Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Il sorriso del Presidente (versão completa)

por Redação em quarta-feira, 15 de maio de 2013 às 9:05

 

Presentazione
Nel Gennaio 2004 si concludeva Ipertrame, un laboratorio di scrittura collettiva on-line, ospitato da virgilio.it in collaborazione con xaiel.it. Per quanto ci riguarda, si tratta del risultato più alto mai toccato con un progetto del genere, sia dal punto di vista del metodo di lavoro, sia da quello del prodotto finale, un racconto lungo intitolato “Il sorriso del Presidente”. A prendersi cura dell’opera è il famigerato Ermete Treré, sorta di Cerbero con gli occhi di Enrico Brizzi, Carlo Lucarelli e Wu Ming 2. In breve: Ermete scrive il capitolo iniziale di una storia, e invita chiunque voglia farlo a proseguire, con l’aiuto di un blog dove mettere a confronto le idee. Arrivano oltre 70 capitoli, la giuria ne seleziona tre, gli utenti di virgilio votano quello più adatto a portare il racconto un passo più in là. Stesso metodo per il capitolo tre, mentre il quattro è di nuovo opera di Ermete, così come il penultimo, il numero sette. L’ultimo, l’ottavo, è un capitolo multiplo, non c’è scelta della giuria né votazione popolare: chiunque lo scriva viene accolto come possibile ‘finalista’ tra i tanti. Ma prima, tra il sette e l’otto, Ermete si assume il compito di dare ordine a quanto scritto, sulla base delle indicazioni che emergono dal blog. Un lavoro che occupa diverse giornate a cavallo tra Natale e l’Epifania. Un lavoro che Virgilio non ha tardato a digerire e vomitare nel cesso. Ci sono voluti mesi, oltre un anno, per vedersi pagare le poche centinaia di euro pattuite fin dall’inizio per seguire il progetto. Sempre all’inizio, si era parlato di una pubblicazione cartacea, con commenti, spezzoni dal blog, capitoli “scartati”. Se ne doveva occupare la Bacchilega editore, che già aveva dato alle stampe un progetto simile, “Ti chiamerò Russell”. I virgiliani non solo si sono tirati indietro, ma hanno posto tali e tanti ostacoli burocratici all’operazione, che al confronto ottenere un visto biennale per il Bhutan è impresa da pivelli. Nel frattempo, le pagine di Ipertrame venivano rimosse, il link da wumingfoundation e da enricobrizzi.it rimandava a pagine scadute, solo xaiel.it manteneva una piccola ma importante memoria dell’intera esperienza (il racconto definitivo, i finali possibili, i capitoli alternativi). Del blog, vero cuore pulsante dell’iniziativa, non si sa più nulla: forse è stato cancellato anche dall’ultimo hard disk. Forse no, stiamo provando a scoprirlo. Nel frattempo, rammendiamo il buco lasciato finora rendendo caricabile il file del racconto, per chiunque fosse interessato e per ribadire a chi pensa di prenderci per stanchezza che non siamo proprio disposti a mollare. [WM2, ottobre 2005]

Il sorriso del Presidente
(Ermete Treré Remix/Version 1.0)

Capitolo 1
di Ermete Treré
giovedì 20 settembre

Lorenzo Carta aprì gli occhi e vide che fuori dalla finestra, attraverso i rami frondosi degli abeti piantati in giardino, filtrava la luce d’una giornata tersa. ‘Il mattino ha l’oro in bocca’, scriveva senza sosta un determinato autore dai nervi in frantumi e, proprio come quel tizio, Lorenzo Carta era uomo incline a riporre fidúcia nelle massime e nei proverbi. E poi gli piaceva, la mattina. Si sentiva giovane, curioso e quasi invulnerabile. Scendeva in strada, e anche in strada era tutto nuovo, carico di promesse intatte. Le studentesse in attesa alla pensilina del bus apparivano indifese e autentiche come fili d’erba tenera cresciuti sul fianco d’una collina, e Lorenzo Carta entrò, come faceva ogni giorno, nello spazio angusto del bar. Il Ragazzo lo salutò e dispose sul bancone in marmo screziato il piattino e un piccolo bicchiere di acqua minerale; si girò verso la Gaggia e Lorenzo Carta costeggiò il bancone per tutta la sua lunghezza, superò il grande frigo dei gelati e andò a raccogliere il giornale dalla mensola incorporata alla parete opposta all’ingresso. La copia del quotidiano locale che il Ragazzo acquistava per il bar, alle sette di mattina era già fredda, spiegazzata e resa unica da ricche fioriture, presso i margini inferiori della pagina, di impronte riconducibili a una quantità di polpastrelli. Alcune erano solo ombre, altre ricordavano carte topografiche in miniatura. La prima pagina era dedicata per intero all’arrivo in città del Presidente, previsto per quella domenica, e al timore per le manifestazioni annunciate dai contestatori. L’editorialista si rammaricava che, in uno stato di diritto, “quattro gatti amici di Osama Bin Laden” potessero prendersi la libertà di rovinare la giornata al Presidente, ala giunta comunale e alla cittadinanza desiderosa di ammirarne in pace le nobili fattezze, l’arrembante eloquio, l’intatto sorriso. Lorenzo Carta starnutì, si pentì di avere starnutito e poi, gli occhi lucidi, massaggiandosi l’attaccatura del naso aprì il giornale alla pagina degli annunci economici. – Si riprendono, i fottuti telefonici dei paesi emergenti? – domandò il Ragazzo depositando la tazzina fumante sul rotondo occhio di ceramica del piattino. – Otto milioni di vecchie lire, mi sono già bruciato, per colpa della maledetta SombreroTel. Otto milioni, dottore, e sto per toccare il fondo. – Bisogna avere pazienza, – mormorò Lorenzo Carta fissando le cornee infiammate del Ragazzo. Doveva dormire pochissimo, quel giovane. – Se l’anno prossimo in Messico le amministrative vanno come crede il sottoscritto, – disse con il tono fermo di una persona impermeabile al dubbio, – vedrai se fanno il botto o no, le nostre azioni. – Beato lei che capisce la politica, dottore, – disse il Ragazzo. – Io all’inizio credevo che giocare in borsa fosse roba per scommettitori, invece è tutta una faccenda costruita intorno alla politica.

Lorenzo Carta mormorò che sì, per avere successo nel mondo degli affari era fondamentale tenersi informati giorno dopo giorno, ma mentre scrutava la metà
inferiore della pagina riservata alle offerte di lavoro la voce gli usciva per conto suo, bianca, smorta e fuori sincro rispetto ai pensieri.
Lo vide subito, l’annuncio che cercava, evidenziato da una cornice nera che poteva racchiudere tutte le possibilità del futuro. ‘Azienda internazionale settore cosmetico’, recitava in grassetto l’intestazione, e dopo la cesura di uno spazio bianco, ‘seleziona’ era scritto ‘numero un addetto settore commerciale. Richiesta buona conoscenza russo e francese. Carriera commisurata a capacità ed esperienze personali’. Dicono che l’aria, in quanto aria, deve andare, ma per il tempo di un battito di ciglia Lorenzo Carta annaspò senza ossigeno.

La voce del Ragazzo arrivava da lontano, così come remoto era stato il tinnìo della ceramica, e l’aroma stesso del caffè giungeva alle narici simile a un ricordo.
Lorenzo Carta considerò di nuovo i caratteri in grassetto dell’intestazione, la scritta ‘seleziona’ allineata verso destra e, il cuore che batteva dispari, sorrise all’idea del caro
Gennaio che, una volta spinti a casa clienti e praticanti, alla luce rossastra della lampada indonesiana a forma di piramide che regnava sulla scrivania da avvocato di successo,
preparava di suo pugno l’annuncio da pubblicare. Bevve il caffè e, scrutando l’espressione rallentata del Ragazzo intento a preparare un cappuccino, per un attimo provò il desiderio di spiegare, con calma e scegliendo le parole una a una, in che senso non si occupava affatto di titoli telefonici. Lorenzo Carta avrebbe spiegato che, secondo il suo più intimo avviso, la borsa era solo una trappola per allocchi, come le lotterie e i casinò, invece sorrise in modo sommesso e al Ragazzo non raccontò nulla di sé, né di quando l’uomo cui doveva la vita, l’avvocato Porzio Migliori, uno degli ottimati della città, l’aveva abbracciato presentandosi come Gennaio. Era Gennaio che si occupava di risvegliare le brave persone addormentate.
E lui, Lorenzo Carta, era stato costretto a diventare una brava persona fin da giovane. Pensò che doveva andare alla buca e che doveva andarci in fretta. Prese la vecchia Polar e, con la strada libera dai camion, arrivò al passo in meno di un’ora.

Parcheggiò nel solito spiazzo dove di giorno si fermavano solo i raccoglitori di funghi e,
fermandosi ad ogni svolta del sentiero per controllare che non lo seguissero, marciando
all’ombra dei faggi raggiunse il prato che si apriva di fronte alla facciata del rudere.
Era da prima dell’inverno che non tornava, e traversando il prato notò i segni dell’erba
calpestata di recente.

Il rudere conosceva una quantità di segreti, ma le quattro pareti umide, e le marce travi
che sostenevano il tetto non avevano bocca per raccontare.
Lorenzo Carta respirò a fondo e varcò la soglia che immetteva nell’orbita buia
dell’ingresso.

Conosceva il posto da molto tempo, e la poca luce che filtrava attraverso gli occhi delle
finestre era sufficiente per orientarsi. Ai piedi del muro orientale del rudere, coperto da
pochi palmi di terra smossa, era interrato il tubo di cemento che gli serviva da casella
postale.

Lorenzo Carta s’inginocchiò nella penombra e prese a scavare a due mani per liberare
dalla terra il coperchio di piombo che chiudeva la sommità del tubo.
Sollevò per la maniglia il coperchio e lo depositò sul terreno.
Dentro il tubo, interrato in verticale e profondo meno d’un braccio, gli uomini di
Gennaio avevano lasciato una busta imbottita e un piccolo zaino di tela bruna che
doveva contenere una scatola o un astuccio.
Non poteva starci un’arma lunga, lì dentro, neppure smontata dal fabbricante in
persona.

Lorenzo Carta si domandò se avrebbe trovato una pistola da riportare al rudere, una
volta portato a termine il lavoro, o una pistola da dare in pasto ai giornali.
Nel buio del suo cuore buio di brava persona, pregò che non fosse una pistola di quelle
che parlano da sole, né una di quelle comandate a sparare levandosi sopra un mare di
teste.

Tanto valeva non farsi domande. Dentro la busta, in ogni caso, avrebbe trovato le
risposte che gli servivano.

Sfilò dalla buca la busta con i documenti e la nascose in una tasca del giaccone, poi prese
lo zainetto e sigillò di nuovo il tubo con il coperchio di piombo.
Nascose il coperchio lavorando con i piedi la terra smossa, poi sistemò in spalla il
piccolo zaino e, con l’incedere cauto e diagonale della brava persona appena risvegliata,
uscì all’aperto e imboccò a ritroso il sentiero.
Quando giunse allo spiazzo, il profilo di lucido pesce della vecchia Polar si stagliava
solitario e fedele contro la quinta d’alberi.

Capitolo 2
di La Peggio Bestia
20 settembre

Lorenzo Carta arrivò all’altezza del civico 16 poco prima delle dieci. Lo oltrepassò e
adocchiò un posto per l’auto poco distante, in un viuzza laterale d’una cinquantina di
metri che s’immetteva direttamente su corso Tricampo. Veloce, poco trafficato. Perfetto.
Parcheggiò la Polar. Raccolse la busta gialla dal sedile, la piegò e la mise nella tasca del
giaccone. Ebbe un moto di disgusto che scacciò subito. Prima di attraversare aspettò che
passasse una Punto molto lenta. Qualche secondo per guardarsi attorno: finte villette
divise in due, tre appartamenti, finestre chiuse, cancelli avvolti da rampicanti. Un
vecchio con la spesa. Tutti al lavoro. Silenzio. Solo l’incedere incalzante di quella suite
del Kronos Quartet che gli piaceva ascoltare nelle occasioni importanti. Anche a Borgo
Maggio il piccolo stereo aveva suonato spesso quelle note.

Attese la fine del fraseggio, poi spense l’autoradio, sfilò la cassetta e scese.
Il civico 16: pessima imitazione d’un cottage. Con la coda dell’occhio notò una 145,
parcheggiata poco più in là. Il tizio alla guida rideva di un ragazzo che tentava di aprire
la portiera, con un sacchetto di carta stretto fra il mento e lo sterno e due caffè in mano,
uno sull’altro.

