Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

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E il Cavaliere avverte gli alleati “Il Colle sa che se cado si va al voto”

por andrea em domingo, 4 de setembro de 2011 às 20:13

 

La paura per la riapertura domani dei mercati. Il pressing su Tremonti.  Il Pdl avverte che se ci fosse un altro crollo in borsa, il ministro del Tesoro dovrebbe lasciare. Il titolare dell’Economia fa sapere che il suo destino è legato a quello del premier.

L’incubo mercati e lo spettro della crisi. E un avvertimento del Colle che lascia intatto lo stato di allerta. “Napolitano è stato corretto, ha messo in guardia tutti i complottisti che sono al lavoro contro di me fuori dal Parlamento”. È questo l’apprezzamento che, in prima battuta, Berlusconi ha condiviso coi suoi da Arcore. Ma il risvolto neanche tanto implicito di quell’intervento dell’inquilino del Colle rivolto agli economisti di Cernobbio è piaciuto molto meno, al presidente del Consiglio. Il Quirinale ha fatto riferimento a quel che accadrebbe in caso di crisi, ai poteri che la Costituzionericonosce al capo dello Stato, dunque al “piano B”, che contempla la possibilità che le Camere non vengano sciolte. “A Napolitano deve essere chiaro che se cade il mio governo si va al voto – è stato lo sfogo in seconda battuta del premier – Non ci sono alternative, soprattutto non ci sarà mai un governo tecnico: noi non lo sosterremo mai”.

È un lungo fine settimana col fiato sospeso, quello che si sta vivendo in queste ore lungo l’asse Villa San Martino-Palazzo Chigi, in attesa della riapertura delle borse di domattina. I segnali recapitati da Bruxelles negli ultimi giorni, gli avvertimenti sulla manovra italiana ballerina, non sono stati rassicuranti. Tanto meno lo è stata la chiusura di Piazza Affari venerdì scorso. La preoccupazione fa capolino tra dirigenti e ministri pidiellini, mentre il decreto salva-conti completa l’iter in commissione al Senato e si appresta a passare

all’esame dell’aula, da martedì. Il timore che confidano in tanti tra loro è che un eventuale crollo dei mercati domani possa far precipitare titoli e situazione finanziaria. In quel caso, sostengono i berlusconiani, “Tremonti dovrebbe farsi da parte”. Il tam-tam è insistente in queste ore: il sacrificio sull’altare della crisi del ministro inviso ai più, dentro il partito.

Ma è una previsione che, sebbene per lui “comoda” sotto certi profili, il Cavaliere preferisce non fare. Il premier sa bene infatti che se tutto precipitasse fino a quel punto, anche per lui sarebbe difficile tenere in piedi il governo. Il timone della barca alla deriva rischierebbe a quel punto di sfuggirgli di mano. I due ormai ex inseparabili, il presidente e il professore, si reggono sempre più a vicenda. Tanto più che il capo dello Stato ieri è stato abbastanza nel descrivere il recinto entro il quale intende muoversi in caso di crisi, che è poi quello che gli riconosce la Carta costituzionale. Il governo c’è finché la maggioranza parlamentare regge. Se questo presupposto dovesse venire meno, allora lo scioglimento delle Camere non sarebbe affatto l’unico approdo. Non certo il primo. Esiste d’altronde un precedente che il Quirinale terrebbe in considerazione, quello della nomina di un governo tecnico alla Ciampi (1993) che ha segnato un’altra fase assai turbolenta della Repubblica. Nessuna intenzione di interferire nelle vicende politiche, da parte del presidente Napolitano. Consapevole tuttavia dei suoi poteri in caso di crisi e ancor più convinto che il ricorso alle urne non sarebbe la via preferibile mentre il paese è sotto attacco speculativo.

Berlusconi prova perciò a uscire indenne dalla tempesta. Resa ancora più insidiosa dal nuovo ciclone giudiziario che, sulla scia dell’arresto di Tarantini, sta riportando alla ribalta scandali privati e vulnerabilità pubblica del premier. Sebbene un ministro lo descriva “incazzato, più che preoccupato” dopo l’interrogatorio della fedelissima segretaria Marinella Brambilla e alla vigilia di una sua possibile convocazione da parte dei pm napoletani. Come se non bastasse, la doccia gelata fatta scendere in serata da Calderoli sulla prospettiva di una ricandidatura del leader Pdl alla premiership nel 2013 non fa che accrescere le incognite sul futuro della coalizione e, soprattutto, su quello personale del premier. La parola d’ordine dettata da Arcore dunque è portare a casa al più presto la manovra. Raccontano che il presidente del Consiglio abbia seguito anche ieri a distanza i lavori in corso in commissione al Senato, intervenendo in prima persona sui suoi sottosegretari per far cancellare la norma che prevede la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi on line. Perché passi pure l’intensificazione della lotta all’evasione, come ha voluto Tremonti, ma raccontano che Berlusconi quella disposizione “da stato Torquemada” non vuole leggerla più nemmeno nella bozza del provvedimento.

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