Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Il Cavaliere e l’incognita elezioni. Voto alla Camera per frenare il processo

por andrea em quarta-feira, 16 de fevereiro de 2011 às 13:27

 

Fiducia nell’alleanza con Bossi. Voci su nuove inchieste con effetti bipartisan

Tenta la carta dell’«improcedibilità»

Il Cavaliere e l’incognita elezioni. Voto
alla Camera per frenare il processo

Fiducia nell’alleanza con Bossi. Voci su nuove inchieste con effetti bipartisan

ROMA - Subìto lo scacco, Berlusconi tenta di rifugiarsi nello stallo per evitare il matto. Perché solo ritardando lo show down giudiziario il premier potrà sperare di rilanciarsi sul fronte politico. Così l’idea di organizzare una manifestazione a sostegno del governo, e al tempo stesso procedere a un rimpasto nell’esecutivo, è legata all’estremo tentativo di bloccare il processo sul «caso Ruby», giocando alla Camera la mossa sull’«improcedibilità», l’ultima che gli è rimasta. Deve evitare una sentenza, il Cavaliere, che sancirebbe la sua fine, e confida di riuscirci, spostando di almeno un anno la resa dei conti con la procura di Milano.

È una battaglia politica che si gioca nelle pieghe delle norme giuridiche, ed è sfruttando la sentenza di ieri del gip che il premier conta di passare attraverso un delicato voto segreto a Montecitorio, facendosi scudo dell’articolo 96 della Costituzione, eccependo un «difetto di competenza» del tribunale di Milano portando a sostegno della tesi alcuni precedenti. E lasciando che sia poi la Consulta a dirimere la questione. Sembrano cavilli, in realtà sono cavalli di frisia in un conflitto che consegnerà Berlusconi vincitore o vinto. Serve tempo al Cavaliere, che posto dinnanzi al bivio vuole evitare la strada elettorale e imboccare quella parlamentare, conscio che altrimenti nelle urne rischierebbe di trovarsi davanti un fronte eterogeneo eppure forte, che andrebbe da Vendola a Fini passando per Bersani, e che – ne è sicuro – avrebbe in Casini «il nuovo Prodi». «La sinistra non è più l’armata Brancaleone finora conosciuta», ammette il ministro Matteoli: «L’antiberlusconismo è tornato a essere il loro collante, e accomuna oggi anche i leader del terzo polo».

Gli ultimi sondaggi hanno certificato a Berlusconi che un conto sarebbe sfidare il centrosinistra (su cui resta in vantaggio), altra cosa sarebbe sconfiggere questo tipo di schieramento avverso. Ma resistere a Palazzo Chigi non basta, non può bastare. Il premier deve trovare il modo di dare una «frustata» al suo governo per rinvigorire anche la propria immagine, gravemente segnata a livello internazionale, e logorata nel Paese dalle storie di donnine e festini in cui è coinvolto. Epperò un Berlusconi bis, un’autentica rifondazione del governo, non può permetterselo: l’apertura formale di una crisi nelle attuali condizioni non avrebbe nulla di pilotato, avverrebbe al buio. Con tutti le incognite che l’operazione porterebbe con sé. Come non bastasse, un valzer di poltrone potrebbe far saltare i fragili equilibri nello stesso Pdl. Il Cavaliere può insomma solo allargare l’esecutivo, assegnare gli incarichi lasciati dai finiani, magari chiedere ad alcuni fedelissimi di fare un passo indietro per garantirgli maggiore manovrabilità.

Su questo è impegnato, e – pare – con successo. Perché, per quanto sia paradossale, il premier sotto scacco sembra in grado di allargare la propria maggioranza, complice la grave crisi che sta minando il Fli. Il gruppo futurista a Palazzo Madama è in rivolta contro l’organigramma del partito deciso da Fini, e il fatto che ieri sera il senatore Menardi fosse a colloquio da Berlusconi fa capire quale possa essere l’esito. Anche a Montecitorio il Cavaliere prevede di rinforzarsi e arrivare a «quota 320», e la contabilità politica ha valore quanto la «lealtà e solidarietà» che Bossi gli ha manifestato già prima del vertice notturno a Palazzo Grazioli. Il premier deve allargare la maggioranza in Aula per riconquistare la maggioranza nelle commissioni, dove invece — com’è accaduto ieri alla Bilancio — il centrodestra è diventato minoranza.

Quanto alla Lega, è certo della fedeltà del Senatur, che sa come gestire le tensioni all’interno del gruppo dirigente e ha ancora presa sulla base, per quanto scalpitante. Il federalismo fiscale è l’obiettivo di Bossi, ma non di solo federalismo vive la Lega e il Cavaliere dovrà politicamente ricompensarla. Ma non c’è dubbio che, fra i tanti fronti aperti, il più pericoloso per il premier resta quello giudiziario, che sta avendo effetto sull’umore dei parlamentari del Pdl. Ieri alla Camera lo sconforto dei deputati berlusconiani era superiore a quello testato tra gli elettori berlusconiani, sebbene gli ultimi report riservati abbiano confermato al Cavaliere quanto già immaginava. Più del calo nell’indice di fiducia a destare preoccupazione è il trend negativo che da alcune settimane non si arresta. Non è un crollo, è un lento logoramento del consenso, attratto dall’area del «non voto», una sorta di buco nero che — a seconda degli istituti di ricerca— va dal 32 al 45%.

Le difficoltà di Berlusconi eccitano gli animi nell’opposizione, dove già si disegnano nuovi organigrammi, compreso il prossimo inquilino al Quirinale. Diceva ieri in Transatlantico il centrista Lusetti: «Il futuro presidente della Repubblica sarà Prodi. Scommettiamo?». E il capogruppo del Pd Franceschini, con un silenzio-assenso, alzava il pollice prima di stringergli la mano. Ma a poca distanza si avvertiva un refolo di vento giudiziario, boatos che preannunciano nuove e clamorose inchieste, da Napoli e dalla Puglia, per vicende assai diverse in cui il Cavaliere non sarebbe coinvolto e che colpirebbero in modo bipartisan la nomenklatura della Seconda Repubblica. Altro che scontro finale. Con le toghe è uno scontro senza fine.

Francesco Verderami

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