Non è possibile – pensò – ma non mi piace lo stesso. Sul citofono un solo nome. Il
“problema” di Gennaio: Marcello Della Ghiaia. Carta aprì il cancello con la chiave che
aveva trovato nello zainetto. Percorse i cinque metri fino alla porta sperando di non farsi
sentire. Prese la pistola, avvitò il silenziatore e premette l’orecchio destro (quello buono)
contro il legno della porta.

Girò la chiave ed entrò.

Il maggiore Alfano studiò con attenzione il poster di un gruppo di capelloni che una
scritta sbilenca identificava come ‘Grateful Dead’. Si era sempre domandato chi cazzo
fosse che arredava gli appartamenti-civetta, se li lasciavano così com’erano o se magari
questi Grateful Dead piacevano sul serio a qualche collega più giovane.
Sentendosi uno degli uomini più stanchi del mondo, prese a massaggiarsi l’attaccatura
del naso e ripassò mentalmente le ultime novità da includere nel rapporto di
mezzogiorno.

La sera precedente, sul divano del salotto, davanti a una celebratissima bottiglia di
Barolo, Della Ghiaia si era confidato col suo nuovo legale. Chi di dovere aveva smesso di
coprirgli il culo. Minacciavano di darlo in pasto ai giudici se non tirava fuori la verità
sulla faccenda Lossanto. Lui non cedeva, ma chi di dovere era gente pericolosa. Per
questo Della Ghiaia aveva indicato al legale dove teneva nascosti determinati
documenti, pagine e pagine di dichiarazioni autografe, testimonianze stralciate e
fotografie, tutto radunato in un maledetto disco-zip arancione, l’unico oggetto al mondo
in grado di salvargli la vita.

- Porca puttana! Maggiore, succede qualcosa! – urlò il tenente Morfeo, premendosi le
cuffie sulle orecchie.
Il maggiore Alfano si chiuse la lampo e corse via senza tirare l’acqua. – Che cazzo è stato?
- chiese, agguantando il paio di cuffie che Morfeo sventolava col braccio alzato.
- Non lo so, sembra che è entrato qualcuno.
- Come sembra? Molosso e Pignatelli cazzo fanno, dormono? – disse Alfano.

Mise le cuffie.

“…calmo, devi stare calmo. Non succede niente. Alzati lentamente”.
Una voce senza inflessioni. Controllata. Alfano si chiese subito: è armato?
- E chi cazzo è questo? Passami la ricetrasmittente – ordinò a Morfeo. – Pigna, ci siete?
- Comandi, maggiore. Questo minchione si è rovesciato il caffè…
- Pigna, stammi a sentire, – lo interruppe Alfano. – Avete visto entrare qualcuno?
- No, tutto tranquillo.
- Tranquillo il cazzo, Pigna! In casa c’è un uomo! – strillò Alfano.
- Che facciamo, maggiore, interveniamo? – chiese Pignatelli.
- State pronti.

Se entriamo e poi non è niente, pensò Alfano, va a puttane l’operazione al secondo
giorno.
Riprese ad ascoltare. Stava parlando Della Ghiaia. Alterato. No, impaurito.
“…va bene, va bene, ho capito!”.
” Forza, finisca di vestirsi”.
Fruscio. Il rumore della fibbia di una cinta. Passi. Della Ghiaia che ripeteva: cazzo, cazzo.
” Ma tu chi cazzo sei?”
” Non ha importanza. Lei sta mettendo a dura prova la loro fiducia. E loro hanno
bisogno di sapere se possono contare davvero sul suo appoggio. Visto che non sembra
capace di rassicurarli, hanno dovuto prendersi una specie di… garanzia. Le devono
qualcosa, adesso”
“Non capisco di che…”
“Le devono qualcosa. Però, sia chiaro: in cambio della buona volontà, una certa
signorina che oggi non era a scuola, tornerà a casa senza altri problemi. E per mostrarle
quanto sono scrupolosi, hanno già cominciato a riportargliela. Ecco, guardi. E mi scusi,
ma per essere sicuro che non urlerà, devo chiederle di aprire bene la bocca”.
“Cosa?!”
“Apra la bocca e guardi dentro la busta”.
- Maggiore, ma che cazzo dicono? Apri la bocca…ma che sono, froci?, – disse Morfeo a
bassa voce.
- Non lo so, tenente, però nel culo ce l’abbiamo noi – rispose Alfano. – Se questo
l’ammazza, Cadorna ci cava gli occhi.
Non è un ladruncolo. Né un suo amico. Non è un guappo di merda. Alfano si sentiva
mancare il respiro. Silenzio. Fruscio di carte. Della Ghiaia stava aprendo la busta. Con
una pistola ficcata in bocca. Alfano lo pensò, ma non lo disse.
“Stai calmo, respira col naso. Respira col naso sennò ti strozzi. Hai capito cos’è? Basta un
cenno della testa. Uno solo”
L’altro continuava a mugolare.
“Un cenno solo. Se fai un cenno io capisco e me ne vado. Tu sabato ti svegli, fai quello
che devi e tutto torna a posto. Un cenno, avvocato”
Bene così. Forse non lo uccideva.
” Fai il bravo e avrai il resto”.
Passi. Se ne sta andando, pensò Alfano. Se ne va, non è successo niente.
“Avvocato… ha dato una mano di vernice ultimamente?”
La sua voce: nitida, vicina. Troppo. Porca…
L’audio si interruppe di colpo.
- Merda. Ha staccato il microfono. Dì a quei due di intervenire – sbraitò Alfano, gettando
via le cuffie. Fuori dalla stanza. Morfeo disse qualcosa, ma lui non sentì. Era già oltre la
porta, giù per le scale. Gli scalini due a due. Troppo lento. Tre a tre. Mezza rampa alla
volta. L’ultima: un solo salto. Non riuscì a fermarsi e finì contro il portone. Uscì in strada
correndo. Vide Molosso e Pignatelli scendere allora dalla 145, a cinquanta metri da lui.
Una fottuta enormità. Vide un uomo con un giaccone nero attraversare la strada di
corsa. Urlò: – Fermatelo!
Lo stronzo col giaccone li vide. Molosso e Pignatelli videro lui. Entrò rapido in una
stradina laterale. Non gli intimarono l’alt, si misero a correre e sfoderarono le pistole.
Quando furono a venti passi, lui si sporse da dietro l’angolo e sparò, col silenziatore.
Loro ebbero l’istinto di abbassarsi e coprirsi la testa con le braccia.
- Andategli dietro – urlò a Molosso e Pignatelli. Sarebbe dovuto andare con loro, ma c’era
qualcosa di più importante che doveva fare.
Doveva controllare se il disco-zip arancione era ancora dove aveva detto Della Ghiaia, o
se lo stronzo col giaccone s’era preso anche quello. Nel qual caso, lo stronzo sapeva un
po’ troppe cose e i microfoni in casa Della Ghiaia non parlavano solo con lui e il tenente
Morfeo.
Un piccolo dettaglio che meritava chiarezza.
Tornò indietro, aprì il cancello, esitò un attimo davanti alla porta. Poi la sfondò con un
calcio. Seguì il pianto di Della Ghiaia. Lo trovò in ginocchio. Singhiozzava. La saliva gli
colava sulla maglia. A terra, una busta di carta gialla. Nelle sue mani a coppa, un dito
femminile mozzato, con l’unghia smaltata di rosso.
Consolare le vittime non era il suo forte.
Appena il tenente Morfeo varcò la soglia, il fiato spezzato dalla corsa, Alfano gli
raccomandò di occuparsi dell’avvocato e imboccò deciso il corridoio che conduceva allo
studio.

Capitolo 3
di Petebondurant
20 e 21 settembre

Scarafaggi, fuoristrada e Sorriso. La campagna che sfilava dal finestrino era butterata di
capannoni, villette con i nani di gesso in giardino, centri commerciali con parcheggi
invasi da fuoristrada simili a enormi scarafaggi.
“Gli scarafaggi, in caso di guerra atomica, sarebbero l’unica specie a sopravvivere: hanno
un’incredibile resistenza alle radiazioni e una capacità di adattamento che li rende
invulnerabili. – pensò Carta – Anche i guidatori di quei fuoristrada gobbuti e arroganti
erano a loro modo invulnerabili: nessuna rivoluzione, nessun cambiamento era mai
riuscito a distruggerli”
“Invecchio”, pensò ancora Lorenzo Carta, “Invecchio e mi rincoglionisco. Adesso lavoro
per gli scarafaggi, perché si possano comprare fuoristrada sempre più grandi e goffi.
Anche Della Ghiaia, suo malgrado, lavorerà per loro. E dire che una volta, prima di
Borgo Maggio, noi li schiacciavamo, gli scarafaggi…”
Rallentò, svoltò in una strada circondata di officine, aziende meccaniche e vigne. Pausa
pranzo: tutti in mensa. Fermò la Polar in uno spiazzo circondato da pioppi, punteggiato
di bottiglie rotte e preservativi. Scese, aprì la portiera della Punto, mise in moto e partì.
- Alfano, lei si rende conto della gravità della cosa? – disse Cadorna senza nemmeno
guardarlo in faccia.
Se ne rendeva conto? Oh, si’, non era uno stupido. Da quando era venuto in chiaro che lo
stronzo col giaccone penetrato in casa Della Ghiaia era un uomo dei servizi, sicuro di se’
al punto di muoversi su un auto con targa pulita, Alfano si rendeva conto di molte cose.
Lorenzo Carta. un uomo dei servizi con un passato remoto di terrorista rosso.
- Sto parlando con lei, maggiore, – Cadorna disse lisciandosi i baffi ancora corvini. – Si
rende conto che il soggetto da proteggere, controllato a turno da dodici uomini, ha
rischiato di essere massacrato dentro casa dal primo fanatico di passaggio?
Fanatico ‘sti cazzi, penso’ Alfano. Lorenzo Carta era un ex del gruppo di fuoco di Borgo
Maggio.
Fra morti ammazzati ed ergastolani, Carta era l’unico della banda recuperato nel corso
degli anni al servizio dello stato. Non esattamente il pupillo di Cadorna, in teoria, ma
per qualche motivo Cadorna aveva deciso di coprirlo.
- Si signore, mi dispiace…- borbottò Alfano, in piedi davanti alla scrivania. C’era una
punizione, nell’aria, e quella punizione sarebbe toccata ai servi fedeli.
- Troppo tardi per dispiacersi – Cadorna disse. – Lei è sospeso insieme a tutti i suoi
uomini. Faccia le valigie: va in Sicilia, immediatamente. Da lì, lei e la sua squadra sarete
trasferiti e assegnati ai gruppi di Intelligence attiva, come supporto operativo alle nostre
truppe, in Iraq. Lì scoprirete quanto sia importante tenere sempre gli occhi aperti. Anche
mentre si dorme. Può andare, maggiore.
Alfano uscì in silenzio, gambe e braccia rigide come rami secchi, un sapore amaro in
bocca: “Intelligence attiva, infiltrarsi e colpire, se si riesce…Da due anni, dall’Iraq, si
tornava solo con una bandiera in faccia. E tutto per un caffè…”
Cadorna si accese una sigaretta, mentre la porta si chiudeva alla spalle di Alfano. Prese
in mano il rapporto. Troppo assurdo per non essere vero.
Diede un ultimo tiro, poi sollevò il ricevitore e compose un numero di telefono sulla
linea protetta.
Gennaio aveva tutti i motivi per essere incazzato, e la sua voce sprezzante aggredì
Cadorna mandando all’aria il preambolo che aveva meditato.
- Che razza di gioco stai facendo? Mi avevi assicurato mezz’ora pulita per fare entrare e
uscire il mio uomo…
- Sono esterrefatto quanto te, amico mio – replicò Cadorna con il registro di voce
premuroso che gli veniva in soccorso. – Non è il primo errore che i militari commettono
in buona fede e in ogni caso qualche mese nel triangolo sunnita schiarirebbe le idee a
chiunque.
- Il mio uomo poteva restare sul terreno – Gennaio disse, – come potevano restarci i
carabinieri, o un cazzo di passante. E questo non ce lo possiamo permettere, Cadorna, a
nessun costo. Non si spara in mezzo alla strada… non in questa città, non oggi e non
sotto casa di Marcello Della Ghiaia. Mancavano solo le telecamere. E tu, dopo vent’anni
che ci conosciamo, mi racconti che è stato un errore.
- Stai tranquillo, amico mio. Non c’è in giro nessuna gazzella con l’identikit del tuo uomo
sul cruscotto.
- Le regole le conosci, – disse Gennaio con una voce che a Cadorna apparve prima di
ogni altra cosa mortalmente stanca. – Se vuoi fottere Carta lo devi chiedere prima al
sottoscritto.
- D’accordo d’accordo d’accordo, – disse Cadorna. – Un giorno verrò a scusarmi da te
indossando un maledetto saio. Lo giuro sui miei figli. Adesso, però, non lasciamo che gli
incidenti ai manovali offuschino la visione dell’opera. Della Ghiaia sta per intonare la
sua canzone.
- È commovente, la fiducia che riponi in uno come Della Ghiaia.
- Quello che sa basta a rovinare un uomo per sempre. Altroché conti segreti alle
Barbados, questa volta. Lo sai che quando ci sono i morti di mezzo, i giornalisti
impazziscono.
- Se penso che quel cesso della Landi diventerà una specie di eroe nazionale – Gennaio
disse, – mi viene voglia di lasciar perdere tutto.
Cadorna scoppiò a ridere di naso. – Così ti riconosco, amico mio.
E poi, dentro la cesura di una risatina d’assestamento, riordinò le poche idee che, simili a
antichissime creature dell’abisso, nuotavano nella sua testa lucida.
- Avrai nuovi uomini, dopo. Migliori di Carta e migliori di tutti gli altri che da Roma
abbiano mai inviato nel tuo magnifico presepe di città. Cervelli splendidi, lo giuro.
Ragazzi d’oro.
- Me li vedo, Cadorna – scandì Gennaio. – Già me li vedo.
Forse lo stava prendendo in mezzo? Aveva sempre da parte un preambolo, e se
quell’altro lo stava prendendo in mezzo, lui poteva sempre riciclare il preambolo e
combinarlo con nuove considerazioni, anche argute.
- Ci siamo – disse con voce sostenuta dal fervore. – Della Ghiaia è pronto a cantare la
canzone che spegnerà il sorriso del Presidente.
- La tua magnifica intelligenza ti sostiene, – Gennaio disse. – Ti ha sostenuto fin qui e
continua a farlo in maniera ammirevole.
- Oh, non farai tanto lo schizzinoso, – gli andò sulla voce Cadorna intenzionato a fare
sfracelli. – Non farai tanto lo schizzinoso quando i tuoi amici che da ragazzi picchiavano
i celerini saranno di nuovo a palazzo. Lascerai di corsa il tuo presepe e correrai a Roma
per vegliare da vicino sul centro delle cose.
- Ci vedremo più spesso, allora – sospirò Gennaio. – Perché soprattutto a te, dovranno
essere grati, onorevole.
Onorevole no, si disse Cadorna. Essere chiamato onorevole da Gennaio prima del tempo
lo mandava in bestia, ma l’altro ormai era incontenibile.
- Per un lavoro di questa impressionante portata, chiedere meno di un seggio in
parlamento significa farsi fregare. Tanto, di questi tempi, la storia di Borgo Maggio non
la ricorda più nessuno, vero, onorevole?
Ecco. Il maledetto l’aveva costretto alle corde, e adesso infieriva.
- Non capisco, amico mio, – mugolò. – Stiamo per dare un volto più presentabile al Paese
e tu prendi a minacciarmi.
- Conosci la mia storia e quella dei miei uomini. E tutti noi conosciamo abbastanza bene
la tua.
Cadorna provò, senza successo, a deglutire. Per farsi forza, pensò che a minacciarlo era
un uomo che non sapeva di essere già morto.
- Hai messo a lavorare il boscaiolo, – disse Gennaio con voce sprezzante. – Adesso,
Cadorna, goditi il rumore dell’albero che cade.
Marcello Della Ghiaia pensò a dove avrebbe portato sua figlia, alla fine di quell’incubo: a
Zurigo c’era una clinica specializzata in chirurgia ricostruttiva. Riattaccavano mani,
braccia e gambe, come si fa con le bambole. Marcello Della Ghiaia pensò a domenica, a
quando avrebbe rivisto il Presidente, sul palco imbandierato di piazzale Aldo Moro.
Erano ormai due anni che non lo vedeva o sentiva di persona, due anni emarginato dalla
Corte dei Miracoli, due anni a scontare una colpa non sua, due anni sacrificati perché il
Presidente potesse ancora parlare in televisione, andare allo stadio, cantare la sera e di
giorno accusare gli altri di sabotarlo. Due anni nei quali l’amico di un tempo aveva
accumulato ancora più potere e denaro; ma anche due anni in cui tutto gli era andato
storto: l’economia, la politica internazionale, la guerra, la gente in piazza a milioni.
Nemmeno le cariche feroci della polizia e l’informazione più inginocchiata del mondo,
erano riuscite a nascondere lo sfacelo di quel piccolo impero in putrefazione.
Ma a Marcello Della Ghiaia tutto questo non interessava più. Vincitori, perdenti.
Combatteva solo per sua figlia, oramai. Non era odio, ricchezza o voglia di tornare al
potere ciò che avrebbe spento per sempre il ghigno compiaciuto del Presidente.
Era soltanto l’amore di un padre.

