Pubblicazione dell’Associazione per l’Interscambio Culturale Italia Brasile Anita e Giuseppe Garibaldi

Publicação bimestral . Nº 125 - 126 - Ano XIV - Março / Abril 13 - R$ 10,00

Così il salotto buono si prepara al declino del Potere Forte del Cav.

por andrea em terça-feira, 8 de março de 2011 às 12:29 Così il salotto buono si prepara al declino del Potere Forte  del Cav.

Non è solo l’assalto di Della Valle a Geronzi a movimentare la scena. Così le cordate si preparano al declino del vero Potere forte degli ultimi anni, quello del Cav.

Chi conosce bene Cesare Geronzi è convinto che l’offensiva di Diego Della Valle contro il presidente di Generali abbia segnato un passo indietro dopo l’intervista che il patron di Tod’s ha concesso in tv a Lucia Annunziata.
Anzi, secondo un osservatore molto vicino al numero uno dell’istituto di assicurazioni di Trieste, Della Valle «ha fatto non uno, ma due passi indietro: prima ha attaccato Geronzi e Bazoli definendoli arzilli vecchietti prossimi alla pensione e che fanno un uso estremamente privatistico delle quote in Rcs. Poi, però, Della Valle salva Bazoli, affonda Geronzi, ma dice che la proprietà del Corriere è immutabile per altri due anni. Insomma, non lo sapeva prima che il patto di sindacato di Rcs è blindato fino al 2014?».
Già, non lo sapeva? In effetti, le parole di Della Valle possono essere interpretate dai suoi nemici come una ritirata strategica. Ma la partita in corso nel salotto buono del capitalismo italiano è più molto più ampia di Rcs. E Della Valle, insieme alla cordata di cui fa parte, non ha certo rinunciato a combatterla.
Sono settimane che si discute della fine del capitalismo italiano, o meglio quel sistema ideato da Enrico Cuccia dove le azioni (intese come quote societarie) si pesano e non si contano. Oggi, invece, le azioni si contano e pesano sempre meno. Quello che è molto meno chiaro – e non è stato ancora esplicitamente raccontato – è che questo cambiamento è stato accelerato dalla fase di declino del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il gradimento del premier e del Pdl, come confermano ogni settimana i sondaggi, è ai minimi storici. L’establishment economico-finanziario, il nocciolo duro del nostro capitalismo, si sta preparando a quella che può essere definita l’era del post-Cav. In pratica si sta ridisegnando la mappa dei “poteri forti”.
Ma si sta veramente preparando un post-Berlusconi? La cosa certa è che un pezzo d’élite economico-finanziaria ha capito che oggi il sistema non gira più intorno all’asse Letta-Berlusconi-Geronzi: «A questo asse – dice una fonte – oggi se n’è aggiunto un altro, quello Tremonti-Lega e i principali protagonisti del capitalismo italiano l’hanno capito». Dunque, non è un caso che il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, il garante Antitrust Antonio Catricalà, e adesso Diego Della Valle, abbiano usato toni duri contro quel sistema Berlusconi-Letta-Geronzi, oggi in declino. Vediamo.
La Marcegaglia è stata la prima a denunciare pubblicamente l’immobilismo dell’esecutivo guidato da Berlusconi. Era la primavera del 2010 quando, da un convegno degli industriali a Parma e guardando il premier negli occhi, la presidente di Confindustria diceva: «Bisogna tagliare le tasse subito e bisogna abbassarle a chi tiene in piedi il Paese, basta con promesse generiche dal governo, Confindustria pretende impegni precisi e tempi certi su fisco, taglio degli sprechi e investimenti per infrastrutture, ricerca e innovazione, è venuto il momento di cambiare per poter tutti insieme tornare a crescere». Da allora, la Marcegaglia ha attaccato altre volte il governo inerte, ma nulla si è mosso.
Poi c’è stato il caso del rifiuto di Catricalà. È la fine 2010, il governo fa sapere di aver nominato il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà alla presidenza dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas in sostituzione di Alessandro Ortis. Ma Catricalà decide di rimanere all’Antitrust fino alla scadenza del mandato. Uno schiaffo per il sottosegretario Gianni Letta (Catricalà è considerato un uomo molto vicino al segretario del Consiglio dei ministri) e per Silvio Berlusconi, che ha dovuto inserire una norma ad hoc nel decreto Milleproroghe per allungare di sei mesi il mandato di Ortis all’Aeeg.
Prima di arrivare allo scontro Della Valle-Geronzi, bisogna segnalare il duro colpo che la Consob di Giuseppe Vegas (tremontiano di ferro) ha inflitto al gruppo di Salvatore Ligresti, imprenditore-assicuratore che vanta rapporti di amicizia con Geronzi e con il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Il caso vuole che per una volta la Consob abbia fatto il proprio dovere: ha imposto al gruppo francese Groupama l’obbligo di Opa in caso partecipi all’aumento di capitale delle società Premafin e Fonsai della famiglia Ligresti. I titoli delle due società sono stati sospesi in Borsa da giovedì – le contrattazioni sono riprese solo ieri – e c’è chi ha letto questa decisione come un duro attacco sostenuto dall’asse Tremonti-Lega contro l’impero berlusco-geronziano: Ligresti se non riesce a ricapitalizzare le sue società rischia il fallimento e oggi non può più contare né sul sostegno economico di Unicredit (come quando al timone di comando della banca di Piazza Cordusio sedeva il “cardinale” Geronzi, come lo chiamano negli ambienti finanziari romani), né su una Consob buonista e filoberlusconiana.
Ed eccoci a Della Valle. Mister Tod’s è stato il primo che ha pubblicamente osato sfidare il sistema capitalistico italiano – quello che gira attorno al sistema Letta-Berlusconi – impersonificato nel banchiere di Marino. Dopo aver già dato a Geronzi dell’«arzillo vecchietto», Della Valle gli ha consigliato anche di andare in pensione. E sulle quote Rcs controllate dal Leone di Treiste ha detto che «è bene che le Generali congelino questa piccola quota e nel momento opportuno la vendano» (a chi? a lui?). E la società assicuratrice con un comunicato ha ribadito che le partecipazioni di Generali sono gestite dall’amministratore delegato Giovanni Perissinotto, così come le quote regolate da patti di sindacato: il 3,7 per cento di Rcs, il 2 di Mediobanca, il 4,41 di Pirelli, Telecom attraverso il 30 per cento di Telco e il 3,6 di Gemina. Insomma, le quote le gestisce Perissinotto e non Geronzi, ma il patto di Rcs è bloccato fino al 2014: l’attacco di Della Valle non ha prodotto alcun risultato pragmatico, ha solo ferito il Leone geronziano.
Infine, secondo alcuni osservatori, non è casuale che oggi la magistratura si sia accanita nello stesso momento contro Berlusconi, Geronzi, e Luigi Bisignani: uomo vicino a Gianni Letta e, secondo i pm, ispiratore di molte nomine pubbliche. Berlusconi nei prossimi 50 giorni dovrà affrontare quattro processi. Nel processo sul crac Cirio i Pm hanno chiesto per Geronzi una condanna di 8 anni: la sentenza arriverà a fine aprile, data che coincide con l’assemblea di Generali in cui i soci rinnovano la loro fiducia alla governance. L’asse Berlusconi-Letta-Geronzi resisterà?

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