Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

La cautela dell’America

por andrea em sábado, 5 de março de 2011 às 13:57

 

Può darsi che alla fine gli Stati uniti intervengano in Libia, ma certo lo faranno a malincuore e con rilulttanza. Checché ne dicano i giornali italiani che ieri sparavano: «Obama carica il fucile» (Il Tempo), «L’ultimatum di Obama» (La Repubblica). Salvo che di questi fucili e ultimatum non vi è traccia né nella stampa né nelle Tv anglosassoni. In genere l’argomento è ignorato, ma quando se ne parla è con toni assai cauti: «Obama valuta le opzioni» (Politico), «Obama si tiene aperte tutte le opzioni in Libia» (Wall Street Journal).
Contro chi vede nella Libia una nuova Bosnia o una nuova Somalia, va notato che da giorni gli Stati uniti giocano ai pompieri contro i bollenti ardori europei. Al premier inglese David Cameron che invocava una no fly zone, i generali Usa hanno obiettato che per farlo sarebbe necessario per esempio distruggere la contraerea libica.
Tanta prudenza non dipende certo da motivi ideali o slanci di bontà, bensì da almeno tre ragioni politiche, in ordine crescente di importanza. Le prime due sono state enunciate esplicitamente dai funzionari del Dipartimento di Stato: 1) l’opposzione libica vuole prendere il potere da sola e non apparire agli occhi del suo popolo come la mano armata dello straniero: è quindi ostile (almeno finora) a un intervento Usa sul terreno; 2) gli Stati uniti non vogliono dare all’opinione pubblica mondiale l’immagine di una potenza tesa solo ad assicurarsi il controllo degli idrocarburi.
Ma la vera ragione dell’incertezza statunitense è l’ultima, solo allusa da un titolo del New York Times di ieri: «Gli esperti temono che le armi libiche saccheggiate finiscano in mano ai terroristi (ad Al Qaida, ndr)». Il fatto è che Washington non ha il benché minimo indizio su chi comanderà una volta cacciato Gheddafi. Gli Usa non hanno interlocutori nell’esercito né nell’amministrazione libica, hanno un’idea solo vaga e coloniale della struttura sociale e temono che ad assumere il potere siano elementi ancora più indigesti dell’indigeribile colonnello. In realtà gli Usa finora consideravano l’Italia la potenza sub-imperiale delegata a sovrintendere alla Libia. Ma i nostri servizi segreti si sono dimostrati incapaci a prevedere il sollevamento in Libia e le autorità italiane non paiono avere contatti con l’opposizione (verso cui invece affluiscono aiuti francesi). Perciò Barack Obama e Hillary Clinton camminano sulle uova. Il contrasto con il deciso intervento su Mubarak e sull’esercito egiziano è sotto gli occhi di tutti. La Sesta flotta americana è basata a Gaeta e il suo comando è a Capodichino (Napoli). Dalle sue portaerei la Libia è a un tiro di sputo per gli F 14 (la Flotta dispone di 175 aerei). Non c’è bisogno di un gran preavviso per bombardare a tappeto le postazioni di Gheddafi. Ma finora Obama ha mostrato di considerare l’azione militare solo come l’ultima spiaggia. Pare proprio che gli Usa stiano aspettando che Gheddafi abbia riguadagnato abbastanza terreno da negoziare un’uscita per sé e per i suoi.

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