Capitolo 4
di Ermete Treré
21 settembre

Fu il dito a svegliarla, il dito che non c’era. Un dolore torbido e pulsante, che correva su e
giù lungo l’osso, dalla nocca all’unghia e poi dall’unghia alla nocca, più intenso dove si
piegava la falange. Sapeva che non era possibile, perché quel dito non c’era più, glielo
avevano troncato, l’avevano addormentata e glielo avevano portato via con un taglio
netto che sotto la benda non voleva neanche immaginare. Quando si era svegliata la
prima volta aveva visto il buco, tre dita in fila, bianche, dritte, le unghie laccate di rosso,
e uno no, come un pianoforte a cui mancasse un tasto. Non si era spaventata, perché il
residuo di anestesia l’aveva trascinata in un sonno amaro, da cui era emersa per un
momento soltanto quando si era sentita tirare per le gambe. Lo aveva capito subito cosa
stava succedendo, e forse si sarebbe opposta, ma l’uomo le aveva dato un pugno in testa,
un colpo duro sulla tempia che le era rimbombato dentro come un tuono e le aveva fatto
perdere i sensi di nuovo. Adesso era la terza volta che si risvegliava.
Quando la dottoressa Landi vide l’avvocato che si avvicinava socchiuse la bocca, in un
moto che se glielo avessero chiesto avrebbe al massimo riconosciuto di stupore, e invece
era paura. L’avvocato Della Ghiaia era solo, era stato un uomo di potere e non di
violenza e contro di lei non avrebbe neppure alzato la voce, soprattutto tra il primo e il
secondo grado di giudizio. Però lei era la dottoressa che lo aveva fatto condannare,
anche se non proprio nel modo che avrebbe desiderato, e non lui soltanto. Era abituata a
girare da sola, la scorta gliela avevano tolta da un pezzo, e ormai non sobbalzava più
quando si trovava accanto qualcuno, ma proprio lui, e proprio lì, davanti ai camerini di
prova di un negozio di moda femminile, beh, quello davvero non se lo aspettava.
- Mi serviva una gonna, – disse la dottoressa. Assurdamente, se ne accorse appena l’ebbe
mormorato. L’avvocato annuì, altrettanto assurdamente. C’era solo una tenda tirata a
chiudere il camerino e lui l’aprì, si accertò che nessuno guardasse, poi afferrò la
dottoressa per il braccio e la spinse dentro, contro lo specchio.
- Vorrei fare una dichiarazione spontanea, – disse l’avvocato.
- Qui? – chiese la dottoressa e l’avvocato fece no, con la testa.
- Vengo da lei domani mattina, ma deve essere tutto pronto. Devo essere protetto. Dal
momento che entro nel suo ufficio, subito. Voglio parlare del Presidente e del genere di
decisioni che venivano prese nella tenuta dei Lossanto.
La dottoressa Landi rimase muta.
- So dove sono finite un po’ di persone – disse Della Ghiaia, – ho le maledette foto e ho
tutto quello che serve. Ci sono decine di testimoni pronti a confermare ogni parola, se
vedranno che mi proteggete.
Lei strinse la gonna sul seno come fosse stata nuda e di nuovo socchiuse la bocca, la
spalancò, anzi, e questa volta sì, di stupore.
Sindrome dell’arto fantasma, pensò Lea, così si chiama e subito le venne una rabbia, ma
una rabbia dentro che le fece stringere i denti fino a farli scricchiolare. Fantasma vuol
dire che non c’è più, e questo a Lea, quindici anni, sempre a dieta, sempre in palestra,
tutti i maschi giusti dietro e non solo per i soldi del padre, questo a Lea non andava
bene. Del resto, del primo sangue che le si era rappreso, leggero, tra le gambe, non le
importava niente.
Quando la porta del cascinale si aprì ed entrò il Gorilla, Lea non fece in tempo a fingere
di dormire e lui la vide con gli occhi aperti. Doveva essere convinto che fosse ancora
addormentata, perché non aveva il cappuccio, e dallo sguardo che le lanciò, appena una
frazione di secondo di luce dura negli occhi, Lea capì di essere già morta.
- Tranquilla, – disse l’uomo. – Il messaggio è arrivato e tutto va come deve andare.
Domani sei di nuovo a casa.
- ‘Sti cazzi – pensò Alfano guardando l’aereo che saliva piano verso il cielo, quasi facesse
fatica. Da quel momento, no, anzi, dal momento in cui si era fermato in cima alla scala
mobile, gli occhi fissi su Molosso e Pignatelli già in fila davanti al gate 21 con in mano la
carta di imbarco, no, meglio, da quando la signora alle sue spalle aveva detto vada
avanti, per favore, e lui invece aveva girato stretto attorno al corrimano della scala
mobile e aveva imboccato quella che scendeva, da quel momento era già fuori legge.
Niente più maggiore Alfano, e questo, nella particolare branca del servizio dove
lavorava lui, più che un licenziamento era una diserzione.
- ‘Sti cazzi – ripetè a se stesso saltando la fila per i taxi. – Io non mi lascio fregare così. Io,
quel figlio di puttana di Carta, me lo trovo da solo.
E senza neppure guardare il signore che urlava paonazzo contro il suo finestrino chiuso,
dettò al tassista l’indirizzo di un tale che conosceva un altro tale che sapeva dove stava
un cascinale che Alfano aveva quasi individuato ai tempi in cui lui e Carta stavano su
sponde che almeno sembravano opposte. Un’informazione che non aveva mai scritto in
nessun rapporto, nel caso che un giorno, chissà, potesse tornargli utile.
Il Gorilla si avvicinò, e Lea lo riconobbe da come strinse il pugno davanti alla sua testa.
Tirò le ginocchia al petto, perché era l’unica cosa che poteva fare, ammanettata alla
testiera del letto per il polso della mano sana, in maglietta e mutandine. L’uomo si
avvicinò ancora e lei lo colpì in mezzo al torace con la pianta del piede nudo,
strappandogli solo un fiato tronco come un singhiozzo e niente di più. Lui la afferrò al
volo per una caviglia e le gettò la gamba di lato, poi afferrò anche l’altra e fece lo stesso,
prima che lei potesse impedirglielo. Al punto in cui era avrebbe potuto anche chiudere
gli occhi e lasciarlo fare, ma era il pensiero che poi, comunque, l’avrebbe uccisa a farle
rabbia, e poi c’era la storia del dito. Così, d’istinto, quando lui si chinò in avanti, lei stese
le gambe e gliele strinse al collo, e inarcando la schiena, e tirando col polso nella manetta
per restare attaccata al letto, le caviglie incrociate e i piedi nudi avvinghiati uno
sull’altro, strinse con tutta la forza che aveva, sbattuta a destra e a sinistra, le dita
dell’uomo piantate nelle coscie a graffiare e tirare, le sue braccia tese fino a lambirle
l’orlo della maglietta con le mani, il suo pugno chiuso che non arrivava da nessuna parte
e che solo una volta la colpì sulla pancia, ma Lea non smise di stringere finché non sentì
che il Gorilla non si muoveva più, e anche allora non lo mollò, almeno per un pezzo. Poi
lo spinse giù dal letto, con un calcio. Si sporse oltre al materasso e con la mano fasciata
gli frugò nel taschino della camicia. Insieme alle Diana rosse e un pacchetto di cerini,
c’erano ancora le chiavi.

