bocchino dixit) dei favorevoli allo scioglimento deve essere stata particolarmente rumorosa, se i bene informati dicono che i vertici del partito «si sono scannati».

Ufficialmente, per decidere la strategia dopo gli ultimi risultati elettorali tutt’altro che esaltanti delle amministrative (il 4,2 per cento a livello aggregato, ma i sondaggi sono in ribasso); in realtà, per discutere le mosse di Pier Ferdinando Casini. Che, inaspettatemente, ha licenziato proprio quel Terzo Polo su cui i gerarchi di Fli contavano per mantenere allo stesso tempo i loro incarichi e uno spazio di manovra in un bacino di consenso che, come ripetono i finiani interpellati, secondo il politologo Roberto D’Alimonte è tra il 15 e il 20 per cento.

Ma come si è passati, in così breve tempo, dal sogno di guidare il dopo-Berlusconi all’incubo di «morire democristiani» all’interno di una coalizione centrista minoritaria, con Fini ridotto al silenzio o quasi e costretto a giocare di rimpallo rispetto al leader Udc?

«La polemica che si è sviluppata sulla Casta ha travolto tutti», risponde Flavia Perina. «E’ come quando in un quartiere arriva il clan dei Casalesi: non è che si deprezza solo la casa, l’appartamento o la palazzina dove abita la malavita: si deprezza l’intero quartiere. Alla politica italiana è successo esattamente questo. E’ emerso un giro di malcostume, malaffari, ostentazione di ricchezza e privilegio tale che ha danneggiato l’immagine di tutti, senza eccezioni».

La fine della Seconda Repubblica come quella della Prima, insomma: tra gli scandali e la disaffezione popolare. Una situazione che, secondo l’ex direttore del ‘Secolo d’Italia’, ha ridotto il Pdl «come la Dc di Martinazzoli», ma non ha certo giovato nemmeno a Fli. E che si è nutrita della retorica auto-assolutoria del Pdl: «C’erano le escort e si diceva ‘così fan tutti’, c’erano i rapporti con la mafia e si diceva sempre ‘così fan tutti’. Il racconto del Pdl era ‘sono tutti uguali’, per giustificare i suoi scandali. Una larga fascia degli italiani si è fatta l’idea che tutta la politica sia uguale. E a quel punto ci cadono tutti, dentro». Roberto Menia, coordinatore del partito per il Friuli Venezia-Giulia, aggiunge altri tasselli al puzzle della delusione: «C’è stato un deficit di comunicazione, da parte nostra», dice. «Non abbiamo rivendicato a sufficienza che è stato Fli a determinare la fine della Seconda Repubblica, che è stato Fini a dare lo schiaffo decisivo con quel dito alzato». Ma non solo: «Abbiamo commesso l’errore enorme di non presentare un’ipotesi di Terzo Polo alle amministrative». Senza contare che, ora che Berlusconi ha perso il trono, «i media non ci guardano: la nostra è un’utilità marginale».

Spiegazioni, tuttavia, a loro volta auto-assolutorie. E che non danno conto dei dissidi interni. Che hanno radici lontane, e modi di esprimersi sempre nuovi. Prima Granata e Carmelo Briguglio, due ‘falchi’ per eccellenza, ai ferri corti con Casini (gelida la replica: «Non è che mi sveglio pensando a Granata o mi addormento pensando a Briguglio»). Poi lo stesso Granata incappato in una improbabile difesa di un collega di partito che aveva parlato del presunto strapotere della ‘lobby ebraica’: «Che sia la più influente del pianeta è un dato oggettivo», ha scritto su Facebook. Suscitando ire e richieste di dimissioni tutt’altro che velate: «Se ci sono in Fli razzisti mascherati o neofascisti in doppiopetto», parola del senatore finiano Giuseppe Valditara, «si faccia pulizia e si caccino dal partito. Io con i razzisti e con i loro pregiudizi del cazzo non ho nulla da spartire e nemmeno con chi è nostalgico di Benito o magari di Adolfo».

Poi, nel giorno della lotta all’omofobia, l’associazione «aderente a Futuro e Libertà» Destra Civis scrive che «l’omosessualità è una distorsione della vita sessuale», e sulla bacheca del social network di Fli Quartu appare una citazione, con tanto di volto sognante, del Duce. E se sono Federico Brusadelli e Filippo Rossi, redattore e direttore del giornale di area finiana ‘Il Futurista’, a segnalarlo si capisce che in ballo c’è più di qualche incomprensione Sono proprio le parole di Rossi ad andare al cuore del caos finiano. A partire da un titolo del suo giornale: «Basta al partitino». Per Rossi, significa coltivare il sogno di un «partito maggioritario», capace di coagulare in un movimento liquido, d’opinione e aperto alla società civile le istanze di tutti i «riformisti e i moderati». Senza ideologie, specie quelle del passato. «Quando Fini dice che non ha nessuna voglia di coltivare l’orticello di casa questo significa», spiega. Prima di attaccare: «Evidentemente qualcuno ha interpretato, o in buona fede o solo per garantirsi posizioni di potere, tutto questo come la restaurazione missina. Fini gliel’ha detto che Fli non doveva esserlo. Ma loro non l’hanno ascoltato». Loro chi? «E’ inutile fare nomi, perché c’è gente che critica tutti i giorni le politiche laiche di Fini e poi il giorno dopo ti dice che non vuole morire democristiano. E’ l’identità usata strumentalmente, per dare un po’ di mangime o briciole a pochi militanti, per tenerseli stretti. L’esatto contrario di quello che è stato il sogno culturale del finismo», continua Rossi, «che magari ce lo siamo inventati noi, forse non esisteva e ci abbiamo creduti in quattro gatti ed è giusto che vada a finire in questo modo. Ma certo la delusione è tantissima».

La riflessione è amara, ma lucida. E tira in ballo anche una ragione «tecnico-politica»: aver dato vita a una fase congressuale sul territorio che si è tradotta unicamente in una eccessiva burocratizzazione: «Quello che si doveva fare è un grande movimento di opinione, e invece si è voluto costruire un apparato. E’ inutile che qualche amico continui a pensare che Fli sia un movimento di opinione: l’apparato lo ha ucciso», accusa Rossi. E si ritorna ai giochi di potere: «Fli è una scialuppa in mezzo a un mare in tempesta. Io preferisco da una scialuppa salire su una nave più grande per affrontare il mare. Chi vuole la scialuppa è perché vuole rimanere capitano», conclude Rossi.

Parole agli antipodi rispetto a quelle di Bocchino. Per cui, al contrario, sembra andare tutto bene: «Le quattro questioni su cui abbiamo rotto ci hanno visto vincitori», dice. «Ponemmo il problema del Pdl che non era un partito vero, e il Pdl si sta sciogliendo. Dicemmo che la Lega non poteva guidare la coalizione di governo, e la Lega è sotto gli occhi di tutti in che problemi è invischiata. Che ci volevano gli stati generali dell’economia e bisognava smetterla di dire che non c’era la crisi, e abbiamo avuto ragione anche su questo. Lo stesso sulla legalità». Insomma, «abbiamo vinto 4-0 la nostra partita».

Bocchino insomma si sente ancora ben saldo sulla scialuppa. E anche se la ciurma è a un passo dal naufragio nel mare della Terza Repubblica.

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