Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Marchionne IN FONDERIA

por andrea em domingo, 13 de fevereiro de 2011 às 17:54

 

Domani sera al Cinema Lumiére di Bologna si proietta un documentario a cavallo tra la Sicilia e le fabbriche recuperate argentine. Cercando una risposta diversa alla crisi
BOLOGNA
Ve lo sapreste immaginare voi Marchionne in fonderia? Il mitico maglioncino ben chiuso in un armadietto cigolante, la tuta blu sporca di grasso e di cenere, la fronte sudata e cotta dalle vampate di calore dell’altoforno. Impossibile? Non esattamente. Fatte le dovute proporzioni è più o meno quello che accade da 10 anni in qualche centinaio di fabbriche argentine. Fabbriche recuperate, dopo la fuga del proprietario, dopo il fallimento (spesso ingiustificato). Fabbriche occupate e rimesse in produzione dagli stessi lavoratori, nelle quali chi prende le decisioni e stabilisce le strategie, il manager, è un operaio come gli altri che alla fine del turno torna in catena come tutti.
Il movimento delle empresas recuperadas esplode nell’Argentina della catastrofica crisi, nel 2001. Le immagini sono quelle di una crisi ormai vecchia e quasi dimenticata, a tratti profetica: a Buenos Aires i cittadini in piazza a battere le pentole vuote, l’elicottero del presidente che fugge dal tetto della Casa Rosada (ricorda nulla?), gli operai che prendono il controllo delle fabbriche. A decenni di ultraliberismo dove lo Stato assistenzialista non poteva più esistere per i diseredati, ma ancora aiutava gli imprenditori ammanicati, i lavoratori rispondono riprendendo il controllo sul proprio lavoro.
“Marchionne in fonderia” è un documentario, domani sera in proiezione gratuita al Cinema Lumiére di Bologna (ore 20.30), che ci riporta in quelle atmosfere per avanzare un paragone ardito: da una parte la FaSinPat, fabbrica nata dall’occupazione della ex Ceramiche Zanon, nella Patagonia argentina; dall’altra lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, rassegnato ad un lento e ineluttabile declino. Lorenzo Alberghini, dentista di professione, attivista per vocazione, è il regista e cameraman di questo piccolo documentario essenziale. Due anni fa, quando la chiusura di Termini Imerese veniva data per scontata, Alberghini decide di vederci chiaro: «Non c’era speranza, nessuna alternativa alla disoccupazione. Mi sono chiesto perché questi operai non si potevano auto-organizzare e gestire l’azienda. L’unica cosa che mi è venuta in mente è di andare a vedere di persona». Davanti ai cancelli Fiat sfilano le facce disilluse degli operai siciliani: «Fuori non c’è niente, ci aspetta solo la disoccupazione». Se la prendono un po’ con tutti: Marchionne, i sindacati, naturalmente il governo. Quello stesso governo a cui molti, ammettono, hanno dato il loro voto. Ma poi a capo chino si varca l’ingresso nella luce incerta delle 4 del mattino. Speranza: non pervenuta. Già nel 2002 la Fiat aveva deciso di chiudere Termini Imerese, comunicandolo solo 2 mesi prima agli operai. La risposta dei lavoratori, allora, fu decisa e massiva, ed ebbe successo. Ma i tempi sono cambiati. Vincenzo Comella, segretario provinciale Uilm, spiega: «Questa volta ci ha presentato il conto due anni prima. Ma l’economia familiare di un lavoratore non può reggere una lotta lunga due anni. Alla fine ci siamo abituati all’idea dell’ammortizzatore sociale che comunque ci può accompagnare da qualche parte. Tutto questo crea una situazione di scoraggiamento».
Ben diversa la storia della FaSinPat (Fabrica sìn patròn), fino al 2001 proprietà di un imprenditore di origini venete, Luigi Zanon, di cui portava il nome. Da buon italiano Zanon aveva capito che per fare impresa la cosa più importante non sono le idee e nemmeno il denaro, ma le relazioni. Così, nell’Argentina ultra-liberista dell’oriundo siriano Carlos Saul Meném (bisognerebbe scrivere un’epopea sullo spirito del capitalismo di quei mercanti medio-orientali approdati sulle coste latinoamericane), Zanon teneva in piedi l’attività grazie a generose e ripetute iniezioni di denaro pubblico (ricorda nulla?).
A buon diritto, dunque, gli operai della Ceramiche Zanon hanno rifiutato la chiusura: «La fabbrica è nostra, dentro ci sono le nostre tasse, il nostro lavoro, il sangue dei compagni morti in catena, uno all’anno». E se la sono ripresa. Il bello è che funziona: la storia di FaSinPat è una storia di successo. Partita con 62 operai appena dopo l’occupazione, al momento ne impiega 450. Tutti allo stesso salario (più alto del precedente), ognuno a rotazione lavora alla catena di montaggio, come rappresentante sindacale, come creativo, come manager. Massimo due anni sulla sedia di Marchionne, e poi di nuovo alla catena. Il primo passo di questa lotta, ora propagatasi ad altre tre fabbriche della zona, è stato di esautorare il sindacato. «Il nostro sindacato era comprato direttamente dalla proprietà – racconta Raùl Godoy, tra i pionieri di FaSinPat – una burocrazia che vendeva tutti i nostri diritti e noi stessi con il nostro lavoro. Ci siamo ripresi il sindacato e lo abbiamo reso uno strumento di lotta. Con il metodo della democrazia diretta e col messaggio che la crisi non la devono pagare gli operai ma i padroni, che generano la crisi in forma permanente». Un sindacato di movimento, «classista». Al confronto con il quale stride l’aria estenuata del segretario provinciale Fiom Roberto Mastrosimone. Quando Alberghini gli chiede se hanno mai pensato di occupare e autogestire la fabbrica, il sindacalista risponde: «Se prendi 200 operai Fiat e gli dici che da domani loro diventano gli imprenditori, si sentiranno come Berlusconi. Anche perché lo votano…». Le due realtà che Alberghini, un po’ per curiosità un po’ per amore di verità, ha voluto accostare sono distanti. «Sono partito pensando che tutta la colpa fosse della politica aziendale di Marchionne – spiega l’attivista bolognese – E invece lui ha tutte le sue colpe, ma ha trovato un terreno fertile: la politica assente, il sindacato disunito». Eppure l’Argentina del 2001 ha molti tratti in comune con l’Italia del 2011. Ma dal cacerolazo argentino sono nate spinte e movimenti di trasformazione, e anche il sindacato si è riscoperto agente di lotta. La Cta (Central de los trabajadores argentinos) è nata infatti dall’aggregazione di sindacati di base e associazioni di disoccupati, studenti, in alternativa al sindacato “giallo” peronista, complice del disastro. A padroni, governo, sindacati, i lavoratori “recuperanti” hanno risposto con le parole orgogliose di Celia Martinez, lavoratrice della Bruckman, storica impresa recuperata argentina: «Tienen miedo de nosotros porque hemos monstrado que si podemos llevar una fàbrica, podemos también llevar un paìs (hanno paura di noi perché abbiamo dimostrato che, se possiamo mandare avanti una fabbrica, possiamo anche mandare avanti un Paese)».

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