Capitolo 5
di Agente PeggioBestia Smith
21 settembre

Erano da poco trascorse le 8 quando Cadorna abbassò il ricevitore e si accorse di avere le
mani mortalmente sudate.
I rumori della strada risalivano fin lì attutiti dai doppi vetri, e a Cadorna sembrò di
riascoltare la propria voce farsi plumbea, le pause interminabili fra una frase e l’altra, i
mugugni d’attesa e il respiro del Generale S. che entrava nei fori del ricevitore e lo
raggiungeva come un ronzio basso.
Al Dipartimento di Sicurezza se la sono bevuta, Cadorna pensò. Se la sono bevuta
davvero.
Pensò al Generale S., l’amico di famiglia, il vecchio compagno di corso di suo padre che,
in quel preciso momento, era già impegnato a raccattare nel suo repertorio di militare di
carriera i termini meno ansiogeni per comunicare al Presidente un fatto semplicissimo e
drammatico.
Un fatto che, in altre circostanze, avrebbe stipato con voce allarmata in un nome, un
verbo e un complemento: Della Ghiaia ha preso contatti con la magistratura.
Se le toghe daranno retta a Della Ghiaia e i corpi dei fratelli Lossanto verranno
riesumati, aveva detto Cadorna, i giornalisti rossi potrebbero scatenare il terremoto.
“Il nostro, Generale, è uno strano Paese”, aveva aggiunto lasciando venire in superficie
una sorta di devozione per quel vecchio del quale un giorno forse avrebbe preso il posto.
“Lo sa meglio di me”, aveva detto “che bastano due delinquenti morti a rovinare per
sempre un galantuomo”.
Il Presidente avrebbe ascoltato il Generale S. parlare dei metodi inaccettabili messi in
atto dalla squadra di Gennaio, di schegge impazzite del Servizio che hanno preso a
ricattare Della Ghiaia per rovinarli tutti. Il Generale avrebbe riferito di ex terroristi
pagati dallo Stato che girano armati e sparano ai militari, fanno saltare intercettazioni di
mesi e non provano orrore all’idea di impiegare come ostaggio una ragazzina.
Oh, sì. Gennaio e la sua squadra avevano una trama, una trama tesa a rovinare il
Presidente per sempre. Bisognava fare qualcosa e bisognava farlo in fretta.
Il Presidente avrebbe perso la calma, di questo potevi essere certo, ma il Generale S., il
vecchio ufficiale uscito a testa alta dalle inchieste su Stay Behind e le stagioni delle
bombe, lo avrebbe convinto a fidarsi dei buoni consigli del patriota Cadorna.
Il Presidente avrebbe capito che non poteva fare altrimenti.
“Dica al Presidente che posso fermarli” aveva detto Cadorna senza nascondere la sua
stessa preoccupazione. “Ma debbo poter agire senza vincoli di sorta. Per il dopo non
deve preoccuparsi. Dovremo procedere a un riequilibrio interno, ma il Servizio è pieno
di patrioti”.
Aveva una passione per i giochi di parole.
L’opzione che si apprestava a comunicare ai suoi uomini l’aveva chiamata NEA.
L’ipotesi migliore.
La N era per Della Ghiaia, la E per Carta, la A per Gennaio. La sensazione che provava
non era di soddisfazione. Per quanto avesse faticato per far combaciare ogni tassello,
tracciando ad ogni minuto del giorno, per settimane, per mesi tutte le traiettorie possibili
di ogni reazione, non sentiva pulsare l’adrenalina degli ultimi metri prima del
traguardo. S’infilò i guanti, e si disse quelle parole, una dopo l’altra, ma non le sentì
come un cedimento della ragione alla presunzione. Non era senso d’onnipotenza, ma
pura constatazione della realtà.
Ripensò all’acronimo. Era un gioco puerile e macabro, ma funzionale. Neutralizzare.
Eliminare. Arrestare. Sorrise. L’opzione perfetta. Cadorna disse ancora quelle parole.
Il servizio è mio. Il Servizio è mio.
Lea aveva corso per ore, fino a perdere il fiato e oltre. Quando vide il cartello che
indicava in trecento metri la distanza dall’agriturismo Da Ermete le venne da ridere. Ma
sentiva la gola foderata di polvere, sfiato strozzato di quel pallone gonfio ch’era
diventato il suo petto. Il tipo dietro il bancone, un grassone con il pizzo storto e le
sopracciglia foltissime, vedendola entrare rimase immobile, la bocca minuscola aperta a
formare una O leggermente allungata.
- Mi aiuti, la prego, ho bisogno di un telefono.
Lo vide scendere da una Lybra nera, poco oltre il palazzo signorile che ospitava lo
Studio Migliori. Si fermò e si accostò a una vetrina, continuando ad osservare la scena
con la coda dell’occhio. Se non fosse stato tanto basso, Carta non lo avrebbe notato. Era
un pregiudizio idiota, lo sapeva. Ma se quel piccoletto grassoccio e senza capelli non
avesse avuto quel piglio deciso, se non avesse descritto quell’arco rapido e preciso con lo
sguardo a registrare lo scenario, l’avrebbe preso per un piccoletto grassoccio senza
capelli qualsiasi, magari con un po’ di soldi, ma non certo per uno dei loro. Considerò la
duplice ironia dell’espressione “dei loro”, perché fino ad allora lo era stato e perché per
un attimo aveva creduto ancora di esserlo. Cercò gli altri, e li trovò pochi metri più
avanti, decisamente più riconoscibili del piccoletto. Sei in tutto. Senza sussulti, senza
vuoti allo stomaco, capì che quell’aereo non l’avrebbe mai preso.
Aveva ancora tempo prima della partenza e si era deciso ad andare da Gennaio. In mano
non aveva niente. Poteva bluffare e minacciare di parlare. Ma Gennaio gli avrebbe riso
in faccia, gli avrebbe chiesto incredulo se pensava davvero che il suo fascicolo fosse
sparito, se credeva davvero che avessero dimenticato quel che aveva fatto solo perché gli
avevano assegnato qualche contratto.
Immaginò la voce sprezzante di Gennaio che gli ricordava la fine dei suoi compagni a
Borgo Maggio, la donna che amava uccisa all’alba lungo il sentiero e le raffiche di
Cadorna sui corpi addormentati nei sacchi a pelo.
Immaginò Gennaio, il primo della classe, l’avvocato figlio di avvocati, che ancora una
volta rideva della sua giovanile asineria.
Allora gli avrebbe preso una mano, l’avrebbe tenuta ferma sul tavolo di legno e
gliel’avrebbe fatta saltare. Poi avrebbe minacciato di passare all’altra. E alle ginocchia.
Sarebbe stato il suo modo d’implorare di lasciarlo vivere.
Stupido. Stupidissimo. Ma era altrettanto stupido pensare che l’avrebbero lasciato
andare. I conti, per quelli come lui, non andavano mai pari. Il gruppetto confabulava, il
piccoletto gesticolava, puntava l’indice contro lo sterno degli uomini, impartiva ordini,
assegnava le parti. Gennaio si era fatto fregare. E se al piano nobile del palazzo si
stavano inculando l’avvocato Migliori, molto presto sarebbe toccata anche a lui.
Sebbene fosse decisamente più robusto di come se lo ricordava, Alfano riconobbe l’uomo
disteso immobile nel cascinale. Lo chiamavano Toni Semprepronto. Bassa manovalanza
di Cadorna. Vide il letto, le manette, le chiazze scure a terra. Le pareti cominciarono a
girare dolcemente, e poi, con identica dolcezza, a stringerglisi addosso. Pezzo di merda,
pensò, mentre tentava di ingoiare aria.
Cadorna conosceva il gioco pesante.
Ma cosa poteva volere da Della Ghiaia, uno che solo fargli aprire bocca era come buttare
merda in un ventilatore?

Capitolo 6
di Casino Totale
22 settembre

- Dottore, siamo arrivati.
Guardandosi riflesso nel finestrino del taxi, Della Ghiaia cercava la giusta
concentrazione.
- Dottore! Siamo davanti alla procura!
In quel momento trillò il cellulare. Della Ghiaia rispose, facendo cenno al tassista di
avere un attimo di pazienza.
- Pronto?
- Papà…sono io.
Anche la dottoressa Landi fissava oltre il parabrezza, scrutando la città scorrere via
veloce. Attraverso la propria immagine riflessa vedeva esistenze ignare, intente a vivere
la loro quotidianità piatta. Pensionati a spasso col cane e giovani donne che si
specchiavano nelle vetrine. Le avevano rimosso la scorta qualche mese prima, giusto
una settimana dopo aver trovato un ordigno esplosivo in prossimità della sua residenza
estiva. Aveva carcerato un paio di mafiosi e qualche braccio destro di politici in vista.
Troppo poco per ritenerla a rischio. Dormiva di rado. Preveniva l’ansia con l’abuso di
farmaci. Sapeva che se l’avessero deciso, l’avrebbero eliminata senza pietà. Un
magistrato scomodo in meno, un assassinio in più dai mandanti ignoti.
- Spirito di servizio – ripeteva tra sé, citando mentalmente le parole dell’uomo di cui
aveva voluto seguire l’esempio, di cui voleva rinvigorire la fiamma. Posteggiata l’auto
nel modesto parcheggio all’ombra dei pioppi riservato al personale di servizio, salutò il
custode, traversò la strada e raggiunse il grande portone d’ingresso della procura. Stava
per infilarne l’arco quando vide Della Ghiaia a forse cinquanta passi che scendeva dal
taxi con il telefono cellulare all’orecchio, lo sguardo di chi ha ricevuto una notizia
rinfrancante, la bocca tesa in una smorfia felice. Quasi rideva, tanto che la dottoressa si
chiese se non fosse diventato matto, dal momento che mai aveva visto qualcuno così
entusiasta di incontrarla per rendere dichiarazioni spontanee.
Nessuno attribuì importanza alla Ducati che s’avvicinava con il motore al minimo, ai
due uomini, i caschi integrali dalla celata fumé, che la cavalcavano. Il passeggero,
mentre la moto accostava il marciapiede, senza scendere sfilò rapido l’M12 Beretta dallo
zainetto del pilota. Imbracciando l’arma, ne puntò la nera bocca verso Della Ghiaia
mentre il pilota procedeva, quasi caracollando, sulle marce ridotte.
Hanno seguito il taxi, si disse la dottoressa quando vide l’arma. Qualcuno, alle sue
spalle, gridò, per carità, di gettarsi a terra.
Il tempo di abbassarsi e il corpo di Della Ghiaia si abbatteva sul marciapiede sotto la
prima raffica. Sentendo altri spari che coprivano un cozzo di lamiera contro altra
lamiera, la dottoressa rimase immobile, la testa tra le mani, palpebre e mascella strette
come morse. Ci fu una raffica più vicina, parabrezza che esplodevano sotto i colpi,
polvere di calcinacci che le cadeva addosso e un rosario di colpi singoli sparati da pochi
passi di distanza.
Il pilota aprì il gas al massimo inserendo a memoria una marcia dopo l’altra, e in forse
quattro secondi la Ducati schizzava avanti a cento chilometri orari, schivando agile i
passanti allibiti.
La dottoressa Landi si alzò e prese a correre, per come può correre una donna di
quarantasei anni, verso l’uomo che giaceva sul marciapiede di fianco alla portiera
spalancata del taxi. Lo raggiunse e si inginocchiò sul corpo straziato. Gli occhi di Della
Ghiaia erano fissi verso il cielo, a guardare nulla. “Si alzi”, implorò la dottoressa. Cercò
di sollevargli la testa, poi vide il sangue dell’uomo sulle maniche del proprio vestito e
dovette ricacciare indietro un moto di nausea.
“Perché”, la dottoressa disse. Nella mano destra Della Ghiaia stringeva ancora il telefono
cellulare. Una valigetta di cuoio lucido giaceva a mezzo braccio dalla sinistra socchiusa,
sul marciapiede picchiettato di macchie scure e cristalli dei finestrini. Anche l’uomo
dentro il taxi aveva un disperato bisogno d’aiuto. Mentre chiudeva gli occhi, Della
Ghiaia provò a dire qualcosa. Sembrava ripetesse una parola, ma tutto il sangue che gli
riempiva la bocca impedì alla dottoressa di capire quale fosse.
Capì invece che qualcuno stava accorrendo alle sue spalle. Si girò e vide gli uomini di
guardia, i colleghi e gli inservienti della procura che lungo il marciapiede, con cautela le
si facevano incontro.
Allora si tirò in piedi, alzò le braccia e con l’ultimo fiato che le restava ordinò che
nessuno si azzardasse a spostare un granello di polvere.
Gli occhi luccicavano nella penombra dello studiolo situato nell’ala est della villa appena
fuori dalla metropoli che si era accaparrato a metà degli anni ’80, nel periodo della
pacchia e degli appalti spartiti tra i pochi che contavano.
In piedi di fronte alla grande finestra affacciata sul parco, il Presidente pensava al
vecchio amico Marcello, alla lealtà che gli aveva dimostrato negli anni. Se quel tal
Gennaio di cui gli aveva parlato il Generale S. era dovuto arrivare a rapirgli la figlia e
farle mozzare un dito, significava che l’avvocato Marcello Della Ghiaia sapeva essere
tenace. Certo, non si era mosso nel migliore dei modi, ma anche il Presidente aveva figli,
e poteva capire che certi ricatti possono arrivare a confondere il raziocinio di un padre.
Per fortuna, ci aveva pensato Cadorna a sistemare le cose, a sottrarre la piccola Lea dalle
mani degli aguzzini, a permettere che Della Ghiaia facesse la solita cantata tutta bolle di
sapone.
Il Presidente andò verso la scrivania e prese a giochicchiare con un fermacarte.
Al prossimo rimpasto, chissà, quel Cadorna poteva tornare buono.
Magari come sottosegretario. O come senatore, chissà.
Senatore Cadorna gli pareva suonasse bene.
Non era la prima volta che moriva qualcuno con cui la dottoressa Landi aveva avuto a
che fare. Magari qualcuno che la mattina aveva fatto colazione con lei, o bevuto il caffè
dopo pranzo e che la sera giaceva in obitorio con la testa schiantata da una pallottola a
punta cava. Ma mai aveva visto un uomo morire davvero. La sensazione della vita che si
allontana dal corpo, tutto quel sangue in bocca e la brutalità di un’esistenza spezzata.
Le avevano chiesto il motivo del loro incontro.
Poi per cortesia istituzionale l’avevano lasciata in pace, sola in ufficio con le sue
congetture. Immersa com’era a decifrare i pensieri che le attraversavano la mente, sulle
prime si era dimenticata della busta di plastica trasparente, sigillata di persona poche
ore prima, che insieme al cellulare conteneva la valigetta di Della Ghiaia.
Era sul tavolo accanto al computer.
La dottoressa Landi ruppe i sigilli, allungò una mano dentro la busta e, tirando la
valigetta verso di sé, ebbe la sensazione che quel cuoio lucido e i molti documenti che
sembrava contenere, pesassero il peso di un’intera vita.

