Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Bersani e D’Alema provano a rilanciare la Grande alleanza

por andrea em domingo, 6 de fevereiro de 2011 às 11:37 Bersani e D’Alema provano a rilanciare la Grande alleanza

Il leader Pd compatta i suoi e dice no alla patrimoniale. Veltroni si riavvicina: il punto più alto della sua segreteria.

La «mission» principale è raggiunta: tenere unito il partito evitando quella che Enrico Letta definisce «la sindrome Niccolai da autogoal», con una citazione poco generosa del celebre stopper della nazionale ’70. Grazie a una serie di equilibrismi che fanno ritirare due ordini del giorno firmati da Marino e D’Alema sulle coppie di fatto e il testamento biologico, delegando la ricerca di una posizione comune a una commissione guidata dalla Bindi, ferma restando la libertà di coscienza. E garantendo «attenzione ai valori del mondo cattolico», tanto da far dire a Fioroni che «finalmente Bersani ha fatto uno sforzo vero per un partito inclusivo».

E viene disinnescata anche la mina delle primarie, che verranno riviste in un bel seminario di studi con esperti americani, ma non archiviate come temevano i rottamatori di Civati. E a parte tutto ciò la «mission» è raggiunta, se Veltroni si spinge a definire il discorso di Bersani alla Fiera di Roma «il punto più alto della sua segreteria perché ha rilanciato il profilo di un Pd innovatore». Segnato quest’obiettivo, l’altro ne è la cornice, cioè «rimettere l’Italia al centro dell’agenda» delineando un progetto riformista che vada bene a tutti. Anche se mancano ancora slogan semplici ed efficaci, come nota l’ex ministro della Comunicazione del governo Prodi, Paolo Gentiloni.

Ma in un’altalena di feroci battute sulle conseguenze della vicenda Ruby, del tipo «scappiamo da Sodoma senza mai voltarci indietro» di Letta; o di lunghe elencazioni programmatiche, culminate nei valori guida dell’antiberlusconismo bersaniano, «onestà, legalità, sobrietà e solidarietà», alla fine il Pd esce da quest’assemblea sempre con la solita pluralità di voci che però stavolta non si fanno la guerra tra loro. Con qualche fendente di Cofferati alla cultura lib-dem che ha animato il Lingotto di Veltroni, con i soliti maldipancia dei cattolici di Fioroni che si sentono trascurati, ma senza strappi o minacce di scissioni.

Caso mai piuttosto con l’aggiunta di un’altra potenziale corrente interna, se è vero che l’affondo di Cofferati preluda alla nascita di un’area della sinistra del Pd formata da ex Cgil ed ex Ds che si riconoscono nella linea del no a Marchionne. Prima di Bersani ci pensa D’Alema a indicare la rotta, perché di fronte a «un governo che si regge sulla corruzione di parlamentari esibita, sulla menzogna e sulla manipolazione dell’informazione, dobbiamo reagire». E l’emergenza va affrontata con «un governo per la ricostruzione del Paese, in cui ci sia la collaborazione tra diversi», visto che «è in gioco l’avvenire dell’Italia che non è cosa né di destra né di sinistra».

Tradotto, costruire una grande alleanza da Casini a Vendola, nella speranza di battere il Cavaliere. Una prospettiva che da sola, fa capire D’Alema, ha fatto cambiare idea a Berlusconi che «prima minacciava il voto e ora lo teme e si arrocca». Il segretario parla prima della votazione all’unanimità dei documenti su sanità, pubblica amministrazione, cultura, sicurezza, Welfare e Mezzogiorno. «Siamo un partito di governo e lo dimostriamo quando prospettiamo una soluzione politica e diciamo parole non generiche sull’Italia». A cominciare dalla riforma del fisco, cardine per garantire un nuovo Welfare, «su cui abbiamo una nostra proposta, e non è la patrimoniale».

Letta lancia l’idea di detassare per tre anni le assunzioni dei giovani sotto i trent’anni. E Bersani attacca Tremonti «che è un filosofo, un ragioniere, ma non è un idraulico, non mette le mani nell’economia» perché stabilità e crescita si devono dare una mano. Delinea la riforma delle istituzioni: dal federalismo, «che non sono quelle quattro robette del decreto», ai costi della politica, riducendo i parlamentari e i loro vitalizi, fino alla legge elettorale, a doppio turno di collegio.

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