Capitolo 7
21 e 22 settembre

-Al momento…sarebbe occupato – si scusò il grassone con il pizzo storto, indicando col
pollice un punto oltre le spalle.
Il salone dell’agriturismo ‘da Ermete’ era mezzo vuoto, fatta eccezione per un gruppo di
vecchi ipnotizzati dalla briscola, un giovanotto in uniforme che sembrava mangiare, un
altro in piedi a impegnare il telefono più una decina di teste animali che studiavano la
scena con occhi di vetro.
- Come occupato? – sbiancò la ragazza – Ma io devo telefonare. Devo telefonare
assolutamente, ho…- Le prime avvisaglie di una crisi di pianto le incasinarono la dizione
- Guardi questa mano, – si riprese – la prego… un cellulare, qualcosa…
Davanti alla fasciatura sanguinolenta la bocca del grassone si chiuse di scatto, mentre gli
occhi si spalancavano, quasi fossero collegati da un meccanismo nascosto.
La ragazza aggirò il bancone e trascinò due passi verso la sala.
- Ma cazzo – gridò – Non c’è nessuno che ha un cellulare?
I vecchi non si girarono nemmeno. Il tizio al telefono sporse appena la testa dalla sua
postazione. Un cervo dalle corna imponenti parve rivolgerle uno sguardo
compassionevole.
L’uomo in uniforme abbandonò le posate sul tavolo, si calò in testa il berretto con la
fiamma e intercettò la ragazza prima che si facesse giustizia da sola.
- Venga con me, signorina. – disse con voce rassicurante – La accompagno in caserma.
Così può fare la sua telefonata e mi racconta pure cos’è successo.
Cadorna se lo ripeteva spesso. L’abilità dello stratega non sta nell’evitare gli imprevisti,
ma nel saperli gestire. Nessun piano, nemmeno il più dettagliato, può tenere conto di
tutto. Se lo pretende, è destinato a fallire.
Sfilò una sigaretta dallo scrigno d’argento e la portò alle labbra senza accenderla.
‘Imprevisto’ è il nome che danno gli sprovveduti all’infinita mutevolezza del mondo.
Gente destinata a vivere la Storia come una somma di occasioni perdute.
Certo, il mancato arresto di Gennaio non era la migliore delle notizie. Forse era stato
presuntuoso pensare che un uomo di quel calibro potesse farsi trovare nel suo studio,
coi polsi incrociati, pronto per le manette.
Forse, ma che importava? Il Presidente gli aveva dato piena libertà di manovra e la
ragazzina non era andata lontano. Già se la immaginava, con addosso una tuta dei
carabinieri di due misure più larga, una tazza fumante tra le mani, in attesa di parlare
col suo adorato papà.
Cadorna si accese la sigaretta e scacciò con un brivido l’incubo che per un attimo,
qualche ora prima, gli aveva rabbuiato la mente. L’incubo che Gennaio, a piede libero,
avesse messo le mani su Lea Della Ghiaia. Stentava ancora a credere che una
quindicenne minuta avesse combinato quello scherzo a un uomo della stazza di Toni
Semprepronto. Pace all’anima sua, come si dice.
La mutevolezza del mondo non aveva prevalso.
Restava solo da chiamare Della Ghiaia. Informarlo della liberazione della figlia.
Trasformare il brigadiere che era salito all’agriturismo per farsi due fettuccine, in “uno
dei nostri uomini migliori, che stavano circondando la zona dopo un brillante lavoro di
intelligence”. Restava da spiegare a Della Ghiaia che sua figlia era ancora in stato di
choc, che i medici si stavano occupando di lei per scongiurare il rischio di una brutta
infezione, che avrebbe potuto parlarle più tardi, appena possibile.
Nel frattempo, aveva tutta la notte per inventare una di quelle fantastiche storie, quelle
che solo lui sapeva raccontare così bene.
Una bella fiaba per l’irreprensibile dottoressa Landi.
Cadorna si rilassò, lasciandosi andare sulla poltrona. Inspirò il fumo e lo trattenne nei
polmoni.
Il Presidente sarebbe stato contento.
Tornanti ghiacciati. Pioggia battente. Foglie marce tutt’uno con l’asfalto.
Giornata ideale per un’uscita in moto.
Ad ogni curva, la Ducati sembrava sul punto di finire per terra, trottolare qualche metro
e spedire i passeggeri gambe all’aria tra i castagni.
Sembrava. Ma Lorenzo Carta riponeva la massima fiducia nella guida di Porzio Migliori
detto Gennaio, che da giovane si era meritato medaglie e onori in diverse competizioni
amatoriali.
E con altrettanta fiducia, sperava che l’intervento di quel grand’uomo avesse ancora una
volta il magico potere di salvargli la vita. Non tanto per quel che s’erano detti, quando
Gennaio l’aveva rintracciato per dirgli che no, ancora non era nato l’uomo che potesse
fotterlo come uno stronzo qualsiasi, nel suo studio da avvocato di successo, con la
lampada indonesiana e tutto il resto; e meno che mai per l’azione disperata che lo stesso
Gennaio aveva architettato per loro due, il folle tentativo di liberare Lea Della Ghiaia,
scombinare i piani di Cadorna, consumare finalmente la giusta vendetta, fredda di vent’
anni: per una donna uccisa all’alba, per troppi compagni, per il se stesso di allora; il fatto
era che ormai Lorenzo Carta credeva in quell’uomo come una vecchia devota nel suo
santino preferito: quel che poteva fare, dire o pensare, non c’entrava, e anzi, era pure
controproducente, di quando in quando: in fondo era stato proprio Gennaio a
precipitarlo in quel casino. Ma chi ha fede non si preoccupa di certe incongruenze. Chi
ha fede bestemmia contro l’ira del proprio Dio e nello stesso momento agogna la pace
che la sua mano distesa può offire al mondo, e sotto quest’aspetto Lorenzo Carta, ateo,
agnostico e quant’altro, non era molto diverso dai più fervidi credenti.
Appena la stanza smise di girare, il maggiore Alfano pensò che trattenersi oltre poteva
essere sconveniente. Arrivando al cascinale il luogo gli era parso deserto, ma che ne
sapeva? I colleghi di Semprepronto potevano essersi assentati giusto un attimo, il tempo
di comprare le sigarette in paese e rientrare alla base.
Fece appena in tempo a completare la riflessione, che già il cervello tornava a rimuginare
su Della Ghiaia, su quel che aveva confidato al suo legale, sul senso nascosto del tramare
di Cadorna e sul contenuto del disco-zip arancione che aveva sottratto in casa
dell’avvocato.
L’unico appiglio che gli restava, forse, per dare un senso alla sua diserzione e farsi
scontare qualche anno dell’inevitabile sole a scacchi.
Assorto in quei mille pensieri, passò nell’altra stanza con passo deciso e arma spianata.
Precauzione inutile.
Le voci che gli intimarono di alzare le mani giungevano da destra e da sinistra, senza via
di scampo.
Due piccole finestre che affacciavano su lati opposti del salone di ingresso.
Lasciò andare la pistola: incorniciata dagli infissi scrostati, la faccia di Lorenzo Carta
dava l’impressione di sorridergli.
C’era traffico, per le strade del centro. Lo struscio del sabato, le commissioni, gli ultimi
preparativi per la visita del Presidente.
Lorenzo Carta assecondò col busto lo slalom che Gennaio disegnava tra le auto.
La moto imboccò il viale della procura, strinse a destra, portò il motore al minimo e
continuò ad avanzare come in cerca di un parcheggio.
Qualcuno strombazzò nervoso dietro la Ducati per chiedere strada.
Gennaio lo fece passare. Carta si voltò: il passeggero aveva la faccia di Della Ghiaia. Il
tassista non aveva la faccia da tassista. Ma forse era solo suggestione.
Il taxi rallentò quasi subito e scivolò sulla forza del suo stesso abbrivio in coda alle poche
auto posteggiate in colonna lungo il marciapiede della procura.
Carta strinse gli occhi e vide due luci bianche da retromarcia svegliarsi improvvise in
fondo alla strada. Vide la Punto indietreggiare e andarsi a piazzare in seconda fila, fino a
stringere di coda il muso del taxi.
Bene. Alfano non s’era tirato indietro. D’altra parte, fottere Cadorna era un imperativo
anche per lui. E con Della Ghiaia stecchito, subito prima di un appuntamento in procura,
poco prima della visita del Presidente e con i documenti sui Lossanto nelle mani giuste,
la testa di Cadorna sarebbe cascata nel cesto insieme a molte altre.
Con un gesto fluido Carta estrasse l’M12 dallo zainetto di Gennaio.
Della Ghiaia scese dal taxi parlando al telefono, con un sorriso che pareva rubato al suo
vecchio amico Presidente. La dottoressa Landi lo aspettava a meno di cinquanta passi,
assurdamente sulla soglia della procura come una padrona di casa scesa a fare gli onori
a un ospite di riguardo.
Carta spianò la mitraglietta e sparò senza esitazioni. Della Ghiaia cadde subito.
Il tassista cercò di scendere. Dalla moto quasi immobile grazie al gioco di frizione, Carta
fece fuoco anche su di lui. Come tassista non lo convinceva proprio.
Mentre Gennaio ripartiva sparò ancora una mezza raffica in aria, per mantenere alta la
tensione e impedire che occhi indiscreti vedessero la Punto che indietreggiava ancora un
paio di metri, il suo pilota sporgersi ad aprire la portiera sul lato del passeggero e una
valigetta in cuoio lucido che scivolava sul marciapiede presso la coda del taxi accanto al
cadavere di Della Ghiaia.
Quando sentì l’accelerazione della moto, rinfoderò l’arma nello zainetto e afferrò
Gennaio stretto lungo i fianchi.
Prima di immettersi nel traffico della circonvallazione, fece appena in tempo a voltarsi,
per controllare la scena un’ultima volta.
Sembrava tutto a posto. Un lavoro pulito, roba da professionisti.
Tutto a posto. A parte la Punto, che invece di schizzare avanti decisa, rimaneva
inchiodata di traverso in mezzo alla strada, le quattro frecce che rivolgevano ai fuggitivi
un ultimo, intermittente saluto.

CANONE FINALE
Capitolo 8
di Zaphod
Domenica 23 settembre

- Allora, Generale secondo lei possiamo stare tranquilli? -.
- Non tranquilli, signor Presidente, tranquillissimi: d’altro canto il nostro Cadorna qui, è
riuscito a far combaciare tutti i tasselli con precisione oserei dire scientifica -.
- Troppo buono signor Generale, abbiamo solo saputo gestire al meglio gli imprevisti,
me l’ha insegnato lei… -.
- Non sia modesto, Cadorna, se il Generale le fa dei complimenti significa che se li è
meritati. Piuttosto, siamo sicuri che quel vostro uomo, il maggiore Alfano, sia persona
fidata? -.
- Anche su questo può stare tranquillo signor Presidente: l’ormai ex-maggiore Alfano,
dopo un attimo di sbandamento ha capito che era in gioco l’ordinamento dello Stato e si
è schierato senza indugio dalla parte giusta -.
- Adesso è a capo dell’unità operativa in Iraq: risulta che sia sempre stato lì, ne tornerà
con un’ulteriore avanzamento di carriera e coperto di onori: del resto abbiamo bisogno
di persone capaci e fidate -.
- Bisogna riconoscere che il maggiore Alfano è stato irreprensibile e tempestivo: ha
lasciato quella cartella con la favoletta preconfezionata a misura della dottoressa Landi e
ci ha consegnato il memoriale Della Ghiaia… -.
- In più con un tocco da maestro ha lasciato sul posto la macchina per far risultare che i
due terroristi hanno teso un agguato all’avvocato Della Ghiaia usando una moto e una
macchina e sono poi fuggiti a bordo della motocicletta -.
- Terroristi che poi sono periti nel seguente scontro a fuoco con le forze dell’ordine: sì,
questo l’ho sentito anche dai telegiornali -.
- Sì, signor Presidente: non hanno avuto il minimo presentimento che al punto
d’incontro concordato con Alfano si sarebbero trovati i nostri ad aspettarli -.
- E così anche l’episodio di Borgo Maggio è chiuso… -.
- Morto e sepolto, direi: Carta e Gennaio erano gli ultimi sopravvissuti di quella storia…
ma questo è stato solo un risultato aggiuntivo della nostra operazione: la ciliegina sulla
torta, diciamo -.
- Una torta amara, purtroppo: Marcello assassinato e anche quella povera ragazza… -.
- Lea Della Ghiaia non ha retto allo shock: il rapimento, il dito mozzato, la fuga, e alla
fine l’assassinio del padre… anche il nostro carabiniere non riesce a darsi pace: pensa
che se l’avesse tenuta sotto controllo durante la notte forse sarebbe riuscita a fermarla -.
- Già, quel ragazzo che fine ha fatto? -.
- Partirà oggi stesso per l’Iraq, alle dipendenze dirette di Alfano: potremo così vederlo
all’opera e testarne le capacità e le attitudini: la situazione laggiù è molto pericolosa e un
pusillanime ci lascia facilmente le penne -.
- Ma Generale… -.
- Signor Presidente: bando alle ciance: il Paese ha bisogno di una guida forte e decisa:
non ci possiamo fermare a riflettere sulla morte di due delinquenti, o a piangere sulla
fine di uno sbarbatello e di una ragazzina viziata… -.
- Signor Generale, la prego… -.
- Signor Presidente, parliamoci chiaro: il suo compito ormai è stato assolto, le conviene
passare la mano a noi, e dico le conviene perché quel disco-zip arancione che contiene le
memorie del suo amico possiamo farlo saltar fuori di nuovo. E può star sicuro che la
dottoressa Landi stavolta non si farebbe scappare l’occasione per metterle le grinfie
addosso. Fino ad ora lei si è sistemato gli affari suoi, adesso è giunto il momento di
iniziare a lavorare per il bene di questa Nazione: se farà il bravo potrà continuare a
esserci utile. Ma adesso vada: sfoderi il suo sorriso più splendente e raggiunga la Piazza:
i suoi ammiratori la stanno aspettando -.
Capitolo 8
di Rosa Purpurea
Quell’uomo le sembrava gentile. Usciti dall’agriturismo le aveva detto: – Signorina non si
preoccupi, ora prendiamo la mia macchina e l’accompagno dove vuole lei -.
La ragazza rinfrancata rispose: – Grazie agente, credo che mi serva un medico -, e gli
mostrò la mano insanguinata e con il dito mancante -.
- Accidenti! – disse l’uomo in divisa, tra lo stupito e l’incredulo, – Cosa le é successo
signorina?
- Poi se vuole le spiegherò tutto in caserma, ma ora la prego si sbrighi con questa
macchina perché ho perduto molto sangue e comincio a non sentirmi più la mano -. Nel
giro di un quarto d’ora rientrarono in città. Si apprestarono a raggiungere l’ospedale più
vicino. Giunti nei pressi del pronto soccorso scesero dalla macchina, e superata
l’accettazione Lea ed il suo accompagnatore si precipitarono verso il primo camice
bianco che incontrarono.
L’agente parlò: – La mano della signorina perde molto sangue -.
- Venga – dice il medico rivolto a Lea, la porta in una stanza piena di apparecchiature e
la fa sedere su un lettino, poi guardandole la mano esclama: – Non si preoccupi, ora le
metto dei punti di sutura, disinfetto poi le farò una fasciatura -.
Dopo aver ricevuto tutte le cure necessarie la ragazza di colpo scoppiò a piangere: -
Voglio vedere mio padre – dice rivolgendosi all’agente che non l’aveva mai abbandonata
neanche per un minuto. – La prego, mi presti il suo telefonino -.
- Certo, se mi dai il numero lo chiamo io – replica l’agente, – Poi glielo passo -.
La dottoressa Landi, dopo essersi resa conto dell’accaduto, come in trance e con le mani
che le tremano estrae il telefonino dalla sua borsa e compone il numero del pronto
intervento. Di lì a poco, sente arrivare l’ambulanza. La scena che si presenta agli occhi
dei paramedici non è bella: un uomo tutto sforacchiato dai proiettili, sangue da tutte le
parti, vetri in frantumi e una donna di mezza età imbambolata vicino all’auto, con gli
occhi fissi davanti a se. Uno dei due infermieri si dirige verso il ferito, gli solleva le
palpebre e gli ausculta il cuore. Dopo aver fatto queste operazioni va dal collega,
prendono la barella, vi distendono il corpo di Della Ghiaia e lo ricoprono fin sopra la
testa con un lenzuolo, poi uno degli infermieri si avvicina alla donna e le dice – Signora
mi scusi, lei è una parente? -.
- No -, risponde la dottoressa Landi, sempre restando con lo sguardo fisso ed immobile
davanti a sé; in quel momento uscirono dalla procura alcuni funzionari, si avvicinarono
alla dottoressa Landi, la presero per un braccio e la riportarono all’interno del suo
ufficio. Lea sta telefonando a suo padre.
- Papà.. papà.. sono io Lea -.
- Lea amore mio dove sei? – risponde il padre. Poi Lea non sente più la voce del padre,
ma sente dei colpi forti provenire dal telefonino dell’avvocato, sembrano dei colpi di
pistola, ed ancora ode delle urla strazianti, – papà, cosa succede? – domanda ancora Lea,
ma non riceve nessuna risposta.
Il brigadiere che assiste alla telefonata interviene domandando a Lea: – Signorina Lea,
cosa succede? Mi sembra spaventata, é bianca come un lenzuolo -.
- Non lo so, ho sentito mio padre rispondermi, e poi più nulla, solo rumori strani ed urla!
- dice agitatissima Lea.
- Si calmi signorina, ora vedremo cosa si può fare. Se si sente meglio l’accompagno in
caserma, credo che abbia molte cose da raccontarmi -.
Il presidente nel suo studio si è acceso un sigaro, si è accomodato nella sua poltrona e
fissa il muro davanti a se. Ha ricevuto una telefonata, ed ora è immerso in tristi
pensieri…. – Marcello, amico mio, perché? Eravamo amici, un tempo ci frequentavamo, le
nostre mogli e le nostre figlie erano amiche e abbiamo condiviso momenti belli e brutti.
Ora il presidente è un po’ depresso e ha gli occhi lucidi… Lea è arrivata in caserma, la
fanno accomodare in una stanza e la lasciano lì con i suoi pensieri.
- Papà dove sei! Cosa è successo, ho paura, molta paura…- Le sale una nausea
improvvisa, deve cercare un bagno. Apre piano la porta, si incammina lungo il corridoio
stranamente vuoto, passa davanti una porta socchiusa, sta per bussare, ma si blocca
sentendo un agente fare il nome di suo padre. Incuriosita, si mette ad origliare.
- Comandante, devo proprio essere io a comunicare alla signorina Lea Della Ghiaia che
suo padre è stato assassinato? – dice il brigadiere.
- Mio padre assassinato? ho sentito bene? ma cosa stanno dicendo! -.
- Sì brigadiere, deve essere lei a dirlo alla signorina Lea – ribatte il comandante -.
- Noooo… – urla dentro di se Lea – anche mio padre! -.
- Qualche anno prima Lea aveva perso la madre per una brutta malattia, e gli era
rimasto solo suo padre, dato che non aveva né fratelli né sorelle, ed ora era in balia di
chissà che forze oscure. Si sentiva sola ed impaurita. Dentro di lei all’improvviso si
accese come una luce ed il suo corpo si riempì di una forza misteriosa: ora sapeva cosa
doveva fare, e con una determinazione folle decise di agire…. sapeva chi doveva colpire
per vendicarsi. Nessuno si accorse che Lea era scappata dalla caserma. Appena fuori si
mise a correre, e raggiunta la strada principale fermò il primo taxi che passava, e gli
diede l’indirizzo di casa sua; indossava ancora i jeans che aveva tolto all’uomo del covo,
gli stavano grandi e li teneva su con un pezzo di spago che aveva raccolto per terra
vicino alla porta della sua prigione. Aveva sottratto all’uomo anche il suo portafogli con
il denaro dentro; pensava che gli sarebbe servito. Scese dal taxi, pagò il tassista e corse
verso casa. Non aveva le chiavi di casa, ma sapeva dove trovare il mazzo di chiavi di
scorta: suo padre le aveva mostrato dove le aveva messe, sotto il vaso di rose selvatiche
che si trovava vicino al cancello secondario della casa, e infatti erano lì. Prese le chiavi ed
entrò in casa di corsa, attraversò l’anticamera, il salone e salì al piano superiore dove
c’era la sua stanza, prese il telefonino e telefonò.
- Pronto, ciao Silvana, sono Lea, come stai? -.
- Ciao Lea! Che sorpresa, é un sacco di tempo che non ci si sente, sai se non mi chiamavi
tu ti avrei chiamato io, ho intenzione di dare una festa per il mio compleanno e voglio
che tu ci sia assolutamente! – disse Silvana.
- Ma certo che ci sarò, noi siamo sempre amiche no? – rispose Lea – comunque che ne
diresti di vederci fra un ora al bar Todini per un aperitivo? -.
- Certo perché no? Ci vediamo lì fra un ora, ciao.-.
Finita la conversazione Lea scende di nuovo a pianterreno, esce di corsa in giardino e
prende il motorino che teneva in garage. Lo tira fuori e lo appoggia su un muretto del
giardino, e poi va di nuovo in casa: stava dimenticando che aveva addosso ancora i
vestiti del suo aguzzino, se li toglie, li mette in un sacco della spazzatura, poi va in
bagno e si fa una veloce doccia, si mette degli abiti puliti, si spazzola i capelli e prende
uno zainetto, scende di nuovo in giardino, prende il motorino e parte per andare al suo
appuntamento. Arrivata davanti al bar vede parcheggiato poco distante il fuoristrada di
Silvana. Si guarda intorno per vedere se ci sono anche i suoi gorilla, fa un giro intorno
all’isolato per precauzione, non vede nessuna auto blu. Bene, – pensa Lea – ho il campo
libero -. Parcheggia la moto ed entra nel bar.
- Ciao Lea – esclama Silvana vedendola entrare.
- Ciao Silvy – risponde Lea.
- Prendiamo un caffè? -.
- Volentieri – risponde Silvana – ma cosa ti é successo alla mano? – esclama sorpresa
Silvana osservando la mano fasciata di Lea.
- Oh, niente, uno stupido incidente, mi sono tagliata con un coltello mentre stavo
preparandomi un sandwich. Senti Silvana – dice Lea cambiando argomento in fretta -
stavo pensando che mi farebbe piacere se tu venissi con me a vedere il rustico che mio
padre ha comprato e che ho intenzione di risistemare, vorrei che tu mi dessi un parere,
so che sei iscritta ad archittettura e che lavori nello studio di un architetto, quindi chi
meglio di te? -.
- Ti ringrazio della fiducia, ma ricordati che sono sola mente al primo anno di università
e che sono solo sei mesi che lavoro nello studio dell’architetto Olivieri, non credo di
poterti essere molto utile… Però mi fa comunque piacere accompagnarti e vedere il tuo
rustico, dunque quando vuoi non hai che da dirmelo – concluse l’amica di Lea.
- Senti Silvana, io pensavo che se non hai altri impegni potremmo andare anche adesso,
che ne dici? -.
- Certo, perché no? – acconsenti l’altra.
- Bene, allora seguimi con il tuo fuoristrada, io ti precedo con il mio motorino -.
Lorenzo Carta si sentiva come svuotato. Tutti gli ideali finiti nel nulla. Era un assassino,
ecco che cos’era, c’era una ragazzina che era diventata orfana per colpa sua, lui non era
meglio degli altri, non era migliore di chi aveva ucciso la sua donna, e la sua vendetta
tardiva aveva un sapore amaro. La sua compagna non sarebbe tornata, e neanche il
bimbo che portava in grembo sarebbe mai nato, suo figlio, che ora avrebbe avuto la
stessa età della figlia dell’avvocato. Aveva creato solo altra infelicità.
Lea e Silvana erano arrivate.
- Beh, che ne dici, è un po’ malandato ma il posto è carino no? – fa Lea rivolta alla sua
amica e indicando il rudere.
Silvana si guarda intorno incredula e delusa, davanti a sé c’è una bicocca squallida che
neanche i barboni vi passerebbero la notte, ma non vuole offendere Lea e quindi con
voce un po’ incerta gli risponde – Lea, non si può certo dire che sia un castello, ma con i
mezzi adeguati e la gente giusta si può far diventare qualcosa di carino -.
Lea di rimando – Sì, lo so, c’è da sistemare un po’ tutto, e non è certamente una reggia,
ma sai Silvana, mio padre non ha i soldi che ha tuo padre, e quindi noi un castello non ce
lo possiamo permettere – ribatte Lea con durezza. – Però mio padre non è neanche un
assassino come lo è tuo padre – rincara Lea.
Silvana sbalordita guarda Lea che le si avvicina con un’aria tremendamente strana e
minacciosa.
- Lea, cos’hai, perché dici queste cose su mio padre? – Ma Lea ormai non ascolta più; ha
uno sguardo assente ed una strana luce negli occhi. Silvana cade a terra senza fare in
tempo neanche ad urlare…
La notizia è su tutti i giornali. Grande disgrazia a casa del presidente, la sua terzogenita
Silvana è stata trovata morta in un cascinale alle porte della città, morta per
soffocamento, si pensa ad un omicidio. Ancora sconosciute le cause ed il movente
dell’assassino che non è ancora stato individuato. Si sospetta un complotto terroristico ai
danni del nostro Presidente in carica. Il Presidente, profondamente addolorato, si è
chiuso all’interno della sua casa circondato dai suoi cari ed ha annunciato il suo ritiro
definitivo dalla vita politica.
1° Maggio 2023. Lea si è alzata tardi oggi, è giorno di festa e il suo studio legale è chiuso.
Ancora insonnolita va in cucina e si prepara un caffè; mentre lo beve si guarda il dito che
non ha più, ed i suoi pensieri vanno indietro nel tempo a vent’anni prima, a quando era
un adolescente spensierata e carina e tutto il mondo era ancora nelle sue mani, e nei suoi
sogni viveva con i genitori benestanti in una casa bella e confortevole, sua madre non si
era ancora ammalata e suo padre non viveva nella paura che qualcuno potesse fargli del
male. Poi da un momento all’altro la sua vita era completamente cambiata; suo padre e
sua madre erano morti, e a Lea era crollato il mondo addosso. Aveva passato molti anni
bui, ma era riuscita a venirne fuori.
1 ottobre 2003 L’avevano trovata che vagava per le campagne di un paesino lontano da
casa , non si ricordava chi era né perché fosse lì, aveva una mano fasciata da una benda
sporca e sfilacciata, l’avevano portata in ospedale e curata, sia fisicamente che
psicologicamente. Lea si scosse dai suoi pensieri, finì di bere il suo caffè, si mise ad
ammirare il panorama che dalle ampie vetrate del suo appartamento le appariva
superbo, le nuove Twin Towers spiccavano imponenti dominando di nuovo Manatthan,
e lei guardandole si sentì finalmente serena.

Capitolo 8
di Peggio Bestia

Alfano fece una decina di metri e si fermò, portando il cambio a folle. Guardò la Ducati
diventare un puntino sempre più piccolo, sempre più lontano: ad ogni suo respiro quella
era schizzata in avanti di altri duecento metri, forse anche più, perché tirare aria dentro i
polmoni era diventato d’un tratto terribilmente faticoso, e gli sembrava di dover
inspirare per un tempo innaturale prima di catturare con la bocca spalancata la quantità
d’ossigeno sufficiente per non abbandonarsi al tremore. Prima di parlare, perché
avrebbe parlato, e prima, quindi, di concedere all’evidenza tutti i suoi crismi, alzò lo
sguardo sul retrovisore e vide la piccola ragnatela disegnata attorno al foro d’entrata sul
lunotto posteriore. Come se non bastasse a persuaderlo, si piegò leggermente in avanti e
fece scendere la mano sulla schiena muovendo le dita come zampe d’insetto, fino a
trovare il punto in cui il tessuto del giubbotto diventava umido, caldo, appiccicoso.
Davanti niente, la stronza era rimasta dentro. Restò a fissare la mano aperta, poggiata col
dorso sul ginocchio, per qualche secondo.
- Carta…brutto cazzone – pensò. Della Ghiaia cominciava ad attirare l’attenzione dei
passanti. Alfano, immobile, li guardava mutare espressione d’improvviso, portarsi le
mani alla bocca, spalancare gli occhi o distogliere lo sguardo; una ragazza aveva
affondato la faccia nel piumino del fidanzato, un’altra dava di gomito alle amiche, una
coppia di mezza età era restata come pietrificata dall’altro lato della strada. Senza
staccare gli occhi da quei due Alfano disse: – M’hanno preso. Gli occhi dell’uomo riflessi
nello specchietto, in quell’istante, si piantarono dritti nei suoi. Sveglia. Muoversi.
Controllò se qualcuno dei ragazzi si stesse avvicinando o si fosse accorto di lui: tutti in
circolo attorno a Della Ghiaia. Sagome piegate, accovacciate, protese verso il corpo
ancora caldo dell’avvocato. La Landi inginocchiata sull’asfalto. Un agente di una ventina
d’anni, piantato in mezzo alla strada, che si sbracciava invitando gli automobilisti a non
fermarsi: – Circolare! Circolare! -.
E circoliamo. Inserì la freccia, aspetto che si aprisse un varco e si immise nel flusso.
Teneva il volante e cambiava le marce con la stessa mano. Che problema c’era. Il
proiettile era stato rallentato prima dal vetro poi dal sedile. Come cazzo fosse finito nella
sua schiena era cosa che, a ronzarci sopra e restarci appiccicati, avrebbe fatto montare
una rabbia che proprio non poteva permettersi, ma che, lo sapeva, più prima che poi
avrebbe vinto. Il buco faceva comunque un male cane. Gli rendeva difficile muovere il
braccio sinistro. Gli accorciava il respiro. Lo avrebbe steso nel giro di qualche ora. Ma
tolto questo, andava tutto bene.
Una delle valige che aveva preparato in quella mezza giornata in cui si era costretto a far
finta d’essere convinto a partire per l’Iraq era nel portabagagli. Per come si erano messe
le cose, era tutto ciò che aveva. Si fermò al primo autogrill sulla tangenziale. Si cambiò il
giubbotto. Comprò una scheda telefonica e del disinfettante e, chiusosi al cesso, svuotò il
flacone inzuppando una t-shirt. Fermò la maglietta sulla ferita con una camicia,
annodando le maniche sulla pancia, e si rivestì. Ritornò alla macchina seguito dai risolini
di un gruppo di ragazzi che sfumacchiavano bevendosi una birra appollaiati sul cofano
di un catorcio, indicandolo con cenni del capo: ecco un altro ubriacone. Era per i bozzi
della fasciatura di fortuna sotto il giubbotto? La macchina era sicura, altrimenti Carta
(Carta! Brutto cazzone!) non gliel’avrebbe lasciata.
Tutto bene, non fosse per i giramenti di testa, per le gambe molli, per i pugni che più o
meno ogni cinque minuti aveva mollato sul volante inveendo contro Carta (Pivello!
Pistolero dei miei coglioni!), contro Cadorna e Gennaio, contro Della Ghiaia e contro i
suoi colleghi rincoglioniti. Gli serviva un telefono. Gli serviva un’informazione che, se
avesse trovato qualcuno dei suoi in centrale, non gli sarebbe stata negata: dove avevano
portato Lea Della Ghiaia. Gli servivano un paio d’ore, non di più. Gliel’avrebbe fatta
vedere. Compose il numero, attese per due, tre, quattro squilli. Poi sentì come se gli
qualcuno gli stesse sfilando le ossa dalle gambe e mentre per un lungo, interminabile
secondo si vide dall’esterno afflosciarsi a terra, si chiese: chi cazzo vuoi prendere per il
culo? Uno dei ragazzi di poco prima si stava divertendo a schiaffeggiarlo: – Oh, secondo
me questo s’è fatto: puzza tipo di medicinali, di disinfettante -.
Alfano fu incapace anche solo di aprire gli occhi ancora per tre o quattro buffetti.
Quando le palpebre si scollarono il ragazzo gli chiese se andava tutto bene, se doveva
chiamare un medico. Alfano lo guardò, guardò la cornetta che penzolava sopra la sua
testa, valutò quale consistenza preferiva dovesse avere la merda in cui sarebbe stato
costretto a nuotare per i prossimi dieci anni e trovò la forza per dire: – Chiama i
carabinieri. Digli che hai trovato uno dei loro, gli leggi il numero del tesserino. Parlava a
fatica, fermandosi fra una parola e l’altra per prendere fiato.
- Devi dire che m’hai trovato nel parcheggio di un autogrill con un buco nella schiena,
senza portafogli, senza macchina, senza un cazzo. Devi dire che ripeto di essere stato
rapinato. Fallo e vi prendete le chiavi della macchina. E’ la Punto blu. Ci fate pure
cinquemila euro. E’ pulita, me l’ha data un cazzone amico mio. E vediamo se si bevono
pure questa.

Capitolo 8
di nebbia blu

Lea arrivò alla stazione in evidente stato di shock, per la prima volta dopo molto tempo
si stava rilassando, così la tensione che la teneva in piedi lasciò il posto alla stanchezza.
Una voce femminile ed un po’ metallica le fece sapere che il cellulare di suo padre non
era al momento raggiungibile.
Le quattro frecce della Punto continuavano a lampeggiare nonostante l’ingorgo di
curiosi accorsi dopo gli spari si fosse quasi dissolto completamente, due agenti vennero
mandati a controllare. Niente, la macchina era vuota, all’interno nessun documento,
nessuna impronta, il numero di matricola del motore cancellato e le targhe risultavano
rubate da un’Astra station wagon.
Squillò il telefono, Cadorna alzò il ricevitore e venne attraversato da un brivido gelato
che dalla base del collo gli fece accapponare la pelle fino all’estremità dell’osso sacro. -
Come morto, non è possibile! Branco di incompetenti, riportatelo in vita, dovete
ridarmelo -. le mani erano congelate, un rivoletto di sudore gli solcò una guancia.
- Mettiti pure seduto caro commissario, dobbiamo fare quattro chiacchiere – con la voce
tranquilla della posizione forte Gennaio impartì l’ordine ad Alfano.
- Se dovete ammazzarmi fatelo in fretta – rispose il commissario.
- Calma, ogni cosa a suo tempo – rispose Carta – Dov’è la ragazza – chiese Porzio
Migliori.
Alfano fece una faccia stranita, l’avvocato capì immediatamente che non sapeva che
quello era il carcere di Lea Dalla Ghiaia. Dopo averlo ammanettato al corpo di
Semprepronto Carta posizionò un ordigno alla porta d’ingresso, quindi telefonarono a
Cadorna per informarlo della presenza di Alfano nel casolare. Cadorna corse di filato
dal disertore, in preda al panico, guidò a velocità folle. Fermò la macchina a pochi passi
dallo stabile, scese e con passo accelerato andò verso l’ingresso.
Lea, vestita con una divisa di almeno due taglie più grandi ed una tazza fumante tra le
mani chiamò nuovamente il cellulare del padre, dopo tre squilli rispose una voce
femminile. La dottoressa Landi la informò della morte del padre, le disse di aspettarla e
si avviò verso la caserma. Cadorna mise la mano sulla maniglia, l’abbassò. Solo un
lampo e due vite sparirono. La dottoressa Landi arrivò in caserma, chiese di poter
vedere Lea e fu accompagnata in una delle due camere di sicurezza dove stava
riposando la ragazza. L’agente che precedeva la dottoressa aprì la porta. Lea Dalla
Ghiaia si era impiccata dopo la notizia della morte del padre.
La pioggia continuava a battere, Gennaio e Carta si stavano allontanando dal casolare il
più in fretta possibile, una curva, una seconda ed un’Audi che arriva contromano nel
tentativo di superare un tir. L’impatto fortissimo, Gennaio muore sul colpo, Carta si
sente sbalzare dal sellino, un volo di venti metri circa, al momento dell’impatto al suolo.
Lorenzo Carta aprì gli occhi e vide che fuori dalla finestra, attraverso i rami frondosi
degli abeti piantati in giardino, filtrava la luce d’una giornata tersa e pensò: – non sono
tagliato per il gioco in borsa, lo stress per storia della Sombrerotel mi sta facendo
impazzire dieci notti di incubi, cosa racconterò oggi al ragazzo del bar?

Capitolo 8
di Glanzid

La Ducati sfrecciava nel traffico. Carta cercava di accompagnare l’armonico
dondolamento della moto durante le curve che Gennaio prendeva risparmiando gas.
- Siamo quasi arrivati – disse il guidatore appena si fermarono ad un semaforo. Lorenzo
battè una mano sul serbatoio, da un lato per far capire che aveva sentito, dall’altra per
comprendere se aveva ancora la piena padronanza degli arti superiori.
- Dici che funzionerà? – aprendo la visiera del casco nero che gli stava stretto.
- Fidati. Non ne ha mai sbagliato uno – Gennaio gli aveva dato, come conferma del
concetto, una pacca sulla coscia. Ripartirono. La Landi arrivò tutta trafelata sul luogo
dell’attentato con tutti i collaboratori e i dipendenti della Procura dietro. In parecchi
avevano chiamato sia le forze di polizia che i soccorsi sanitari. Nessuno riusciva a
credere ai propri occhi. Lo spirito di servizio, in questi frangenti, serviva a ben poco.
Usciva fuori la donna, l’essere umano che era in lei. Affioravano inevitabilmente i
sentimenti. Debolezza, delusione, sconforto. All’arrivo dell’autoambulanza erano tutti
ancora attoniti nel guardare la scena. Subito dietro la gazzella dei carabinieri. I
soccorritori andarono subito verso il cadavere per prestare le prime, eventuali, cure. Un
infermiere tastò il polso subito dopo aver aperto la valigetta. Scosse la testa. Non c’era
niente da fare. Della Ghiaia era ufficialmente morto.
La Landi si stava ricomponendo. Doveva portare a termine l’inchiesta per cui l’avvocato
era morto. Una voce all’improvviso provenne dalle sue spalle.
- Dottoressa – e qualcuno le mise una mano sulla spalla. La voce era delicata e profonda.
Un lieve accento napoletano – dottoressa, non si giri – quando la Landi aveva tentato di
guardare in faccia il suo interlocutore.
- Chi è lei? – e la procuratrice alzò la voce. – Non strilli. Vango da parte del Generale
Sindrana. Servizi Segreti – e fece scorrere il tesserino davanti alla dottoressa. Tesserino,
ovviamente, sprovvisto di foto identificativa – non lasci la valigetta in mano alle forze
dell’ordine. C’è tutto il materiale per la sua indagine. Potrebbe andare perso…
Un attimo di silenzio. La dottoressa cercava di inquadrare, tra mille piedi e il cadavere
coperto, la valigetta di cui parlava la voce. Era proprio a fianco al cadavere. I carabinieri
stavano facendo i rilievi del caso. Da dove partiva lo sparo, dov’erano andati a finire i
proiettili e come madonnari caravaggieschi tratteggiavano con il gesso a terra tutte le
sagome di quest’omicidio.
- La valigia la prendo io per le indagini che sto conducendo.
- Dottoressa… non si possono sequestrare le prove…
- La stava portando a me l’avvocato. Non si preoccupi… parlo io con i suoi superiori – e
con gesto rapido si chinò e prese la valigetta. Salutò con un sorriso appena abbozzato.
Rientrò in Procura.
Era rientrato in azione lo Spirito di Servizio.

Capitolo 8
di Ermete Cinquerè Glanzid

- Dottoressa Landi. Che dire… finalmente siamo giunti alla verità. La morte di Della
Ghiaia non è stata inutile.
- Eh… si… comunque…. è stato terribile.
- Terribile è la parola esatta. Un grande uomo che si è riscattato da quello scandalo che,
due anni fa, lo tagliò fuori quasi definitivamente dallo scenario politico -.
- Be… adesso torniamo a noi ed al mandato d’arresto… l’ho preparato, dovreste soltanto
consegnarglielo -.
- Sarà fatto. Me ne occuperò io di persona. Domani, dopo il comizio, lo aspetteremo
dentro il Palazzo Comunale -.
- Mi raccomando. Non fate come quella volta che qualche suo collega gli consegnò
l’avviso di garanzia durante un grande evento… sa come strumentalizzare le situazioni
per mandarle a carte quarant’otto -.
- Non si preoccupi. So come trattare con certa gente. Ho una certa esperienza. Dovrebbe
saperlo… -.
- Lo so, lo so. La prudenza non è mai troppa -. La conversazione finì.
Cadorna guardò fuori dalla finestra del suo ufficio, con la cornetta ancora in mano.
Incantato. Il suo progetto stava prendendo forma. Il traguardo era vicino. Domani
sarebbe toccato al Presidente finire sotto le sue grinfie dopo un’opera di accerchiamento
lenta, inesorabile ed a tratti violenta. Soddisfatto prese dal pacchetto sulla scrivania una
sigaretta ex light. Il fumo uccide… come tante altre cose… e sorrise mentre faceva un
tiro profondo. La giornata era splendida. Un sole caldo, aria secca. La divisa delle grandi
occasioni non dava particolare fastidio. Cadorna si stava godendo l’ombra sotto il
porticato, passeggiava avanti ed indietro, mani incrociate dietro la schiena che
stringevano il mandato d’arresto che era andato a prendere qualche ora prima. Sentiva il
discorso del Presidente. Il Paese Nuovo. Il Paese che stava costruendo a fatica tra mille
insidie. Sorrideva. C’era qualche collaboratore che lo guardava incuriosito. Qualcuno
forse aveva capito l’antifona. Cadorna era scaltro. Aveva telefonato allo stretto
collaboratore del Presidente preannunciandogli la fine di quest’ultimo. Il mandato
d’arresto. L’aveva convinto a non opporre resistenza e a non avere fretta di avvisare il
suo capo. C’era posto anche per lui nel progetto di Cadorna.
Il Presidente finì il discorso. Scese dal palco dopo essersi beato tra i 15 mila applausi fatti
dalla clamorosa claque che i suoi avevano saputo mettere in piedi. Si avvicinava
contornato dalla folla. Davanti a lui il traditore. Giuda. Ad un’occhiata di Cadorna si fece
da una parte. Il Presidente lo vide e sorrise. Pensava fosse lì per preannunciargli la
riuscita del piano NEA. Non glielo aveva detto che si doveva Neutralizzare il
Presidente, Esercitare la Forza e Arrivare al Potere. Eccolo. il vero piano NEA. Il
Presidente lo prese sotto braccio.
- Allora? Tutto risolto? -.
- Presidente. Qualcosa non è andato. Sono venuto qui io per portarla in caserma. Lei è in
arresto -.
- Cadorna… sempre voglia di scherzare? -. Gli consegnò il mandato d’arresto. Il
Presidente lo lesse velocemente. Bastavano le prime righe.
- Cosa ca… -. Cadorna si abbassò. Iniziò a sussurrare qualcosa all’orecchio del
Presidente. I collaboratori, intanto, si erano dileguati.
- Presidente… è finita. Della Ghiaia ha consegnato la valigetta. Lei è in arresto. Penserò a
tutto io… deve solo farsi da parte. E questo era l’unico modo per farglielo capire -.
Il Presidente divenne improvvisamente bianco in volto. Iniziò a respirare
affannosamente. Tentò di slacciarsi la cravatta. Svenne. Si afflosciò su sé stesso. La
poltrona dondolava a destra e a sinistra. I piedi sulla scrivania. La sigaretta che fumava
tra le mani. Tiri lenti, la nicotina che veniva gustata fino all’ultimo, l’impercettibile
crepitio della carta della sigaretta. La musica di Bach a risuonare in sottofondo per
regalare a questo momento una solennità celeste. Aspettava il Generale S., ne avrebbe
reclamato il posto. Glielo avrebbe chiesto direttamente. Il ruolo nei servizi iniziava a
stargli stretto, il ruolo nei carabinieri non gli bastava più. Sapeva già cosa dirgli. Il tempo
passa, spazio alle nuove generazioni, grazie per tutto quello che hai fatto per me, mi
ricorderò e tante altre belle parole vuote.
Entrò il Generale. Chiuse la porta alle sue spalle. Grida risuonarono per tutto il
corridoio. Grida potenti. – Sei finito. Hai tradito il Progetto. Hai rovinato anni di duro
lavoro. Sveleremo tutto su Borgo Maggio -. Le grida erano quelle di S., Cadorna
completamente ammutolito.
L’ultimo strillo. – Sei finito – e dopo un quarto d’ora la porta si schiuse. Il Generale, con
andatura autoritaria, camminava per il corridoio. Uno sparò risuonò rimbombò in quel
corridoio stretto e alto. Erano le dimissioni di Cadorna. Da tutto.

Capitolo 8
di Aristos
23 settembre

Il Presidente entrò nell’ufficio di Cadorna, il suo sorriso si era tramutato in una smorfia
in cui si mischiavano rabbia e paura.
- Cadorna, cosa mi stai combinando? – Non ti preoccupare Presidente, sono solo piccoli
imprevisti.
- Piccoli imprevisti? Gennaio è scappato col suo compare Carta, Della Ghiaia è stato
ucciso, la figlia è riuscita a fuggire, ed ora ecco qua l’avviso di garanzia della Landi per
quell’affare dei Lossanto! – e gettò il foglio sulla scrivania di Cadorna.
- Non ti preoccupare, ti dico che ho tutto sotto controllo. Tu continua a presenziare alle
cerimonie in programma, al resto penso io. Ormai era chiaro: nel disco arancione lasciato
da Della Ghiaia c’erano le prove che il Presidente era coinvolto nel delitto dei Lossanto, e
lei, integerrimo magistrato dottoressa Landi, aveva firmato l’avviso di garanzia al
Presidente, aveva avuto questo coraggio, ed ora non poteva più tirarsi indietro.
Ma perché era accaduto tutto questo? Chi aveva ucciso Della Ghiaia e perché? Chi
voleva stroncare il Presidente? E dov’era finita Lea Della Ghiaia, fuggita anche dalla
caserma dei Carabinieri? E quel Carabiniere che aveva disertato gli ordini di Cadorna,
perché era lì, a farsi ammazzare anche lui?
Ma tutte queste domande non avevano seguito, non potevano averlo, e la dottoressa
Landi riprese il suo incartamento per studiarlo, domani avrebbe interrogato il
Presidente, gli aveva concesso un incontro privato, per fortuna era riuscita a non far
trapelare la notizia dell’avviso di garanzia, doveva, voleva, fare il suo dovere, ma con
tutta la cautela possibile.

24 settembre.
Cadorna nel suo ufficio leggeva il giornale compiaciuto: le visite del Presidente, il
seguito di folla che l’accompagnava, il suo sorriso stampato in prima pagina; e poi in
cronaca un breve articolo non firmato: – Terribile incidente sull’autostrada, due
macchine si sono scontrate e poi sono precipitate nella scarpata, nessuna speranza per
gli occupanti: la dottoressa Landi, magistrato della procura locale, e un certo avvocato
Migliori, un tempo conosciuto per aver difeso alcuni terroristi -.
- Ahahah! Lo dicevo che avevo tutto sotto controllo. E adesso la carica di vicepresidente
non me la toglie nessuno. Ahahah! -
Ma nel bar dell’aeroporto di Zurigo Lorenzo Carta leggeva quello stesso giornale e
quello stesso articolo; davanti a lui una ragazzina con un dito fasciato sorseggiava una
bibita e lo guardava come un cane smarrito.
- Caz… – esclamò Lorenzo Carta – fottuti, ancora e sempre, ancora e sempre la partita è
loro, l’ultima parola è loro, l’oro può tutto, tutto può il potere, e noi ci attacchiamo fregati
e fottuti, fottuti e fregati ancora e sempre – e sbatté il giornale sul tavolino dov’era
seduto, e si alzò, e uscì da quel bar dell’aeroporto di Zurigo prendendo per mano la
giovane Lea Della Ghiaia, che ancora non capiva chi era quell’uomo che l’aveva presa
con sé. E voi l’avete capito?

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